Roma FF12 – Who we are now

Who we are now è un titolo che deve molto al melò sociale per storia e impostazione classica ma mantiene intatta la sua anima indie e low budget. Racconta il dramma di chi deve affrontare ogni giorno un sofferto percorso di risalita e riaffermazione per liberarsi di un passato di cui si è prigionieri per via di errori a cui non è facile concedere (e concedersi) il perdono.

L’intenzione sulla carta del regista Matthew Newton era davvero lodevole ma non è bastato per creare un risultato apprezzabile.

Partiamo dalla trama:

Beth esce di prigione dopo dieci anni grazie alla buona condotta e spinta dalla fiducia di poter ricominciare da capo.  Suo figlio Alec nel frattempo è stato affidato alla sorella Gabby ed è cresciuto senza sapere chi sia Beth. La famiglia, infatti, ha deciso di proteggerlo dal passato della madre escludendola completamente dalla vita del bambino. La donna vuole riaverlo ma tra lavori che sfumano e il posto da manicure poco remunerativo ha ben poche possibilità. Si rivolge ad un’associazione di avvocati pro bono per rappresentarla ma la custodia congiunta di Alec non gli viene concessa e gli zii, forti delle ragioni della legge, minacciano di ottenere l’affidamento esclusivo togliendo a Beth ogni speranza.

La donna sembra aver perso fiducia in sé stessa, finché l’inesperta e idealista Jess, neodiplomata che vuole riscattarsi dopo una causa finita male, la convince a lottare insieme in vista della prossima udienza. Nel frattempo Beth conosce anche Peter, ragazzo rimorchiato in un bar, che come lei si porta dentro le cicatrici di una vita dolorosa, i cui traumi lo hanno da tempo allontanano da una figlia che non vede mai.

Dove il film voglia andare a parare è facile capirlo nonostante un approccio più minimalista e indipendente del solito; peccato che Who we are now rinuncia a far luce sulle cicatrici della protagonista, a scavare davvero nelle esistenze di persone come lei e resta sempre troppo composto per affondare le mani nella sporcizia che rivela. I dialoghi, la caratterizzazione e l’impianto drammaturgico sono talmente canonici e anonimi che sembra quasi di vedere la brutta copia di un film già visto, rimarcando un senso di delusione sempre più fastidioso, specie se considerato il potenziale drammatico alla base del soggetto (alcolismo, prigione, stress post traumatico, famiglie disagiate).

L’occasione per tirare fuori il meglio da queste storie di quotidiana indifferenza e di dolore incompreso era alla portata proprio per sbattere in faccia allo spettatore il dramma di gente comune, persone che hanno sbagliato e che vogliono solo ricominciare. La difficoltà di camminare a testa alta sotto il giudizio e l’egoismo della gente, il senso di sconfitta e la possibilità di rialzarsi sono però solo buoni propositi che restano lì, soffocati da una banalità e da un disinteresse generale che contraddice tutte le buone intenzioni nella costruzione di Newton.

Il dualismo che vede Beth da una parte e Jess dall’altra serve unicamente a dirci che queste due donne condividono uno sguardo amaro sulle ingiustizie sociali, che il sistema non funziona e che bisogna comunque lottare, ma non ci offre una visuale privilegiata su chi sono loro, sulle cosa le rende tali o sul dramma che le lega se non attraverso una scrittura insignificante. Ciò che accade, i fattori che le conducono sulla stessa strada svelano uno schema tanto macchinoso quanto fasullo. Who we are now riesce persino a sprecare il buon materiale umano a disposizione. Gli interpreti Julianne NicholsonZachary Quinto e la giovane Emma Roberts non bastano, infatti, a concedere un minimo di spessore in più a personaggi troppo piatti per toccare le corde emotive di chi guarda.

Se confrontiamo questo film con i recenti risultati del piccolo schermo, ad esempio con una serie come This is us, allora il giudizio è ancora più impietoso. Nella gestione degli episodi, nel trattamento del soggetto e nella messa in scena la televisione ha dimostrato di aver superato certi confini e di aver già compreso come raccontare la piccola gente e i loro drammi adeguandosi al nostro tempo, cosa che qui non accade mai se non in modo claudicante.

Magari, senza saperlo, ci troviamo davanti al tipico titolone desideroso di ottenere consensi, del genere “abbiamo raccontato questo per aprirvi gli occhi” ma la resa finale ci dice ben altro. Senza dubbio Who we are now ci prova a mettere in scena un dramma sociale tanto attuale quanto necessario, quello dei suoi fragili personaggi e di un sistema che non li aiuta a reinserirsi, ma lo fa nel modo più sbagliato possibile.

Laura Sciarretta
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