RFF12 – The only living boy in New York

A volte tornare a casa su lidi più comodi e rassicuranti è necessario per ritrovare una direzione.

Deve averlo pensato Marc Webb. Per quelli di voi che forse non lo sanno, Webb è un regista sulla quarantina che si è fatto conoscere per una discreta commedia romantica con Joseph Gordon-Levitt e Zooey Deschanel intitolata 500 giorni insieme nel 2009, che si è ritrovato a dover riportare le avventure dell’uomo ragno con i due (mediocri) Amazing Spiderman, con il buon Andrew Garfield nei panni di Peter Parker, e di recente ha diretto Chris Evans (il Captain America del progetto Marvel Universe, in cui Spiderman ha però il volto di Tom Holland) in un piccolo dramma familiare su una ragazzina prodigio e uno  affettuoso che tenta di farla crescere come una bambina normale.

L’esperienza con Spiderman resta di sicuro il suo punto più basso. Uscito per rilanciare il brand dopo la trilogia di Sam Raimi, il suo coinvolgimento è stato un clamoroso insuccesso personale, non tanto per il mancato confronto tra i due registi o per la resa al box-office. Semplicemente Webb non è riuscito a tirare fuori le potenzialità che il progetto della Sony prometteva, probabilmente anche a causa dei continui stravolgimenti di sceneggiatura e dei tagli di montaggio che mal nascondevano la mancanza di controllo sul materiale da parte del regisa. Tutte componenti che non hanno aiutato e alla fine il responso ha convinto i produttori di non concludere il trittico originariamente pensato. La critica sa bene chi è Webb e aver diretto Spiderman fuori dal Marvel Cinematic Extended Universe è stato il suo peccato originale, l’errore da annotare sul registro, il passo falso che lo ha disintegrato. Forse basta questo a spiegare il massacro che sta ricevendo ovunque The only living boy in New York.

La storia segue le vicende di Thomas (il bravo Callum Turner), un neo laureato di buona famiglia impacciato e un po’ confuso sul suo futuro e su quale sia il suo posto nella società. Vive in un appartamento fatiscente, non ha la fidanzata (c’è la ragazza bella e simpatica, Kiersey Clemons, ma lo considera solo un amico) e come se non bastasse i genitori sono in crisi: suo padre (Pierce Brosnan) ha intrapreso una relazione con una donna più giovane di nome Johanna (Kate Beckinsale) e sua madre (Cynthia Nixon), depressa, si spende per organizzare sfarzose cene in cui invitare artisti dell’Upper East Side con lo scopo di riconquistare il marito. La conoscenza col vicino di casa (Jeff Bridges), un tipo alcolizzato e con ciuffo alla Lynch, rappresenta quella piccola scossa nella sua esistenza incasinata e senza meta. Questo strano mentore aiuterà Thomas nel talento (aspirante scrittore guarda caso) e tra colte citazioni di letteratura e qualche perla filosofica lo spingerà ad osare di più e ad abbracciare la vita con più intraprendenza.  Il ragazzo decide di porre fine alla relazione extraconiugale del padre e inizierà una liason proprio con Johanna, scatenando una serie di eventi e situazioni sorprendenti.

Con questo titolo sembra proprio che Webb stia facendo una dichiarazione di intenti piuttosto chiara. Probabilmente ha capito di voler tornare a quei lidi sicuri che lo hanno fatto conoscere e apprezzare col primo film, lontano dalle pressioni delle major e in questo non gli si può certo imputare una colpa. The only living boy in New York, in fondo, lo rappresenta molto in virtù di tutti quegli elementi superficiali, ruffiani e fuori tempo che comunque gli appartengono sin dal suo esordio: il coming of age, le vicende sentimentali, l’uso di una colonna sonora da paura, i toni agrodolci ma rassicuranti nella messa in scena, uno script lineare, una regia concentrata sui personaggi e un cast di attori adeguati e va bene così. Insomma nulla di nuovo, ma forse questo doveva essere. Webb probabilmente ha sentito la necessità di ritrovarsi, un po’ come Thomas e ha deciso di farlo con un film assolutamente sbagliato per la programmazione di un festival importante (anche se si tratta di Festa del cinema in questo caso) e più adatto ad un sabato pomeriggio senza troppi pensieri.

Quello che abbiamo davanti è una storia che vuole solo intrattenere con gusto attraverso un protagonista simpatico e una serie di trovate piacevoli e ironiche.

Probabilmente ancora non è del tutto centrato in questo momento il buon Webb e la pellicola, non a caso, sembra persino troppo meccanica e furba per i nostri gusti ma, tirando le somme e affrontando il discorso con obiettività non dispiace affatto muoversi di nuovo in quei salotti borghesi, dilettare di filosofia con un bicchiere in mano e riascoltare ancora una volta Simon & Garfunkel, Lou Reed o il sempiterno Bob Dylan.

Un film piacevole ma nulla di più.

Laura Sciarretta
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