IT – I pagliacci fanno ancora paura!

Il primo film horror di cui ho un ricordo cosciente è L’uomo di sabbia, pellicola di terz’ordine di Turi Meyer su un entità fatta di sabbia pronta a tutto pur di uccidere l’ultimo membro di una famiglia sterminata anni prima. Era la metà degli anni Novanta e durante le torride estati di allora andava in onda il martedì (o almeno mi pare fosse il martedì) la mitica Notte Horror che tra tanti prodotti mediocri ha portato sul piccolo schermo anche piccole perle. I ricordi sono assolutamente vaghi, avevo poco più di dieci anni, ma la sensazione di guardare di notte qualcosa di proibito è rimasta e ha fatto crescere la mia passione per il cinema dell’orrore negli anni. In quel periodo di fermento distributivo, in cui si proponevano prodotti più forti senza preoccuparsi del proprio pubblico, arrivò in TV un pagliaccio che difficilmente avrei dimenticato. In realtà non ricordo il preciso momento in cui ho visto IT – Il pagliaccio assassino, la storica miniserie del 1990 diretta da Tommy Lee Wallace, eppure mi ricordo con assoluto terrore di Pennywise il clown, interpretato allora da Tim Curry. Ho definito la miniserie storica, non perché sia un particolare traguardo nella storia della televisione o degli adattamenti da un romanzo, ma per il semplice impatto culturale che essa ha avuto. Intere generazioni sono rimaste traumatizzate da quel pagliaccio dalla parrucca rossa, dal vestito giallo e con in mano tanti palloncini colorati.

it_image04Mettiamo subito le cose in chiaro, IT di Andy Muschietti è un prodotto migliore della miniserie del 1990. Certo i media di riferimento sono diversi, tv da un lato e cinema dall’altro, e anche se negli ultimi anni questi due si stanno avvicinando prepotentemente (infatti all’inizio della produzione al timone si trovava Cary Fukunaga, autore di quel piccolo gioiello di regia televisiva che è stato True Detective), i ventisette anni che li distanziano sono un baratro produttivo insormontabile. Quando pensiamo alla miniserie la guardiamo più con il ricordo di ciò che abbiamo provato invece che con un vero e proprio giudizio tecnico. Riguardandola adesso possiamo trovare una notevole quantità di ingenuità, lentezza narrativa e un cast molte volte fuori posto, soprattutto le versioni adulte dei protagonisti laddove i giovani attori avevano svolto un lavoro più che egregio.

IT di Muschietti riesce a prendere il buono della miniserie degli anni Novanta, soprattutto il lavoro con il giovane cast di attori, e a traslarlo al meglio nel nuovo millennio. Certo una serie come Stranger Things ha spianato la strada al successo di questa pellicola, che ha già macinato diversi record oltreoceano, e la nostalgia degli anni Ottanta ha contribuito ulteriormente a rendere IT un ottimo prodotto commerciale. Infatti la scelta vincente alla base di questo nuovo adattamento del romanzo di Stephen King è proprio quella di trasportare tutta la vicenda iniziale dal finire degli anni Cinquanta alla fine degli anni Ottanta: niente più Buddy Holly ma avanti con New Kids on the Block, The Cure e Anthrax, ma anche giochi da arcade come Street Fighter e citazioni di Molly Ringwald. Il tutto non è però una banale scelta commerciale per sfruttare gli elementi di cui sopra – non ci troviamo bombardati infatti da riferimenti alla cultura pop degli anni Ottanta – ma un preciso ritorno a tutto quel cinema giovanile che ha fatto grandi registi come Richard Donner, Joe Dante e John Hughes.

it_image05Muschietti riesce infatti ad avere la stessa delicatezza di questi registi nel riuscire a delineare i caratteri e i rapporti tra i giovani protagonisti, soprattutto nella bellissima scena del bagno alla cava. Qui riusciamo a respirare tutta l’innocenza che presto il gruppo dei Perdenti si vedrà togliere dall’incontro con il malefico Pennywise. In questi pochi minuti si percepisce così il legame che si sta formando tra i giovani ragazzi e di come Beverly ne sia essenzialmente il punto focale, capace di unirli tutti quanti in una tacita e puberale attrazione. Probabilmente l’unico personaggio che rimane fuori da questa forte caratterizzazione è Mike, che nel romanzo aveva la funzione di narratore del passato di Derry -essendo l’unico rimasto in città a studiarne il passato e le influenze di Pennywise sulla sua popolazione negli anni. Nel film questo ruolo viene passato in toto a Ben che diventa il nerd che ha studiato il passato della cittadina mentre Mike pare soltanto essere uno che passando si è unito al gruppo. Anche Stan, il giovane ragazzo ebreo, non riesce a spiccare per caratterizzazione contro i principali protagonisti: il balbuziente Bill, lo sboccato Ritchie, l’emarginato Ben, l’ipocondriaco Eddie e Beverly, giovane ragazza vittima di troppe attenzioni da parte di un padre-padrone.

Dirò una banalità ma non bisogna prendere IT come un vero e proprio film horror. IT non vuole raccontare l’orrore ma anzi vuole raccontare come un gruppo di adolescenti si confronta con un nemico terribile e immortale. IT è un film di crescita, un film sull’adolescenza e su come superare le proprie paure. Certo Muschietti gioca fin troppo con i rumori improvvisi e il classico trucco del jump scare per spaventare il proprio pubblico. Mentre così da un lato l’opprimente influenza di Pennywise sulla cittadina di Derry è palpabile, dall’altro lato la figura stessa del clown non riesce ad essere così inquietante come nel romanzo o come nel ricordo della miniserie. Anche una sovrabbondanza di effetti digitali, spesso utilizzati per velocizzare i movimenti di Pennywise, in alcune scene fa mancare un po’ l’atmosfera. Soprattutto nella parte finale alcuni effetti finiscono per rovinare l’aura minacciosa di It, trasformandolo in una sorta di macchietta digitale fatta di movenze disarticolate e innaturali rese in maniera poco efficace. In fatto di efficacia invece possiamo parlare delle apparizioni di It non come Pennywise il clown ma nelle vesti delle paure dei giovani protagonisti. Laddove nel romanzo originale It prendeva la forma di mostri provenienti dall’immaginario classico dell’orrore come la Mummia, un Lupo Mannaro, il Mostro di Frankenstein qui prende delle forme più legate a ciò che accade ai ragazzi e al loro trascorso: i genitori intrappolati nelle fiamme di Mike,  la donna di un quadro nell’ufficio del padre per Stan ,un vagabondo lebbroso per Eddie (ripreso effettivamente dal romanzo di King e che qui fa un gradito ritorno) o ancora di un bambino morto nell’esplosione della fabbrica di Derry. Tutte queste apparizioni riescono a far scendere un brivido sulla nostra schiena, soprattutto l’apparizione in biblioteca, mentre quando vediamo Pennywise – sì può essere inquietante e spaventoso in quanto clown – non percepiamo quel senso di minaccia che avremmo voluto.

IT è sicuramente un ottimo adattamento del romanzo di Stephen King riuscendo a trattare il materiale di origine con il giusto riguardo senza però rimanere bloccato nella volontà estrema di esserne fedele al cento per cento. Ci sono numerose differenze eppure lo spirito è quello dell’originale, non solo un racconto dell’orrore ma un’opera molto più grande che parla della difficoltà di essere adolescenti, della paura di crescere e del confrontarsi con l’ignoto. Non ci rimane da sperare che il secondo capitolo riesca a bissare il successo del primo pur non avendo al suo arco frecce vincenti come un gruppo di giovani protagonisti e l’ambientazione degli anni Ottanta. Ma per saperlo non ci resta che aspettare il 2019.

 

Diego Garufi

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