Vittoria e Abdul – ovvero Sua maestà e il suo Munshi.

Dopo i successi ottenuti con The Queen, Philomena e il recente Florence Foster Jenkins, il regista Stephen Frears ha presentato fuori concorso alla  74ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia il film Vittoria e Abdul in cui ricostruisce la storia mai raccontata dell’incredibile amicizia che legò l’anziana regina Vittoria ad un umile servitore indù di nome Abdul Karim; un rapporto basato sul rispetto e la comprensione che non fu mai visto di buon occhio dalle personalità di corte (compresa la famiglia reale) e che per oltre un secolo è stato tenuto nascosto, fino ad oggi.

vittoria-e-abdul

Stephen Frears offre un cinema oramai rodato per chi lo conosce. Mette d’accordo critica e pubblico, rappresenta un buon compromesso tra “intrattenimento da salotto” (se possiamo definirlo così) e autorialità e come cineasta di lunga esperienza, possiede una grande capacità di gestione sul materiale scritto (molti dei suoi film sono adattamenti di libri o biografie). Realizza ottime ricostruzioni d’epoca (di nuovo un film in costume) e sa raccontare i suoi personaggi con intelligenza dandogli il giusto equilibrio, specie se sostenuto da script di ferro. In parole povere è uno dalla firma sottotraccia, all’apparenza rassicurante e sempre abilissimo nel portare lo spettatore al punto del suo discorso. Che si tratti di un’anziana ottantenne che vuole ritrovare il figlio dopo cinquant’anni, di un ciclista ossessionato dalla vittoria, di una cantante tanto generosa quanto stonata o di un membro della famiglia reale poco importa: non cambia registro, né approccio né impostazione nel dare vita ai suoi film.

Stephen Frears è, insomma, un regista commerciale “di classe”, che costruisce titoli di fruizione dove la trama è sostenuta da una costruzione narrativa inattaccabile. Victoria e Abdul, da questo punto di vista, non tradisce le aspettative, anzi, è una bella conferma. Lo si capisce sin dai primi minuti, nella gestione del racconto: i protagonisti vengono subito messi al centro della scena e mostrati nel loro essere agli antipodi, come da copione. Dopo il primo casuale incontro, seguono la frequentazione, gli scambi di battute e i momenti di intimità sempre più frequenti che consentono all’uno e all’altra di conoscersi e sviluppare quel rapporto che li porta a cambiare prospettiva sulle loro diverse realtà.

Abdul incarna l’elemento di disturbo all’interno dell’ordine, l’uomo che spezza con garbo la routine di cerimoniali ed etichetta e sconvolge l’entourage di tutti quei volti compiacenti e ruffiani che circondano la sovrana inglese. Sin dal primo sguardo la regina resta colpita da quel suo modo di fare, dalla sua diversità, dai suoi atteggiamenti e si lascia conquistare. I racconti mitici sull’India e i suoi simbolismi, l’esotismo indù sono vettori di un fascino così forte che la donna chiede ad Abdul di farle da maestro e insegnarle tutto della sua cultura compresi scrittura e usanze.

Questo simpatico scrivano risveglia in lei quella ritrovata energia che la spinge persino a voler rivoluzionare le regole del suo mondo per abbracciare uno spirito di novità. Lui si dimostra, fino alla fine, una lodevole e tenace servitore che si conquista un proprio spazio nella “tavola” dei privilegiati di corte contro i meschini pregiudizi che rifiutano totalmente la possibilità che uno straniero diventi primo consigliere regale o lo si onori con il titolo di Cavaliere al pari di un buon inglese.

L’idea di raccontare questo legame contro quella mentalità immobile, chiusa e profondamente razzista che tutt’oggi ancora permane (qui ha le sembianze dello sciocco e ambizioso futuro erede al trono Bertie) attraverso un liberatorio desiderio di ribellione verso un mondo in cui non ci si riconosce più è di certo stimolante nonostante Frears perda l’occasione di giocare di più con la scrittura e resti in superficie nel caratterizzare il personaggio di Abdul, rispetto alla sua controparte. Alcuni aspetti (magari politici, vista la particolare condizione del personaggio) infatti restano alquanto sottesi e schiacciati in un limbo di scrittura che fa perdere al personaggio la giusta incisività.

000262492hr-1-1500x861

La regia, come detto sopra, offre una bella ricostruzione d’epoca e sa far ridere con ironia della “buona etichetta” inglese. Non dimentica di sottolineare gli aspetti più amari, specie quelli legati alla solitudine della protagonista o alla discriminazione di cui è vittima Abdul, ma qualche evidente caduta di ritmo e certe grossolanità sul piano della scrittura rendono il film un prodotto di media e nulla più.

Nel bene o nel male, Victoria e Abdul conferma comunque un evidente interesse che cinema e tv stanno intercettando nel pubblico, portando molte produzioni a rimaneggiare storie ed eventi sulla famiglia regale britannica. Esempio perfetto è il caso dell’acclamata serie Netflix The Crown (firmata dallo stesso Peter Morgan, collaboratore di Frears in The Queen) e altri recenti lavori legati a ricostruzioni storiche interessanti e ad approfondimenti narrativi sulle figure tirate in ballo.

Dove il film funziona davvero è quando si sofferma gli aspetti più intimi della regina Vittoria puntando lo sguardo sul privato e riuscendo a smitizzarne l’icona di reggente algida e severa. La figura costruita da Frears e dal premio Oscar Judi Dench è molto diversa da quanto riportato nei libri di storia e si mostra come una donna estremamente sola, divenuta vedova troppo presto, dal carattere irascibile e burbero ma umanissima nei suoi “difetti”e ancora affamata di vita. L’ennesima personalità della recente filmografia di Frears che appare ben disposta a lasciarsi affascinare da ciò che non conosce, ad aprirsi al mondo e alle sfide della vita nonostante le gravi sofferenze; un’animo che ci insegna ad essere ostili verso ogni forma di discriminazione ma che oggi, più di ieri, appare ancora ben integrata nella nostra società.

Laura Sciarretta

© Riproduzione riservata