RomaFF12 – Cabros de mierda

Cabros de Mierda di Gonzalo Justiniano, presentato alla Festa del cinema di Roma, è una finestra su un periodo storico in un particolare paese che in pochi conoscono. Il governo di Pinochet, la sua dittatura in Cile negli anni ’60, ha generato così tanto dolore, così tanti morti, che, come gli europei e gli americani producono continuamente film sull’olocausto, anche loro dovevano avere il loro Hiroshima Mon Amour. Certo non si vuole qui paragonare i due film, quello di Alain Resnais un vero capolavoro della storia del cinema, ma si vuole dare un peso al prodotto. Per tutto noi Hiroshima Mon Amour è un pilastro della storia del cinema, cambia il sistema narrativo, introduce il dolore nell’amore e apre fessure nel passato. Allo stesso modo i protagonisti di Cabros de Mierda hanno una origine diversa, lui un yankee, lei cilena, e attraverso il loro rapporto si articola il racconto. Gladys, la donna cilena, vive in un periodo storico drammatico sotto la dittatura di Pinochet insieme alla madre Gladys e alla nipote, anch’ella di nome Gladys, cosa estremamente comune nei paesi sudamericani. Samuel Thompson, giovane e attraente pastore, un yankee che vuole “portare il progresso nel terzo mondo”, rappresenta quel modello americano amato e odiato da tutto il popolo sudamericano. Vladi, nipotino di Gladys che vive anche lui con la zia-protagonista è l’emblema, seppur innocente, di un modo di vivere tutto sudamericano: ritrova la bellezza nei gesti relativi alle piccole cose, come lavare i piatti che ci permette di condividere un momento di serenità insieme a qualcuno con cui chiacchierare. Vladi, simbolo anche della speranza e della spensieratezza resta il fulcro di tutto il film insieme a Gladys, lasciando per Simon solo lo “sguardo” di un occidente tecnologizzato e capitalista in contrapposizione a un sistema dittatoriale fascista e repressivo. Ed è infatti il tema della rivoluzione che emerge costantemente, la ribellione di coloro che cercano di ingegnarsi affinché si mostri come il popolo sia contrario a quella dittatura. Ed è attraverso il continuo salto tra immagini di repertorio e le azioni delle persone-personaggi che avviene ciò. Grazie all’escamotage per cui Samuel riprende costantemente ciò che avviene per le strade, che il racconto fa i suoi rimbalzi tra passato storico e presente cinematografico. Un presente che è già passato grazie all’apertura nel presente del pubblico che vede Samuel tornare in Cile per recuperare il materiale che aveva girato e parlare con la piccola Gladys ormai diventata una donna. Il recupero della memoria avviene proprio nel museo dedicato agli eventi degli anni ’70. La denuncia delle torture e della violenza nelle soppressioni non sarà mai quella di Detroit, altro film presentato alla Festa del Cinema di Roma (RFF12), ma riesce comunque ad arrivare in modo chiaro ed empatico ad uno spettatore che si troverà inevitabilmente coinvolto dai personaggi presentati nel film. Come si entra attraverso una finestra generata dalle fotografie, così il film si chiude in un primo piano davvero commovente.

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Redazione

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Gabriela Primicerio

Laureata alla Sapienza in Spettacolo teatrale, cinematografico, digitale: teorie e tecniche, ha conseguito il diploma di Master in Gestione della produzione cinematografica e televisiva presso la Luiss. Costantemente in cerca di nuove sfide professionali.