Snowman E Il Trionfo Dell’ Incomunicabilità

La scelta di adattare un best-seller di successo per cavalcarne l’onda e di tirarne fuori un film per il grande pubblico è una pratica consolidata e (talvolta) ben sfruttata dalle major Hollywoodiane. A seconda del target di riferimento, del genere, del nome coinvolto e del tipo di operazione che si sta portando avanti è necessario lavorare nella più totale chiarezza d’intenti. Spesso e volentieri queste operazioni hanno replicato, se non aumentato, la portata del fenomeno letterario, altre volte no. Succede da sempre e va bene così. Tutto si gioca sulla consapevolezza degli intenti con cui si lavora, sul peso della collaborazione e soprattutto della comunicazione che si instaura tra le parti in causa (regista, soggettista, sceneggiatore/i, produzione). Non che questa formula si riveli un automatico e sicuro successo al botteghino, tutt’altro, ma è di certo la condizione ottimale perché il progetto non crolli su sé stesso. Talvolta, molto semplicemente, non si riesce a mettere in comunicazione le diverse istanze che si muovono alla base del film (quelle economiche e quelle creative), che il tutto proceda in modo confuso, portando così al fallimento della macchina produttiva. Nel caso di Snowman, pellicola di cui mi accingo a parlare, è successo esattamente questo.

Si tratta dell’adattamento di uno dei romanzi più famosi dello scrittore Jo Nesbø, il settimo su undici che vede protagonista il detective Harry Hole, personaggio di fantasia tanto brillante quanto rude, chiamato a investigare su una serie di efferati omicidi ad opera di un serial killer che rapisce giovani madri di famiglia e ne fa a pezzi i corpi, dopo aver lasciato sul luogo del rapimento un pupazzo di neve come firma. 

Provando a ripensare ai precedenti casi di questo genere, ci si rende già conto che l’operazione in sé presenta più incognite che certezze. I tentativi di portare sul grande schermo la saga Millenium dell’autore Stieg Larsson, si sono rivelati non proprio eccezionali. La trasposizione completa della trilogia di produzione svedese (ad opera di Niels Alden Oplev e Daniel Alfredson) si regge completamente sul carisma di Noomi Rapace mostrando delle debolezze in termini di messa in scena, più adatta ad un format televisivo, un discorso non dissimile per quanto riguarda i film per la tv tratti dai romanzi di Henning Mankell (con protagonista il famoso commissario Wallander) o di Camilla Läckberg. The Girl with the Dragon Tattoo di David Fincher doveva essere il primo film a rilanciare la saga Millenium al cinema ma, nonostante l’ottimo lavoro del regista e un cast di tutto rispetto, non ha avuto il successo sperato, obbligando così la produzione a ripensare l’intero progetto per i futuri capitoli.

Per farla breve, Snowman si portava dietro dei punti interrogativi non indifferenti, in parte compensati dalla curiosità di vedere all’opera un grandissimo autore come Martin Scorsese produttore esecutivo del progetto; in cabina di regia il talentuoso e affermato Tomas Alfredson e una cast formato da nomi del calibro di Michael Fassbeneder, Rebecca Ferguson, J.K. Simmons, Val Kilmer, Charoltte Gainsbourg e Chloë Sevigny e il film prende forma. Purtroppo nel momento in cui ci si trova a dover guardare il prodotto finito ci si rende conto quasi subito che molte cose non funzionano e che, mai come in questo caso, la montagna ha partorito un topolino davvero ingombrante.

Non perché sia un’opera esteticamente sbagliata, anzi sfrutta molto bene le atmosfere fredde e immobili del luogo (la storia è ambientata a Oslo) e la regia di Alfredson si mantiene sempre su un alto livello di eleganza, ma Il problema principale è proprio nella confusione interna all’organizzazione narrativa e costitutiva di Snowman.

Dell’antieroe protagonista non sappiamo praticamente nulla, non si capisce cosa lo spinga a preferire un’esistenza solitaria e problematica di egocentrico alcolizzato. L’indagine ad un certo punto sembra coinvolgere un noto politico della zona per poi svilupparsi in modo casuale e troppo repentino. La stessa ambiguità morale che dovrebbe essere il cardine su cui costruire i personaggi principali appare assai superficiale. Per non parlare di tutti quegli aspetti che potevano trovare qualche corrispondenza nelle istanze creative di Scorsese (che di fatto avrebbe dovuto dirigere Snowman, probabilmente troppo impegnato nella lavorazione dell’attesissimo film Netflix The Irishman) ma che nelle mani di Alfredson vengono totalmente ignorate. 

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Peccato che proprio Tomas Alfredson, dopo due ottimi film come Lasciami entrare e (seppur di genere differente) La Talpa in cui il suo approccio formale stilisticamente rarefatto si univa bene a due racconti che mettevano in primo piano le psicologie, i traumi e i sentimenti dei propri personaggi, non sia riuscito a dare un taglio personale all’interno del processo creativo di Snowman, dando invece l’impressione di aver lavorato in un clima di caos assoluto senza una linea precisa. Appare evidente la troppa fretta con cui lo sviluppo procede, come se la produzione avesse deciso di cambiare in corso d’opera quali scene inserire e quali no e anche il montaggio di Thelma Schoonmaker appare più come un tentativo di ricostruire un edificio che sta comunque crollando.

Alfredson come detto sopra ci prova, ma non basta.

Costruisce un paio di situazioni visivamente efficaci grazie sulle riprese dei paesaggi soffocati dalla neve, l’alternanza di totali e dettagli che delineano perfettamente l’idea di un quadro sociale frammentato e irrisolto, che trova una corrispondenza con la difficoltà dei personaggi di scendere a patti con i propri fantasmi e tenere insieme i pezzi del proprio privato (non solo Harry Hole con la sua ex e il figlio di lei ma anche l’agente Bratt con il suo passato; le famiglie coinvolte nel caso e persino lo stesso serial killer). Il nucleo familiare si fa appunto corpo smembrato e oramai distrutto dall’egoismo e dalle debolezze delle figure genitoriali verso i figli, l’unico aspetto su cui Alfredson prova a dire qualcosa e che sembra rientrare dentro quelle riflessioni che già erano presenti, seppur trattate con ben altra complessità, in Lasciami Entrare e La Talpa.

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Questo film invece procede sin dall’inizio con il pilota automatico inserito senza regalare mai un sussulto, un motivo per temere della sorte dei personaggi e la stessa sceneggiatura non viene mai valorizzata nelle sue componenti. Gli attori per fortuna sono gli agenti meno colpevoli del disastro generale di cui è vittima Snowman, che provano a mettercela tutta a dare vita a dei personaggi totalmente svuotati del fascino e della complessità offerti dal testo di partenza. Se Fassbender è un’assoluta garanzia, capace di brillare anche in film modesti, Rebecca Ferguson è una piacevole conferma, capace di regalare quel leggero grado di empatia che fa la differenza mentre Charoltte Gainsbourg e soprattutto Chloë Sevigny brillano seppur in ruoli abbastanza marginali.

Snowman si dimostra così un giallo anonimo, incapace di incuriosire, di lasciare anche solo un minimo segno nella testa di chi guarda e si rivela un fallimento completo per la speranza di chi voleva di provare a costruire un franchise attorno alle storie scritte da un nome di richiamo come Joe Nesbø. Se Scorsese fosse rimasto saldo nella sua posizione, se fosse stato chiaro sin dal principio il percorso da intraprendere, se lo stesso Alfredson fosse riuscito a lavorare in condizioni ottimali, senza troppe pressioni, probabilmente oggi staremmo parlando di un altro film e non della delusione più cocente e inattesa della stagione.

Laura Sciarretta

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