Thor Ragnarok – Recensione

L’opinione comune è che probabilmente la Marvel ha regalato a Thor il film che il dio norreno meritava da tempo, la cosa più interessante, tuttavia, è capire come tutto questo sia stato costruito.

Tre sono gli elementi principali che bisogna tenere d’occhio quando si riflette su Ragnarok. Da un lato c’è James Gunn. Non lo dice mai nessuno ma James Gunn sta diventando una sorta di braccio destro di Kevin Feige, lo stesso Kevin Feige che è in sostanza lo showrunner di tutto il MCU. Finora i meccanismi si muovono ancora un po’ troppo in sordina ma gli indizi che lasciano intendere quanto Gunn sia effettivamente coinvolto nella modellazione creativa di tutto l’universo narrativo del franchise si trovano, se sai dove cercare. Gunn si sta trasformando lentamente nel portavoce di Feige con la stampa; è il regista che sta lentamente svelando indizi sulla Phase 4 dell’MCU, quella che seguirà il quarto Avengers ed è soprattutto colui che, in proporzione, ha diretto i due film (i due capitoli dei Guardians) che portano maggiormente avanti la trama orizzontale dell’universo narrativo. Personalmente, ho la sensazione che Gunn subentrerà a Feige come nuovo showrunner dalla fase 4 in poi, ma per ora è importante lavorare sul dato oggettivo che la presenza del nostro uomo ci “dice” in rapporto a ciò che vediamo e cioè che James Gunn sta lentamente scalando i ranghi della Casa delle Idee e le sue parole, le sue decisioni, stanno acquisendo sempre più importanza man mano che passa il tempo.

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Al secondo vertice di questo ipotetico triangolo creativo c’è Taiki Waititi. Waititi è un giovane autore neozelandese che è riuscito ad elevare l’elemento dolce-amaro tipicamente insito nell’inconscio collettivo del suo popolo (la Nuova-Zelanda, ma anche l’Australia, sono terre fertili, luminose, ricche, ma sono anche zone “grigie” in cui sono ancora presenti episodi di mal sopportazione dei nativi, in cui fenomeni come l’alcolismo, il suicidio o la delinquenza violenta sono all’ordine del giorno) a cifra stilistica principale del suo cinema. Il film che l’ha fatto conoscere al suo pubblico, What We Do In The Shadows, funziona benissimo sia come manifesto della sua poetica che come cartina tornasole per analizzare il suo impatto creativo su Ragnarok.

What We Do In The Shadows è un mockumentary su quattro vampiri neozelandesi che condividono un appartamento a Wellington e che si preparano all’annuale party della gilda di esseri soprannaturali a cui appartengono. What We Do In The Shadows si regge su un delicatissimo equilibrio: la sua anima sembra nutrirsi di una strana forma di comicità mista ad assurdo, che si manifesta nei rapporti tra i vari personaggi ma anche dalla ricercata goffaggine di alcune soluzioni sceniche, come il nascondere volutamente male i cavi che aiutano gli attori nei movimenti di alcune sequenze d’azione. Al contempo, tuttavia, a far da contraltare a quest’atmosfera leggera nel film si notano alcuni picchi di drammaticità inaspettata. Non sarebbe troppo assurdo definire alcune soluzioni del film di Waititi come splatter ed al contempo non bisogna sottovalutare quanto l’ultimo atto del film si giochi tutto su una tensione crescente e su un epilogo (almeno in un primo momento) straordinariamente drammatico.

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Il terzo vertice del triangolo è infine costituito da un elemento forse più pragmatico rispetto a quelli annotati fino ad un momento fa ma che non per questo possiamo permetterci di sottovalutare.

Giunta alla fine del suo viaggio produttivo, la saga cinematografica di Thor, un po’ come è già accaduto con il Wolverine di Mangold, si rende conto che ormai può permettersi di osare, di alzare l’asticella, di premere sul pedale dell’acceleratore, proprio perché, finalmente, i giochi sono fatti ed ormai non c’è più niente da perdere. Si tratta, tra l’altro, di un desiderio di ribellione, di rompere gli schemi, di sciogliersi un po’ e di spogliarsi della seriosità che il loro abito divino implica che contraddistingue anche gli attori principali del film, che in fondo si conoscono ormai da quasi dieci anni.

E allora, se partiamo da qui, dalla fertilità di questo terreno che in buona sostanza desidera ardentemente essere scosso fin dalle più profonde fondamenta, e punta a liberarsi dall’alone di ampollosità ad un tempo Shakesperiana, ad un altro televisiva di cui l’avevano vestito prima Kenneth Branagh e poi Alan Taylor, forse ci risulta molto più facile unire i vari puntini e le linee fin qui tracciate.

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Ragnarok sembra nutrirsi dell’estetica dei Guardians di Gunn. E allora eccolo qui James Gunn, che da addetto stampa personale di Kevin Feige diventa eminenza occulta incaricata di restaurare, letteralmente, il franchise di Thor in tempo per il suo ultimo, folle volo. I toni generali del film, i colori, i più o meno delicati ammiccamenti agli 80’s molto probabilmente sono conseguenze di suggerimenti di Gunn, che però, elemento fondamentale, non sembra voler travalicare mai la zona, il territorio operativo di Waititi, i cui apporti al film sono riconoscibilissimi, se, nuovamente, sai dove cercare. La gestione dei rapporti tra i personaggi, la loro leggerezza, l’enfasi su un ricorrente elemento di fratellanza (tra Thor e Loki, ma anche tra Thor e Hulk) sono tutte strutture tipiche della poetica di Waititi che da sempre, lo abbiamo visto, è interessato a portare su schermo le tensioni tra entità poste agli antipodi di una stessa comunità. È proprio all’interno delle linee che descrivono i rapporti tra i vari personaggi che tra l’altro torna quell’equilibrio di atmosfere dolce-amare a cui accennavamo qualche riga fa. Ragnarok è in sostanza un film multiforme. In una prima serie di inquadrature la rilassatezza del cast e l’affiatamento che scorre tra di loro è palpabile: Chris Hemsworth si diverte come un matto a portare avanti le coreografie dei combattimenti o a comportarsi da sbadato nel Sancta Sanctorum di Doctor Strange; Tom Hiddleston si presta di buon grado a fare la caricatura del suo Loki o a lasciarsi lanciare a peso morto contro i nemici; Mark Ruffalo si lascia andare e ci regala forse la versione più bella del suo Bruce Banner, genio insicuro, preda di costanti crisi di panico e tormentato costantemente dal fantasma di Tony Stark. Al contempo, tuttavia, ogni singolo momento luminoso è costantemente controbilanciato da sequenze in cui la drammaticità non solo si fa palpabile ma viene gestita con mano ferma e precisa, che si tratti di portare in scena esecuzioni in massa di civili, fughe, morti di personaggi cardine del franchise o apparizioni improvvise di nemici sconosciuti.

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Lo ripetiamo una volta di più, Ragnarok è il film di cui il franchise del dio norreno aveva bisogno, ma al di là di questo, molto probabilmente ci troviamo di fronte ad un film di una certa importanza per motivi ben più profondi: in primo luogo è la pellicola che segna il convincente ingresso al tavolo “dei grandi” di un autore, Taiki Waititi, profondo e coerente, che ci auguriamo continui su questa strada così luminosa, ma al di là di questo, Ragnarok è un prodotto che ci aiuta a riflettere, ancora una volta, sull’approccio creativo che la Marvel sta portando avanti con il suo MCU, un approccio che, a fronte di tutte le riflessioni portate avanti finora, possiamo definire come un controllo che non può prescindere dalla poetica del regista. Ragnarok non è un film Marvel…piuttosto, è un film di Waititi che la Marvel non ha fatto altro che “posizionare” al meglio all’interno del mercato e del franchise, ricordatevi di queste parole quando qualcuno vi dirà che alla Marvel ammazzano la creatività del singolo.

Alessio Baronci

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