Snowman ovvero il trionfo dell’ incomunicabilità.

Succede spesso, anzi, è oramai pratica consolidata lo sfruttamento di un best-seller di successo da parte delle major Hollywoodiane. Di esempi ne potremo citare miliardi a seconda del target di riferimento, del genere, del nome coinvolto, etc. Ciò che conta, però, sta sempre nella consapevolezza, nella riuscita collaborazione o, quanto meno, nella comunicazione tra le parti in causa (regista, soggettista, sceneggiatore/i, produzione) in piena coscienza del lavoro che si sta svolgendo, nel momento in cui si mette in pratica l’adattamento, e della specificità dei professionisti con cui ciò viene fatto. Non che questa formula si riveli un automatico e sicuro successo anche al botteghino,tutt’altro. Talvolta, pur ripagando le uscite economiche, il primo passo si rivela incapace di creare quell’effetto traino che spinge i produttori a insistere o la formula si esaurisce nel tempo.

In questo caso, si pone alla nostra attenzione un genere, il giallo investigativo con venature noir, che sembra funzionare sempre alla grande per cinema e piccolo schermo. Pensiamo alla trilogia Millenium di Stieg Larsson, alle varie trasposizioni del commissario Wallander, nato dalla penna di Henning Mankell, e alla recente scoperta dei testi di Camilla Läckberg. Si nota facilmente come questa categoria giallistica di tradizione scandinava, attiri su di sé un a certa attenzione: in queste storie il confine tra bene e male è indefinito, cristallizzato dentro atmosfere innevate e immobili, dove i personaggi si muovono dentro le zone grigie dell’animo umano e l’efferatezza del crimine svela traumi indicibili che possono toccare sa gli assassini e che gli antieroi che danno loro la caccia.

Dette queste premesse, è facile capire perché la trasposizione sul grande schermo del romanzo Snowman (trad. italiana L’uomo di neve) dello scrittore norvegese Jo Nesbø fosse solo questione di tempo; uno dei libri più famosi del genere non poteva certamente restare inutilizzato. La storia segue il detective Harry Hole mentre indaga su una serie di omicidi messi in pratica da un serial killer che rapisce solo donne sposate, ne fa a pezzi i corpi e lascia un pupazzo di neve sul luogo del delitto, come firma.

snowmanSin dall’inizio, lo dico subito, questo progetto ha destato non poche perplessità. Al di là del precedente di The Girl with the Dragon Tattoo di Fincher, i cui incassi hanno così disatteso le aspettative da bloccare sul nascere la produzione di ulteriori adattamenti la produzione dei successivi capitoli della trilogia di Larsson, sono altre le vicende che non facevano tornare completamente i conti. Prima l’abbandono di Martin Scorsese dietro la macchina da presa, ritagliatosi poi in veste di produttore esecutivo (probabilmente troppo impegnato con Netflix per il suo The Irishman). Il nome del sostituto è di Tomas Alfredson, un regista con soli due film all’attivo e zero esperienza negli Usa. Sarà per la curiosità di vedere trasposto un romanzo di Nesbø, sarà per il cast sublime, con Michael Fassbeneder e Rebecca Ferguson e le partecipazioni di interpreti robusti come J.K. Simmons, Charoltte Gainsbourg e Chloë Sevigny, o per la semplice curiosità di vedere un buon giallo, ma un po’ di ottimismo non era del tutto da scartare.

I grandi nomi, però, non fanno necessariamente il buon film.

Per scendere più nello specifico, l’aspetto più spiacevole nel caso di Snowman non siamo di fronte ad un brutto film, nel senso estetico del termine, né ad una sceneggiatura scritta male o ad un livello tecnico risibile, no quello che vediamo è un fallimento produttivo dove le colpe sono diverse e non semplici da rintracciare. Ciò che Snowman mette in evidenza è proprio l’incomunicabilità tra le parti, come se ad un certo punto qualcosa fosse andato storto, ma nessuno ha provato a intervenire.

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Come regista, Tomas Alfredson non è certo nuovo alle trasposizioni (Lasciami entrare era tratto dal romanzo di John Ajvide Lindqvist e La Talpa da un best-seller di John le Carré) e ciò che ha reso il suo approccio ogni volta interessante risiede in un’attenzione estetica che fa della rarefazione, della visualizzazione e della riduzione letteraria i suoi punti di forza per mettere in primo piano le psicologie, i legami e le interazioni tra personaggi. I drammi personali, le questioni irrisolte, i traumi, le mancanze, le distanze affettive e i turbamenti viscerali, stati d’animo seppur trattenuti che hanno ben poco in comune con gli atteggiamenti più standardizzati e lineari che si vedono in giro. Lasciami entrare aveva sì una trama che coinvolgeva omicidi, investigazione e gore ma il cuore del racconto risiedeva nella scoperta del male e delle pulsioni adolescenziali di un ragazzino attraverso l’amicizia con una misteriosa coetanea; La Talpa, che pur muoveva la narrazione con ritmi di tensione poco serrati, aveva tra i suoi meriti quello di raccontare un mondo di menzogne, doppio gioco e tradimenti attraverso una sfaccettata caratterizzazione dei personaggi e un acuto ribaltamento dei canoni della spy-story. Con un curriculum del genere è logico credere in uno come Alfredson ma la verità è con questa pellicola non ha avuto modo di dire nulla.

Oltre un’atmosfera gelida e nevosa e un’ambiente, quello della Norvegia, particolarmente gretto e con qualche scheletro nell’armadio, la regia di Alfredson, mai come in questo caso, appare impalpabile, svogliata e impossibilitato a dare voce alle sue idee. La caccia al serial killer, il rapporto indagine/vita privata e tutta la caratterizzazione dei personaggi non hanno il fascino della base letteraria. Quello che dispiace di più è che le idee in fondo ci sono: c’è la volontà di spezzare il racconto, di giocare con la convenzionalità del genere e di stabilire un rapporto uomo/ambiente ancora una volta segnato dalle distanze, dalla lontananza delle figure genitoriali e dall’egoismo. Si afferra la difficoltà del regista,mi azzardo a ipotizzare, nel voler recuperare quei motivi ricorrenti della sua filmografia e la cosa non avrebbe certo fatto male nell’ambito di una simile trasposizione, ma sembra che qualcuno gli abbia remato contro. Il montaggio tenta di salvare il salvabile ma non basta e quello che resta di Snowman è un ibrido confuso, vuoto e insipido. 

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I personaggi non hanno nulla della profondità narrativa del testo, nonostante l’affiatamento e la sicurezza degli interpreti non è mai messa in discussione. Eppure non si riesce mai a entrare nel mondo scombinato del detective alcolizzato di Fassbender, ad afferrarne il tormento e l’anafettività che caratterizzano la sua vita; resta in superficie, il dolore e il la natura doppiogiochista dell’agente Bratt, interpretata da Rebecca Ferguson, e persino la piatta ambiguità delle figure secondarie lascia molto a desiderare.

Alla fine, sembra che nessuno ci abbia creduto davvero in questo lavoro (lo stesso Scorsese sembra più un prestanome), che tutti si siano accontentati, come dimostra anche la mancata cura nel marketing (almeno per attirare i lettori, che saranno i primi ad attaccare questa trasposizione) e che le stesse possibilità di Alfredson siano state mortificate sul nascere (o forse non hanno compreso subito che tipo di personaggio fosse).

In conclusione, ha vinto l’incomunicabilità, il progetto è crollato lentamente sotto il peso del disinteresse generale e il risultato è che Snowman passerà in sala senza lasciare il minimo segno. Questa volta la promettente combinazione di grandi nomi (un maestro come Scorsese, un bravo regista come Alfredson e un grande interprete come Fassbender) e best-seller di successo è stato un vero e proprio buco nell’acqua, che spero possa servire come pietra di paragone per non cadere più in simili strafalcioni.

Laura Sciarretta

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