La scommessa riuscita di un sequel con l’anima: Blade Runner 2049

Una didascalia che ci introduce a un futuro malato, crudele, sbagliato. Il particolare di un occhio, specchio paradossale di un’umanità vacillante eppure incapace di estinguersi del tutto. Esterno tetro, perturbante come può esserlo solo un viaggio in avanti nel tempo che è anche una spinta indietro e dentro, verso le tenebre profonde della mente, tra suoni rimbombanti e oscuramente evocativi: tutto (ri)comincia così, come trentacinque anni fa. Ma Blade Runner 2049 non è ciò che alcuni temevano. Non è una copia sbiadita del prototipo, un simulacro di sterili nostalgie, un replicante di nuovo modello, soldatino ubbidiente tecnicamente all’avanguardia ma impossibilitato a risplendere con una propria personalità sulle logiche del sistema che lo ha prodotto e dell’opera che lo ha preceduto. È un sequel, e come tale la sua benedizione e condanna sarà sempre quella di derivare da un imprescindibile archetipo, proprio come gli androidi organici noti come replicanti non possono evitare di riferirsi almeno idealmente agli esseri umani, artefici e modelli della loro creazione. Ma come la posta in gioco dei replicanti, nella loro fuga violenta e disperata da un destino di schiavitù, è quella di rivendicare ad ogni costo l’autonomia della propria coscienza, così anche questo nuovo capitolo, in quanto sequel, vuole dimostrarci con forza di avere una propria anima: il film di Denis Villeneuve protesta, nella naturale dipendenza diegetica, stilistica, meta-testuale dal predecessore, la propria dignità espressiva profonda, figlia ma non appendice o suppellettile del capolavoro passato.

Una scoperta e rivendicazione esistenziale che, ad entrambi i livelli (quello del film e quello dei replicanti che racconta), ha il suo nodo chiave nel rapporto con la memoria e con i ricordi: quelli sintetici degli androidi, frammenti di vite (forse) mai vissute ma tali da contribuire a renderli (fin troppo) umani, e quelli di un secondo capitolo che può e deve giocare con i materiali del suo (inarrivabile?) predecessore. Ed è su questo terreno che Blade Runner 2049 segna il suo primo, decisivo punto a favore: l’inevitabile rievocazione del passato, i richiami al film del 1982, non sono i paletti di un recinto oltre il quale sia vietato proporre e sperimentare, né gli ammiccamenti gratuiti di un’algida operazione commerciale. Questo film, piuttosto, sceglie di strutturare gli agganci al passato come un’indagine su quello stesso passato: una ricerca inquieta sulle tracce del prototipo e sulla distanza intercorsa tra noi e quest’ultimo. Un’indagine la cui posta in gioco è, nella trama, il destino stesso del sistema su cui si regge la distopia, nonché l’evoluzione-rivoluzione interiore del protagonista, l’agente K interpretato da Ryan Gosling; ma che, a livello meta-testuale, rappresenta anche (e perciò) la scommessa cardine del film: proseguire, sviluppare, ampliare, complicare la tessitura di un immaginario mentre ci si interroga sulle sue origini e le si rievoca. In questo modo i frammenti del passato (battute, voci, icone, atmosfere, personaggi) non trovano solo la loro piena giustificazione narrativa, ma diventano elementi di una riflessione sul ruolo della memoria nella (ri)costruzione della propria identità (per il film, per il protagonista e per il mondo rappresentato).

Ma c’è anche di più. Nella fiera postmoderna dei continui innesti di passato nel presente per rendere quest’ultimo più (illusoriamente) accettabile e non farci pensare al domani, il film-indagine di Villeneuve ha il coraggio, come tale, di ribaltare i termini della questione: gli elementi sacralizzati dell’immaginario preesistente sono degradati a indizi e, come tali, non possono e non devono essere assunti acriticamente, ma esaminati con sospetto per svelare l’enigma che potrà scrivere un capitolo nuovo (in tutti i sensi) di futuro. Non a caso, in questo film la rievocazione di ciò che è stato è sempre in qualche modo contraddetta, disturbata, sporcata dallo scarto con il presente: i dialoghi di ieri sono ridotti a frammenti sconnessi, mentre l’illustre ospite dell’albergo-castello di nostalgie assortite (e cadenti) afferma che «tutta la città era notevole, una volta»: ma intorno a lui c’è solo un museo infernale di macerie, resti di simulacri immersi nel rosso del deserto e della polvere. E ancora, nella sequenza che è forse l’apice di questo discorso, il tentativo del Potere di riprodurre il passato per asservirlo ai suoi scopi si infrange nell’imperfezione del più emblematico dei dettagli, gli occhi: ovvero, l’anima- tanto più nell’economia simbolica di Blade Runner che proprio da un occhio parte. Il passato riproposto e ripulito per accettare di buon grado il presente, nel tepore consolante della nostalgia, è artificio vuoto, gelida mistificazione.

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Il sequel “con l’anima”, al contrario, si autodetermina affrontando di petto la frattura che lo separa dal passato e aggiungendo nuovi tasselli al suo affresco apocalittico. Senza risparmiare, da un lato, squarci di miseria che scuotono e allarmano le coscienze ben oltre gli steccati della finzione, gocce di incubi che ci svegliano ricordandoci di restare umani (l’orfanotrofio dei bambini-schiavi, su tutti). E, d’altro canto, senza rinunciare a spiazzarci nella direzione opposta, con lampi strazianti di quella stessa umanità, dolorosamente superstite malgrado tutto: la ragazza confinata nella camera sterile, creatrice sotto vetro di ricordi, tanto più autentici in quanto frutto di sogni desiderati e mai vissuti, è già un tassello indimenticabile di questo mosaico in espansione.

Nessuna volontà, dunque, di costruire (brutte) copie del capolavoro di ieri nella narrazione di oggi, e lo dimostra tanto più il percorso del protagonista: cacciatore di replicanti ben diverso dal Rick Deckard di Harrison Ford, quello di oggi come quello di allora. K/Ryan Gosling, è un replicante già consapevole di essere tale, ma (inizialmente) preservato dalla tentazione di opporsi al sistema autoritario che lo dirige. Orfano del confronto catartico con un antieroe della statura di Roy Batty/Rutger Hauer, il suo incontro-scontro decisivo non può che essere quello con Deckard stesso (con il passato, in più di un senso): in un percorso di auto-ridefinizione critica ancora più sistematico e radicale di quello del suo ex collega, e forse proprio per questo tanto più orientato all’isolamento e alla marginalità in un puzzle che sembra troppo più grande del singolo pezzo.

Ma né il movimento auto-riflessivo verso il passato né la conseguente sperimentazione del nuovo sarebbero riusciti se a tenerli insieme non intervenisse la potenza della messa in scena: è qui, prima di tutto, che la specificità di Blade Runner come grande narrazione fantascientifica pulsa e ribadisce massimamente se stessa. Perché ciò che faceva di Blade Runner un capolavoro e che fa di questo film un grande sequel, è prima di tutto la capacità di tradurre la vastità e complessità dei suoi spunti (filosofici, psicologici, sociopolitici, culturali) in un linguaggio che parla con le immagini e i suoni prima e più che con le parole. Questo nuovo capitolo, come il primo, non si (dis)perde in dialoghi frenetici, verbose spiegazioni o didascaliche sottolineature, valorizza i silenzi (e il silenzio era una delle realtà più drammaticamente concrete anche nel romanzo di partenza) ma dice moltissimo senza parlare: la fragilità del rapporto amoroso con una donna olografica sta tutto nelle sfasature intermittenti dell’immagine di lei, così come il senso di minaccia soffocante di una società non più a misura d’uomo è (continua ad essere) nelle inquadrature di strade affollate di corpi, luci e soprattutto pioggia. Spettacolo avvolgente, ma ancora una volta non finalizzato alla mera esibizione di abilità tecnica: perché è rappresentazione visionaria del «miracolo» eversivo dell’umanità che (ri)nasce dal fondo della sua negazione, come un fiore giallo che spunta ai piedi di un albero morto.

A lasciare (pochi) dubbi, in questo sequel, sono forse soltanto alcuni snodi (fin troppo?) criptici nella parte conclusiva. Da un lato la scelta di lasciare le delucidazioni in ombra o in sospeso (comprese quelle, legittimamente attese dai fan, sulla reale identità e quindi l’invecchiamento di Deckard) ci sembrano non solo perdonabili ma funzionali alla costruzione di un’atmosfera che fa dell’ambiguità, a metà tra intrigo hard-boiled e suggestione metafisica, uno dei suoi motivi di fascino. Dall’altro, però, certi punti interrogativi e scenari meritevoli di esplorazione restano, e soprattutto la svolta finale richiederebbe forse un approfondimento che la sviluppi e la giustifichi ulteriormente. Un altro sequel? A questo punto, non possiamo che augurarcelo.

Emanuele Bucci

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