Baby Driver – Del Perché Un Grande Film Non È Sempre Un Bel Film

Baby Driver è un film più difficile da approcciare di quanto sembri superficialmente. Edgar Wright scrive la sceneggiatura nel ’95, poi però lo script finisce nel cassetto. Lui continuerà a dire a chi glielo chiede che lo ha fatto perché il progetto non era ancora pronto, non era ancora pienamente a punto e non se la sentiva di farne girare qualche bozza per chiedere i finanziamenti. La verità è che, probabilmente, non si sentiva abbastanza maturo lui, come regista, per affrontare un monstrum come Baby Driver.

L’appuntamento con il destino si compie circa venticinque anni dopo, solo che il risultato è paradossalmente ambivalente. Partiamo col dire che Baby Driver è un gioiello, un meccanismo perfettamente funzionante e che non perde un colpo, mai, pur partendo da premesse che sembrerebbero garantire che la pellicola vada in mille pezzi alla prima curva stretta.

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L’idea alla base di Baby Driver è tanto semplice quanto sovversiva. L’obiettivo è prendere gli elementi principali del genere musical, farli saltare, distruggerli e ricombinarli in un modo nuovo unendoli poi a quelli del genere action di stampo anni ’80, lasciando però i primi a scorrere sottotraccia, sempre presenti sulla scena ma mai in maniera dirompente, piuttosto sorretti dagli stilemi tipici del film d’azione. Baby Driver è il film più sperimentale di Edgar Wright, o più semplicemente il luogo in cui si incontrano Walter Hill e Damien Chazelle.

Rimanendo sulla superficie delle cose, Baby Driver è, senza ombra di dubbio, se non una pellicola perfetta quantomeno un progetto che porta splendidamente a compimento l’obiettivo che si era inizialmente prefissato.

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Il film d’azione che ragiona come un musical è un ibrido che funziona straordinariamente bene, soprattutto se a tirarne i fili di base c’è uno come Edgar Wright.

Baby Driver trasuda dell’amore, della passione, della cura per i dettagli di cui Wright lo ha infuso. Si vede, lontano un miglio, che questo è il film per cui il nostro uomo ha sputato sangue, quello che stava aspettando da una vita di poter girare, il figlio a cui è più legato.

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È chiaro fin da subito che Wright ha passato ore su quel carrello per poter chiudere in maniera impeccabile uno qualunque dei numerosi piani sequenza che si ritrovano nel film; ti sembra di vederlo mentre è accucciato sui sedili posteriori di una delle auto impegnate negli inseguimenti alla ricerca dell’inquadratura perfetta a costo della vita; sei con lui mentre scartabella la sua collezione di dischi tra Itunes, lettore mp3 e supporti fisici per costruire la complessa soundtrack del film; potresti riuscire addirittura a sentire il sudore che gli imperla la fronte mentre in sala di montaggio, accanto al capo montatore, conta i millesimi di secondo alla ricerca dello stacco perfetto che permetta al brano musicale di entrare esattamente in battuta rispetto al taglio di montaggio. Baby Driver è un film tecnicamente straordinario, guidato da una profondissima passione e da un grande amore per il medium, ma probabilmente questo non basta a fare anche un bel film.

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Molto semplicemente, sotto la sua superficie sfavillante ed estremamente curata, ciò che traspare di Baby Driver è la sua freddezza. Ci si rende conto che è difficile creare empatia con i personaggi in gioco, entità che vorrebbero essere in costante equilibrio tra personalità complesse e fumettistici prelievi dalla letteratura pulp ma che finiscono, spesso, per pendere più verso quest’ultimo estremo; si prende coscienza di come la storia sia un mero pretesto per dare sfogo alla cura tecnica di Wright, ma più di ogni altra cosa, ciò che risalta di Baby Driver è la sua incapacità di creare una sorta di risonanza emotiva. Il film suscita un flusso di emozioni diversificate nello spettatore, il problema, tuttavia, è che nessuna di esse finisce per fare presa davvero nell’inconscio di chi guarda. Il punto è che Baby Driver punta sulle sensazioni momentanee, piuttosto che sulla bellezza del ricordo. È un po’ inquietante, me ne rendo conto, ma il film manca di memorabilità. È tutto troppo veloce, troppo istintivo, troppo forte, in Baby Driver, per far sì che non solo il film prenda posizione nell’inconscio collettivo delle generazioni future come un cult, ma anche solo che lo spettatore si ricordi delle sensazioni che ha provato durante la sua visione a tempo di distanza o che riporti alla memoria la bellezza di una sequenza in particolare

Baby Driver risulta, al netto dei fatti, uno splendido caso di studio per capire dove può arrivare la creatività ed il desiderio di dare vita a qualcosa.

Edgar Wright ha aspettato vent’anni per girare il suo film e alla fine, il suo desiderio, la sua volontà di creare il prodotto che ha voluto vedere da sempre, di non sbagliare neanche una volta, lo ha portato a dare vita al suo giocattolo personale. Una splendida struttura che però non “parla”, non scalfisce l’animo di chi guarda, ma finisce per essere un prodotto che si rivolge solo a sé stesso e al suo creatore, un po’ come se fosse lo strumento utilizzato da Edgar Wright per dire a noi, al pubblico, “guardatemi, sono bravo!” o, più semplicemente, per dire a sé stesso “Cacchio! Alla fine ce l’ho fatta! Contro tutto e tutti, ce l’ho fatta!”.

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Baby Driver è dunque un soliloquio che finisce per sclerotizzarsi su sé stesso, meglio, è il risultato di ciò che succede quando ad un regista è data troppa carta bianca ed il suo lavoro non viene coadiuvato nel giusto modo dalla collaborazione di un produttore abbastanza illuminato da direzionare la sua energia creativa nel giusto modo.

Alessio Baronci

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