Transformers – The Last Knight – Michael Bay e il protocinema

È un problema vecchio come il mondo, ma che, proprio nell’ultimo periodo, sembra aver ripreso forza. Un problema di approccio alla materia, che rischia di portare con sé incalcolabili, gravissime conseguenze in merito al “come” si guardano certi tipi di film, a “cosa si cerca” in determinate pellicole, e a “cosa aspettarsi” da certi progetti. Si tratta, senza mezzi termini, di un problema che occorre risolvere al più presto.

Potremmo chiamarla “Tirannia Della Storia”, è quella tendenza a valutare qualsiasi prodotto rivolto al pubblico (un romanzo, un racconto, un film, un videogame), principalmente in base alla qualità della storia che racconta. Se la trama funziona, è abbastanza articolata e magari contribuisce a strutturare un universo espanso di storie che comunicano tra loro il film funziona, altrimenti è solo l’ennesima perdita di tempo e soldi che rimarrà sulla coscienza dello spettatore per settimane. Il pubblico medio ha bisogno di storie, che lo facciano pensare, che lo accompagnino nella sua vita quotidiana, che gli aprano scenari in cui perdersi, che gli facciano conoscere personaggi con cui empatizzare, quando manca una narrazione, peggio, quando essa è un mero pretesto per “fare altro” (si vedrà poi cosa si intende con questo “altro”), il pubblico rimane dapprima contrariato e poi deluso, finendo subito dopo per rifiutare praticamente in toto il progetto.

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E allora, di nuovo, quello che veramente manca, forse è l’approccio giusto a prodotti di questo tipo, prodotti che, lo diciamo senza mezzi termini, pongono il lavoro sull’immagine e sulla forma cinematografica al di sopra della storia raccontata, lavori in cui la soddisfazione del pubblico passa per qualcosa di assolutamente immateriale, un impatto emozionale che si coagula solo e soltanto attorno a quell’insieme di pixel che vanno a formare quelle stesse immagini. Ora, il rifiuto di un approccio creativo di questo tipo da parte del pubblico medio, da un lato è comprensibile, perché fa presa su un’idea che affonda le sue radici nel feullitton ottocentesco, nel romanzo a puntate, e che viene costantemente rinnovata, oggi, da contesti come la serialità televisiva o gli universi narrativi al cinema, ma dall’altro non può non essere rivisto, anche solo perché persistere in una convinzione del genere impedisce di apprezzare pienamente prodotti del genere in tutta la loro profondità. Valutare un film di pura forma, valutare quindi l’operato di registi come Malick, Inarritu, Spielberg in certe sue derive, ma anche Refn o Tom Ford, significa, ancora, cambiare i parametri di approccio e di giudizio a prodotti di questo tipo. La trama non esiste, o quantomeno non ha l’importanza che siamo abituati a percepire, e dunque, nuovamente, tutto ciò che ci rimane da fare è interrogare l’immagine, chiedersi cosa voglia ottenere da essa il regista, quali sensazioni desidera trasmettere al pubblico attraverso di essa, quali limiti del mezzo filmico punta ad infrangere la mente creativa grazie ad essa. A seconda delle risposte a questi quesiti, il giudizio su un film cambia, e proprio dopo aver posto queste stesse domande all’interno della griglia che ci offre Transformers The Last Knight, l’ultima fatica di Michael Bay, possiamo affermare senza alcun problema, che ci troviamo di fronte alla sua magnus opus.

 

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Riprendendo le fila del ragionamento la storia di The Last Knight non esiste. Si tratta solo di un pretesto per dare un contenuto alla singola immagine, quella sì, fondamentale, utilizzata come vero e proprio materiale malleabile, costruttivo, utile a veicolare un messaggio esattamente come farebbero le parole in un dialogo. In particolare, il messaggio alle spalle di un film del genere è straordinariamente prismatico, che cambia struttura costantemente, a seconda del punto di vista da cui lo si osserva, un messaggio per questo profondissimo e degno di attenzione.

Il sistema comunicativo organizzato da The Last Knight va in due direzioni, ciascuna caratterizzata da un campo, da una dimensione, su cui esercita la propria influenza. La prima dimensione è eminentemente metacinematografica. The Last Knight è in effetti lo strumento con cui Michael Bay prova da un lato a fare il punto sulla sua poetica e al contempo prova ad affrontare una riflessione sull’intero genere Blockbuster a cui questo stesso The Last Knight appartiene. Se è vero che il centro del meccanismo dei Blockbuster, come si è già detto più volte anche qui, consiste nella volontà di alzare la posta in termini di spettacolarità di capitolo in capitolo, The Last Knight rappresenta l’esatto momento in cui questo stesso sistema viene caricato a molla, esplode e si squaderna in tutta la sua forza di fronte allo spettatore. Ci troviamo di fronte ad un film che è l’apoteosi del Bayhem, di quella spettacolarità esagerata, appagante, fuori misura e al contempo straordinariamente ben gestita che è la firma stilistica del regista, un Bayhem che però, stavolta, sembra volersi spingere, consapevolmente, ben oltre i propri limiti. Quello che fa Bay nelle due ore e quaranta circa del film è, in sostanza, prendere l’assioma base del sistema blockbuster a cui accennavamo poco fa e capire fin dove può giocarci senza farlo andare in mille pezzi. Se fino ad ora si alzava il tiro di film in film, The Last Knight alza l’asticella della spettacolarità a intervalli più o meno regolari di cinque minuti. Si cerca, prima che l’appagamento visivo di chi guarda, il suo stupore, le sue reazioni all’inaspettato, all’inserimento improvviso di qualcosa che turba il suo equilibrio. The Last Knight è un crescendo iperbolico su pellicola, in cui si susseguono inseguimenti, bombardamenti nucleari sottomarini, fughe, sparatorie, operazioni militari seguite da burocrati CIA nelle situation room, battute argute, esplosioni fragorose, non-sense, retorica patriottica americana, stilemi del genere fantascientifico, fino alla madre di tutte le battaglie finali contro degli invasori alieni.

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Si gioca con l’ipertrofia visiva, con il numero di oggetti su schermo, di spunti, di parole, di input che vengono letteralmente lanciati contro chi guarda, ma The Last Knight è anche una patinata giostra che si diverte a ricombinare le coordinate generali di praticamente il novanta per cento dei generi cinematografici esistenti. L’ultima creatura di Bay contiene in sé almeno altri nove film contemporaneamente, che si susseguono tenuti insieme dal montaggio ed i cui “trigger” (gli elementi che rendono quel genere riconoscibile al pubblico) vengono costantemente ricombinati ed uniti agli altri stimoli offerti dal film, finendo per creare uno terreno che lo spettatore percepisce non come disorientante o confusionario ma piuttosto come un qualcosa di riconducibile alla fantasmagoria, alla meraviglia.

The Last Knight è ad un tempo film d’azione, ad un altro film bellico, per un quarto d’ora diventa commedia romantica, poi fa il verso ai film inchiesta sulle manovre sporche della C.I.A. in guerra, il tutto senza che questo continuo variare rompa la finzione scenica in cui si trova, piuttosto non faccia altro che stimolare quel “Sense Of Wonder” a cui poco fa si accennava. A questo punto, tuttavia, abbiamo abbastanza elementi per ampliare la portata del messaggio metatestuale di The Last Knight. Perché se è vero che l’ultima fatica di Michael Bay è una sorta di grido di battaglia ai concorrenti, un tentativo di dimostrare ai vari Independence Day, Captain America, Jurassic Park e simili che esiste un solo modo corretto di intendere, di pensare, di girare un blockbuster, che solo lui possiede la padronanza di quel modo produttivo e che per quanto gli altri si sforzino di ottenere un risultato che anche solo si avvicini ai suoi prodotti, Michael Bay, un po’ come Achille con la tartaruga, sarà sempre un passo avanti a loro è altrettanto vero che molto altro si può dire in questo senso. Il messaggio metatestuale di The Last Knight è tanto “centrifugo” (dal film all’esterno, agli altri che si trovano sullo stesso terreno di Bay), quanto “centripeto” (dal film all’interno del suo stesso tessuto, dal film alla poetica del regista in sostanza). È abbastanza chiaro, in effetti, che tutto il film, vuoi anche perché dichiaratamente esso costituisce l’ultimo progetto diretto da Michael Bay del franchise, costituisce un costante tentativo di conferma delle qualità e delle abilità del regista che egli prova a dare a sé stesso. Un po’ come voler andarsene col botto, un po’ come voler dire a sé stesso che è ancora quello di vent’anni fa.

 

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Ancor più interessante, tuttavia, è osservare le potenzialità del messaggio insito in The Last Knight, nel momento in cui analizziamo l’altro versante del suo sviluppo, nel momento in cui, cioè, il messaggio si sviluppa nel terreno fertile della ricezione, del contatto col pubblico.

Ai più conservatori, agli “amanti del Vero Cinema”, a quelli per cui Bay dovrebbe essere arso sul rogo per lo scempio che con la sua sola presenza sul set fa alla Settima Arte suonerà stranissimo scoprire che probabilmente ci troviamo di fronte ad una personalità che, osservata da un certo punto di vista, si presenta ben più “tradizionalista” di quanto possa sembrare. Partiamo, come prima, dal modo di approcciarsi di Bay al sistema di segni e significati che si sviluppa dalla forma blockbuster. Si è detto come in fondo tutto The Last Knight sia una trionfale cavalcata che punta a stimolare all’ennesima potenza quel “Sense Of Wonder”, quel sentimento di meraviglia che è proprio di tutti i blockbuster ma che in questo caso è costantemente rinnovato, ricalibrato, rinforzato dalla forza degli input visivi che aggrediscono lo spettatore e tuttavia, lo ripetiamo, si tratta sempre di un raggiungimento della meraviglia estremamente traumatico, che rima con l’inaspettato, che nasce in conseguenza della volontà di confondere chi guarda e che, soprattutto, culmina con quella sequenza di invasione girata in modo tale da amplificare la grandezza delle navi, almeno abbastanza da porre l’accento sul divario tra “noi” e “loro”. Si potrebbe giocare con la filosofia, dire che, ovviamente con le dovute proporzioni, The Last Knight spinge l’acceleratore sul concetto di Sublime Dinamico Kantiano, ponendo gradualmente ma costantemente chi guarda nella condizione di essere sottomesso da ciò che sta guardando (simbolicamente o contenutisticamente) ma, molto più semplicemente, possiamo rimanere nel seminato, e dire che The Last Knight non fa altro che riprendere e sviluppare ai massimi livelli quella che è l’aspirazione maggiore del cinema commerciale: coinvolgere, stupire lo spettatore fino a distruggerne le più intime certezze, anche solo per le due ore di durata del film. C’è una linea sottile che lega l’ultimo atto di The Last Knight con il treno che esce dalla galleria e spaventa gli spettatori dei fratelli Lumière. Michael Bay ne è consapevole, forse è il momento che anche i suoi detrattori se ne rendano conto.

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Tirando le somme, ci troviamo di fronte ad un film che è la fine di una parte del percorso di Michael Bay e l’inizio della successiva, oltreché l’inizio e la fine di qualsiasi ulteriore riflessione sul genere. È il film da vedere se ci si vuole sentire esattamente come chi il cinema lo scoprì per la prima volta, tornando a riappropriarsi delle sensazioni puramente istintive che questo medium ha da sempre stimolato negli animi degli spettatori e che negli ultimi anni si sono indubbiamente andate a perdere.

 

Alessio Baronci

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