Qualcuno ha appena ucciso il concetto stesso di video-arte e l’ha fatta franca

Due parole su quell’oggetto strano che porta il nome di videoarte. Chiamiamo videoarte qualsiasi espressione artistica che si strutturi attorno alla riproduzione di immagini in movimento. Come il cinema, direte voi? Non esattamente, anzi, potremmo dire che la videoarte ed il cinema si muovono su due piani di esistenza praticamente opposti. Precisiamo che si può iniziare a parlare di videoarte se la tua opera incontra alcuni requisiti essenziali. Il prodotto di videoarte si discosta da quello cinematografico perché la diegesi ragiona in un modo del tutto diverso rispetto a quanto ci si potrebbe aspettare da un film. È videoarte un piano-sequenza di un uomo che cammina sui carboni ardenti, ma è video-arte anche un montaggio dal sapore randomico di trasmissioni televisive degli anni passati. È videoarte Empire di Andy Warhol, con la ripresa dell’Empire State Building durante il corso di un’intera giornata praticamente in tempo reale ma è videoarte anche Eraserhead di Lynch. Nella videoarte esistono fatti, ma raramente questi fatti si coagulano in un racconto con un inizio, uno svolgimento, una fine, proprio per questo, per questo modo così unico di intendere la diegesi, forse l’ultimo posto in cui sarebbe giusto inserire la videoarte è proprio la sala cinematografica, un luogo pieno di gente che (legittimamente) si aspetta di assistere ad una storia, non ad una sequela di immagini a cui solo in un secondo momento sarà possibile dare un senso (e non è sempre detto che ciò accadrà). Alla videoarte serve uno spettatore pronto ad assorbire ciò che avviene sullo schermo nel giusto modo, di converso serve un luogo diverso dalla sala cinematografica in cui esprimersi e, soprattutto, a volte serve una struttura (letteralmente, una struttura più o meno fisica) che detti, cadenzi, il succedersi delle immagini e guidi chi guarda nella comprensione dei vari filmati. Appena questi elementi fondamentali della fruizione artistica finiscono per mancare non solo ci troviamo più di fronte a qualcosa che non è più video-arte ma stiamo osservando qualcosa che finisce per snaturare l’essenza della video-arte stessa. In sostanza, ci troviamo di fronte a Manifesto.

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Qualche elemento di contesto: Manifesto è una video installazione di Julian Rosefeldt che tra il 2015 ed il 2016 è stata presentata a Sidney, Berlino e New York. In tutti e tre i casi l’installazione si sviluppa in una stanza di grandi dimensioni in cui si struttura un percorso marcato da tredici schermi su cui vengono proiettati tredici filmati diversi. Ogni schermo, ogni filmato, è costituito da una sequenza di dieci minuti e mezzo in cui Cate Blanchett, nei panni ogni volta di un personaggio diverso (una scienziata, un’insegnate, un’agente di borsa, un barbone, una vedova, una cantante punk e via dicendo) recita stralci di vari manifesti artistici del ‘900 (dal futurismo alla pop-art, dal surrealismo al minimalismo). Non bisogna lasciarsi ingannare, Manifesto è una video installazione molto più “vuota” di quanto possa apparire in realtà. L’idea di Rosefeldt è che l’arte permea il reale, è eterna e che in qualche modo modella le nostre vite. C’è passione, nel suo ragionamento ma c’è anche non poca ironia nel ribaltare spesso i progetti e i propositi espressi nei vari manifesti attraverso gli elementi, i gesti, i dettagli che emergono dal contesto ambientale e drammaturgico in cui gli stessi manifesti sono recitati (e così abbiamo un barbone che parla di equa ridistribuzione della ricchezza o una broker di Wall Street che parla per aforismi futuristi). Manifesto è un progetto che inizia e finisce qui, un’opera forse un po’ povera sul piano del contenuto o del messaggio ma che si riscatta completamente quando si riflette sulla pura forma attorno a cui si struttura l’opera di Rosefeldt. Tecnicamente, Manifesto tocca vette altissime. La fotografia è curatissima, i movimenti di macchina sono ben cadenzati, alle volte ai limiti del virtuosismo e la stessa attenzione al dettaglio si riscontra anche nella creazione delle varie ambientazioni in cui si strutturano le sequenze del progetto. Discorso a parte va fatto per Cate Blanchett. Probabilmente non è mai stata così in stato di grazia, non si è mai divertita così tanto, probabilmente non è mai esistita un’altra opera audiovisiva che letteralmente nascesse dalla sua attrice protagonista e si reggesse solo grazie a lei. Manifesto è Cate Blanchett, che è al contempo anche il centro, di volta in volta, da cui si irradiano i nuclei di significato e gli elementi di ciascuna sequenza, dalle ambientazioni, alla drammaturgia gestuale, ai suoni. Tutto si giustifica in lei

 

Al di là di questo, il progetto Manifesto trova la sua ragion d’essere anche nell’interessante rapporto che instaura con lo spettatore. Manifesto, inserita nel suo habitat naturale, il museo, finisce per sovrastare lo spettatore. Le immagini dei dodici manifesti scorrono in loop e ad alto volume di fronte a chi guarda, le singole parole dei vari manifesti si confondono sempre, almeno in un primo momento, in una cacofonia inestricabile. In assenza, come si diceva all’inizio, di una vera e propria diegesi, ecco che Manifesto invita ogni spettatore a crearsi un proprio personale montaggio del progetto. Ognuno di noi può rimanere all’interno della sala dell’installazione quanto tempo vuole (e quindi ecco che le quasi tre ore totali di girato si riducono o si espandono a seconda della volontà di chi guarda) e può, soprattutto, scegliere cosa e quanto guardare di Manifesto. Lo spettatore x può infatti rimanere nella stanza per dieci minuti e guardare per otto minuti il segmento sul dadaismo e per altri due quello sul futurismo, ignorando gli altri; lo spettatore y può entrare in contatto con Manifesto per cinquanta minuti limitandosi a guardare solo cinque segmenti sui tredici totali; altri invece entreranno più volte nella sala desiderosi di guardare le sequenze di Manifesto in tutta la loro lunghezza. Ancora una volta ecco che il progetto di Rosefeldt, se da un lato si presenta insufficiente sul piano del contenuto dall’altro si riscatta completamente su quello della forma, essendo tra le altre cose dotato di una struttura malleabile a tal punto che dieci spettatori diversi potrebbero tranquillamente vedere dieci incarnazioni differenti di Manifesto.

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Peccato, tuttavia, che tutte queste premesse vadano allegramente a morire nel momento in cui si compie l’insano gesto di dare ad un’installazione di videoarte una versione cinematografica. La versione di Manifesto che è girata in alcune delle nostre sale il 23, 24 e 25 Ottobre è un disinvolto montaggio del progetto di Rosefeldt. Il girato scende da quasi tre ore ai canonici novanta minuti, mancano moltissime inquadrature e altrettante battute, è vero, ma la cosa peggiore è che trovandoci di fronte ad un vero e proprio lungometraggio montato prima di qualsiasi altra cosa si perde uno dei nuclei centrali di Manifesto, quella sorta di diegesi personalizzata che trasforma ogni singola visione del progetto di Rosefeldt in un’esperienza unica. Ora è il film a decidere cosa devi guardare e quanto devi guardarlo, ora è lui a scandire i tempi e a moderare l’esperienza di visione. Ma allora qui non si sta più parlando di video arte ma di cinema, meglio, si sta parlando di cinema forse in uno dei pochissimi casi in cui non si dovrebbe assolutamente farlo. La versione Theatrical, cinematografica è un’opera volontariamente tirannica, resa tale dall’ignoranza della distribuzione originaria che evidentemente non ha compreso appieno il potenziale di ciò che avevano tra le mani. Manifesto diventa così un progetto ordinario, privo della libertà e della freschezza che caratterizzavano il progetto originario, gli stessi elementi, tra l’altro, che rendevano l’opera di Rosefeldt veramente degna di essere guardata e ricordata. C’è poco da girarci attorno, per tre giorni, in sala, c’è un film assolutamente scialbo, privo di carattere o anche solo di qualcosa da dire. Paradossalmente non ha neanche senso riassumere queste parole in un voto numerico: Manifesto non deve essere fruito in un cinema, per questo è inutile valutarlo come un film. A questo punto, dato che il contesto di partenza è stato così liberamente sconsacrato, tanto vale che ve ne andiate sul sito personale di Rosefeldt, lì i filmati che compongono Manifesto ci sono tutti e potrete guardarli in libertà. Non sarà come se foste in un museo di arte contemporanea, certo, ma almeno proviamo a tamponare una falla.

Alessio Baronci

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