Vi Spiego Perché Emoji Non è Un Film Adatto Ai Bambini

Prima di essere un film mal realizzato, Emoji è un film infido e scorretto in molti modi diversi. Non sembra esserci, in primo luogo, il desiderio di creare un prodotto che sia effettivamente originale, o anche solo di girare un film che si desideri rimanga a lungo nel cuore di chi è in sala. A ben guardare, in effetti, Emoji sembra essere il prodotto finale di un montaggio che tira in causa praticamente vent’anni di animazione d’autore al cinema senza però osservarne i materiali con il giusto grado di consapevolezza.

Il concept alla base del film è chiaramente una scialba e maldestra riproposizione di quello che ha fatto e continua a fare la fortuna della Pixar (ci sono gli Emoji al posto dei giocattoli, delle auto, delle emozioni ma il meccanismo di base è esattamente lo stesso), il personaggio femminile è chiaramente un mock-up, una copia inesatta, della Wildstyle di Lego Movie e lo stesso viaggio che intraprendono i tre protagonisti assomiglia forse in maniera troppo sospetta a quello al centro di Inside Out, con tanto di identiche dinamiche interno/esterno (con le azioni delle emoticon che influenzano il comportamento del ragazzino al centro del film, esattamente come quelle di Tristezza e Gioia facevano con i comportamenti di Riley). Non c’è da stupirsi comunque, anche la minaccia di distruzione imminente del mondo delle emoji (meglio, del cellulare del ragazzino), in realtà ha più di un elemento in comune con la progressiva distruzione dei centri emotivi di Riley.

Banalità nel contenuto, dunque, ma anche nella forma, che a lungo andare non fanno altro che tagliare il velo di Maya e mostrare la vera natura di Emoji. Ci troviamo di fronte ad un film inerte, privo d’anima, nato per sfruttare la popolarità degli emoji e, allargando solo leggermente il discorso, quella dei cellulari, strumenti indispensabili per i rapporti sociali dei piccoli spettatori medi.

2

In sostanza ciò che stiamo guardando è un film commerciale che non è interessato, mai, neanche per un istante, alla storia che sta raccontando, né a creare una vera e propria empatia con chi sta seguendo il racconto (perché è molto più facile entrare in empatia con dei giocattoli, con delle emozioni, con entità che in un modo o nell’altro sono parte di noi, piuttosto che con delle fredde emoticon e il film questo probabilmente lo sa ma glissa in pieno sulla questione).

Messa così, tuttavia, la situazione sembra meno grave di quanto sia in realtà. Viviamo in un contesto di mercato libero, di libera iniziativa e ancor più libera concorrenza. Quindi è normale che qualcuno pensi ad un progetto che sfrutti la popolarità, neanche di un vero e proprio marchio quanto di quello che potremmo definire senza mezzi termini come un vero e proprio processo sociale, per quanto distorto possa essere tutto ciò, così come è normale che una casa di produzione attinga a del materiale già visto, già conosciuto, per confezionare un prodotto. Sony Animation non è la Pixar, né mai lo sarà, e il film sugli Emoji, lo abbiamo già detto, è una marchetta senza arte né parte, paradossalmente, sarebbe ben più strano se alla Sony evitassero di sbrigarsela facile organizzando un prodotto grazie a elementi già visti in altri contesti e di sicuro successo.

3

Anche il discorso sull’empatia con le entità in gioco in realtà potrebbe assumere una profondità nuova solamente spostando il punto di vista. Io ho venticinque anni, e voi che mi state leggendo probabilmente sarete più grandi di me o miei coetanei. Potreste essere anche più giovani di me ma raramente avrete (meglio, avremo) gli anni degli spettatori medi di questo film.

Il punto è che tutti noi utilizziamo i nostri telefonini in maniera completamente diversa dalle nuove generazioni, dai giovanissimi. Per loro, il cellulare è diventato, più che un’appendice del loro corpo, un vero e proprio elemento imprescindibile delle loro esistenze, potremmo dire un oggetto attraverso cui analizzano il reale e proprio per questo, per quanto scorretta questa lettura dei fatti possa essere (perché sottomettersi ad un oggetto tecnologico così a fondo?), potrebbe anche aver senso credere che le giovani generazioni possano affezionarsi alle storie di un Emoji così come noi ci siamo appassionati alle storie di alcuni giocattoli e del loro padrone.

Ma c’è un elemento che condanna imprescindibilmente Emoji, che fa in modo che esso mostri la sua vera natura, che rende il film l’insincera e maliziosa baracconata a cui si accennava in precedenza.

4

Emoji non ha una morale, non ha un insegnamento, da lasciare ai suoi piccoli spettatori. Potremmo dirla meglio, lasciando al contempo che l’alone inquietante di questa affermazione si schiuda pienamente: Emoji lancia un messaggio convenientemente contraddittorio. Con una strategia ai limiti del colto, quella del doppio finale di impianto Mozartiano, Emoji ha due finali che si distruggono a vicenda finendo per fare a pezzi l’intero film. Il primo finale una morale ce l’ha. Emoji in effetti sembra porsi come una sorta di elogio all’unicità e un attacco all’omologazione a tutti i costi. Alla fine del film Gene riesce ad emanciparsi, può provare altre emozioni oltre a quella standard. Riesce a distinguersi dalla massa ed al contempo non viene più considerato “il tipo strano” dalle altre Emoji.

Bel messaggio, davvero, non c’è che dire, utile soprattutto quando il tuo pubblico di riferimento (i ragazzini, i preadolescenti) si ritrovano in contesti sociali in cui vigono il bullismo, i giudizi feroci e gratuiti, l’isolamento del diverso. Il punto, tuttavia, è che questo messaggio che racchiude in sé un elemento interessante, formativo potremmo dire, vengono fatti saltare in aria senza neanche un minimo di senso di colpa. Nei momenti finali, Alex decide di non cancellare più i dati dal suo telefono e, seguendo il consiglio del suo migliore amico tenta un approccio con la ragazzina che gli piace dopo averla vista di sfuggita passeggiare a pochi metri da lui.

5

Un approccio tramite un messaggio di Whatsapp. Nella scena successiva, quella del ballo della scuola, pochi studenti sono effettivamente impegnati in attività che sviluppano in maniera costruttiva i rapporti sociali. La maggior parte comunica tramite messaggi, aggiorna i propri stati social e si scatta selfie, ed è proprio un selfie, tra l’altro, che chiude il film.

Il punto sta proprio qui. In un primo momento Emoji sembra essere un alfiere contro l’omologazione, contro il bullismo, contro l’isolamento ed una manciata di secondi dopo, indirettamente, annulla i buoni propositi iniziali arrivando letteralmente a glorificare quel cellulare che è lo strumento di isolamento principale per adolescenti e preadolescenti, oltreché il mezzo prediletto attraverso cui porre in atto attacchi personali alla vittima di turno (il “tipo strano” della classe a cui prima si accennava) diffamazioni, malelingue, atti di cyberbullismo et similia. Non ci si inganni, Emoji non promuove un utilizzo consapevole del telefono, mai, neanche per una volta. Alex non lo molla neanche per un attimo, nessuno dei personaggi in gioco se ne separa mai ed il nostro protagonista non è neanche in grado di approcciare una ragazza senza l’utilizzo della tecnologia. Non solo, tutta la “mitologia” di Emoji promuove una costante “cura” del proprio telefono. Un telefono ogni volta che viene venduto subisce un reset e la conseguente distruzione del piccolo mondo di emoticon ed applicazioni “vive” che lo abitano, l’invito indiretto quindi è a non separarsi mai dal proprio smartphone, a meno che non vogliamo essere considerati autori di un vero e proprio genocidio.

6

Enoji non ha un messaggio, neanche qualcosa di semplice come la promozione di un utilizzo consapevole della tecnologia, Emoji fa uscire i piccoli spettatori dalla sala esattamente come sono entrati, rassicurandoli sul fatto che se giorno dopo giorno diventano sempre di più individui privi di abilità sociali e isolati a causa della tecnologia in fondo non c’è niente di male.

Emoji è un film infido, un film per bambini che però non è dalla parte dei bambini, preferendo piuttosto fare il gioco delle multinazionali della tecnologia e delle telecomunicazioni (che hanno partecipato di buon grado alla produzione del film anche solo cedendo i diritti di sfruttamento di loghi e applicazioni ufficiali). Prendendo consapevolezza di tutto ciò, il disegno, gli intenti alle spalle del film appaiono molto più chiari tra l’altro: non può esserci un film quantomeno critico contro la tecnologia se i colossi della telecomunicazione (o loro affiliati) finanziano il film stesso.

A questo punto però vi chiedo: siete davvero sicuri che questo è il film che vorreste far vedere ai vostri figli?

Alessio Baronci

© Riproduzione Riservata