Star Trek: Discovery 1×01 e 1×02: Esordio di una Stella Binaria

Data stellare 24 settembre 2017: Star Trek ritorna nel suo format natio, la televisione che ha contribuito in molti modi a (ri)definire. Lo fa con Discovery, un (altro) prequel della serie originaria, a più di dodici anni dalla prematura conclusione di Enterprise. Dodici anni che equivalgono almeno ad un’era geologica per l’evoluzione che ha interessato nel frattempo la serialità televisiva. Dodici anni durante i quali lo stesso Star Trek ha subito la rivoluzione (o la rivolta? O la riforma?) del discusso rilancio cinematografico di J.J. Abrams, Alex Kurtzman (co-showrunner della nuova serie insieme a Bryan Fuller) & soci. Stavolta, però, il revival è operazione ancora più complessa e rischiosa. Perché non si tratta solo di integrare i cambiamenti profondi intercorsi nell’immaginario (dentro e fuori la saga) e nei media, ma di farlo all’interno della diegesi canonica in cui si è deciso di collocare lo show. Star Trek: Discovery, insomma, non si rifugia nell’escamotage di una linea temporale alternativa per riscrivere più o meno liberamente gesta e sviluppo dei personaggi “storici”, ma aspira a confrontarsi, oltre che col mezzo, anche con la narrazione “madre” dell’epopea fantascientifica.

Ciò significa integrare ogni cambiamento non solo in un immaginario fatto di elementi, iconici e tematici, fortemente riconoscibili, ma in un ecosistema narrativo che, per longevità, ampiezza e varietà di articolazione, possiede ben pochi eguali nell’intrattenimento contemporaneo. Non solo una diegesi plurisecolare composta praticamente di ogni suggestione e spunto che il genere fantascientifico sia in grado di offrire, dai paradossi temporali alle guerre interplanetarie passando per i dualismi uomo-macchina; ma anche una visione (utopica e ormai ogni anno più ucronica) della storia e della società umana (e non solo) tutt’altro che neutra: pacifismo, anticolonialismo, multiculturalismo, universalismo progressista (nel futuro di Star Trek non abbiamo più né gli Stati-Nazione né l’uso del denaro, tanto per dire), fiducia in una scienza al servizio dell’uomo, valorizzazione dell’incontro con il diverso come arricchimento individuale e collettivo. Star Trek, e in primis quello televisivo, ha articolato nel tempo un sistema di valori (oltre che di temi, icone e personaggi) che riflette le vicissitudini culturali degli Usa liberal, tra slanci ideali, retromarce, sogni, dubbi, contraddizioni e spinte (auto)critiche. Una nuova serie tv dedicata al franchise, per giunta collocata nella timeline canonica, può e deve offrire una sintesi di tutto questo. Una sintesi, in sostanza, tra l’immenso e plurale edificio realizzato finora e la necessità di rinnovarlo, nelle forme narrative e visive, nei riferimenti tematici, nella creazione di nuovi personaggi e situazioni, nel potenziale allegorico. Può riuscirci e ci sta riuscendo, alla luce di questi due primi episodi? Vi offriamo qualche riflessione al riguardo, naturalmente passibile di qualsiasi aggiornamento e correzione alla luce dei nuovi episodi e di quello che sarà il prodotto finito.

È chiaro, anzitutto, che la duplicità fra tradizione e rielaborazione in Discovery non si riduce meramente (come alcuni ipotizzavano dai trailer) ad un innesto del “nuovo” visivo e spettacolare dei film di Abrams nell’“antico” della timeline canonica, ma investe lo stesso contenuto narrativo e il modo di presentarcelo. Il nuovo Star Trek è (o aspira ad essere) un «sistema stellare binario», come quello che contempla il comandante Michael Burnham (Sonequa Martin-Green) nel primo episodio. Dove i due soli sono, nel caso della nuova serie, il patrimonio narrativo e visivo dello Star Trek di ieri da un lato, e tutto ciò che di nuovo, in Star Trek e nella serialità televisiva, è emerso nell’ultima decade dall’altro. Soprattutto, la sintesi di Discovery, ammesso che riesca, sembra voler nascere dalla messa in evidenza del conflitto, quasi del caos, tra i due immaginari di riferimento. Come, per formare i pianeti di un sistema binario, «ghiaccio, polvere e gas collidono» affinché «da caos e distruzione» nascano nuovi pianeti e nuova vita, così, per costruire un capitolo della saga che possa davvero dirsi nuovo e autonomo, queste prime due puntate mettono in scena uno scontro a tratti violento, e non solo nella trama. La sintesi tra i due soli che abbiamo detto, a ben vedere, finora è più allo stadio del contrasto spiazzante che dell’armonia.

Abbiamo, per la prima volta nella storia dello Star Trek televisivo, un avvio che non introduce tutto il cast di protagonisti dell’intera stagione, ma solo una parte di essi. E, soprattutto, non ci presenta l’astronave che dà il titolo alla nuova serie, quella Discovery che ancora non viene nemmeno nominata. La parabola ingloriosa della USS Shenzou sembra fatta per sedurre e poi destabilizzare lo spettatore che faccia riferimento alle precedenti incarnazioni della saga. La prima parte dell’episodio 1×01 mostra infatti quello che ogni pilot di Star Trek era solito narrare: una nuova astronave e una nuova missione con cui familiarizzare, dall’interno della “casa” (dinamiche e relazioni ora divertenti ora drammatiche tra i membri dell’equipaggio) come dall’esterno (la scoperta, meravigliata, intimorita ma soprattutto aperta al nuovo dell’ignoto disseminato nello spazio). Sembra persino che si voglia recuperare lo schema della “triade” di personaggi tanto caro alla serie classica, con due ufficiali in contrasto (in questo caso l’intraprendente comandante Burnham e il diffidente ufficiale scientifico Saru) e il capitano a svolgere un ruolo di equilibrio e mediazione tra i punti di vista. Tutto questo viene spezzato dal sopraggiungere incalzante e crudele del conflitto, che irrompe tanto all’esterno (l’attacco dei Klingon) quanto all’interno, con il dilemma etico che divide e porta allo scontro comandante e capitano.

star-trek-discovery-cbs-aa

È proprio nel conflitto etico del «saluto vulcaniano» che si gioca lo snodo drammatico più significativo (e promettente per il futuro della serie) delle due puntate. Lo Star Trek del 2017 sembra voler rammentare i principi umanistici della sua pacifica Federazione Unita dei Pianeti mostrandone la messa in crisi, ancora più radicalmente che in passato. È preferibile tradire la propria vocazione pacifista e sparare per primi evitando (forse) una guerra o correre il rischio di quest’ultima per non rinnegare il cardine ideale della propria missione? Star Trek ha mostrato tante volte e in tanti modi diversi il punto critico di quello stesso sistema di valori che ha costruito di serie in serie, ma forse mai così seccamente e rapidamente. Questa spinta verso il conflitto etico oltre che drammatico, ammesso che venga proseguita e sviluppata, potrà essere a nostro avviso un valore della nuova serie: a patto che, come tutto sommato accade in questi primi due episodi, tenda quanto più possibile a non dare risposte facili e sbrigative ai dilemmi che pone.

Abbiamo, poi, la rappresentazione di una delle razze extraterrestri emblematiche dell’immaginario di Star Trek, i Klingon, che fin dall’inizio gioca sul contrasto tra canone e sua rielaborazione. Qui il discorso (e la valutazione) si fa più controverso. Nella storyline di Star Trek i Klingon incarnano l’evoluzione progressiva nel modo di raccontare l’alieno “ostile”, cioè niente affatto dialogante nella sua diversità, ma pronto e anzi propenso al confronto violento con i diplomatici esploratori (umani e non solo) dello spazio. Il racconto dei Klingon, nel corso degli anni e delle serie, li ha visti evolversi da mere e stereotipate antitesi dei valori “positivi” incarnati dalla Federazione, a cultura guerriera complessa e internamente articolata, con un proprio rigoroso codice d’onore e uno specifico patrimonio di tradizioni e spiritualità. Sempre in una certa misura problematici per il punto di vista umano del futuro, ma non più barbari da cui difendersi, bensì alleati magari instabili con cui confrontarsi senza presunzione di superiorità. Discovery sembra tenere conto fin dall’inizio di questa evoluzione, aprendo addirittura il primo episodio con una didascalia in caratteri Klingon a cui segue un lungo monologo nella stessa lingua (già realmente ideata per la saga da Mark Okrand). E i riferimenti a quell’aggressiva ma complessa cultura sono disseminati nel prosieguo dei due episodi. Eppure, questi Klingon sono effettivamente diversi rispetto a quelli visti sinora. Non solo e non tanto per l’aspetto fisico (diverso e meno “umanoide” di quello visto nelle precedenti serie, e debitore del restyling visivo made in Abrams) ma per il ruolo anche allegorico che vengono a giocare in questo nuovo capitolo. Essi, infatti, sembrano aggiornati a rappresentare gli antagonisti dell’Occidente contemporaneo: fondamentalisti armati guidati da un leader fanatico che, investendosi di un ruolo tanto politico quanto parareligioso, propone ai rappresentanti divisi del suo popolo una crociata unificante contro la temuta assimilazione ai valori della Federazione Unita dei Pianeti (lo slogan è «Restiamo Klingon!»). Addirittura ci vengono presentati, nella rievocazione della tragica infanzia della protagonista, come terroristi responsabili di un sanguinoso attacco ad un avamposto scientifico.

Questa nuova lente attraverso cui mostrare i Klingon può essere coerente con la collocazione della nuova serie in prossimità di quella originaria, dove i Klingon sono i principali e più insidiosi villain, ed è apprezzabile come tentativo di aggiornare gli spunti di allegoria geopolitica della saga. Ma, proprio per questo, i successivi episodi di Discovery dovranno mostrarsi all’altezza di una simile allegoria. Se quest’ultima vorrà rendere giustizia all’attualità che chiama in causa, le distinzioni tra buoni e cattivi finora così nette dovranno essere quantomeno rimesse in discussione. Il nuovo Star Trek dovrà rappresentare sfumature e contraddizioni delle forze in campo, senza banalizzare né i protagonisti né gli antagonisti. Uno spunto interessante in tal senso è il momento dell’esplorazione che il comandante Burnham compie intorno al manufatto sconosciuto. Senza sapere che si tratta di un oggetto Klingon, la protagonista si scopre a definire «sublime» quell’oggetto per grandiosità e complessità: la grandiosità e complessità della cultura dei “nemici”, insomma, riconosciuta inconsapevolmente proprio dal personaggio che ha visto la propria vita segnata dalla violenza di questi. La contrapposizione si fa più ambigua, e si intravede dietro la necessità contingente dello scontro la prospettiva futura della scoperta che mette in discussione le certezze di partenza. Se Discovery saprà mantenere e approfondire spunti come questo, allora la sua allegoria potrà dirsi in grado di alludere alle complessità di equilibri e conflitti del mondo contemporaneo.

960

Va detto, infine, che la sintesi, e dunque il nuovo capitolo della saga nel suo complesso, deve e dovrà confrontarsi con quello che continua a sembrarci un limite strutturale nell’impostazione di questa nuova serie: la scelta, cioè, di puntare su un nuovo prequel, anziché tornare (finalmente) ad espandere in avanti la diegesi della saga, dopo che il fallimento artistico e commerciale del lungometraggio Nemesis (2002) l’aveva interrotta. È un paradosso che si portava dietro la stessa Enterprise: perché, con un universo narrativo in espansione e ricco di spunti ancora da sviluppare (si veda la conclusione di una serie come Deep Space Nine), si è scelto (e si sceglie ancora) di ripiegare sugli interstizi del passato? Questo, a ben guardare, limita da un lato la libertà creativa degli autori (tante svolte narrative non potrebbero comunque essere proposte se non a prezzo di tradire la storyline diegeticamente successiva) ma tende anche a depotenziare il gioco di riferimenti al mito preesistente: non a caso, gli agganci che è lecito attendersi da Discovery sono esclusivamente alle due serie contigue, Enterprise (che la precede nella cronologia degli eventi) e la prima serie “classica” (che la segue): il personaggio di Sarek è già comparso a ricordarcelo. La scelta del prequel inoltre porta anche in Discovery le prevedibili e previste incongruenze visive, con una tecnologia che appare a tratti più avanzata di quella vista in serie diegeticamente successive (si vedano le sequenze ambientate nell’infermeria della nave, ad esempio). Un sequel che sposti avanti la timeline potrebbe permettersi, invece, di giocare liberamente con tutto il materiale dell’epopea preesistente e al tempo stesso, spostandosi sufficientemente in avanti, di avere mani libere nell’innovare pienamente la narrazione senza tradirla.

Ma anche su quest’ultimo aspetto la nostra neonata stella binaria ha tutto il tempo di farci cambiare idea, se lo vorrà: restiamo in attesa dei prossimi atti, per vedere se dall’incontro e dallo scontro di Federazione e Klingon, di nostalgia e innovazione, di promesse e di sviluppi, emergerà davvero uno di quei «pianeti che le generazioni future chiameranno casa».

Emanuele Bucci

© Riproduzione Riservata