Spiderman – Homecoming – Recensione

Spiderman è tornato a casa dopo aver affrontato forse uno dei viaggi più rischiosi a cui si potesse pensare. L’obiettivo è non solo riattivare il franchise e restituire credibilità all’incarnazione su celluloide dell’arrampicamuri ma, soprattutto, restituire al pubblico il desiderio di fare il tifo per lui. La presa di coscienza della posta in gioco porta con sé anche una strana consapevolezza: non si può rifare lo Spiderman di Raimi (troppo autoriale, troppo stilizzato, troppo guidato dalla mano del regista di Army Of Darkness), ma non si può neanche tornare sui passi dello Spiderman di Webb e Garfield (troppo acerbo, troppo concentrato a dare screen-time ai due divi protagonisti per costruire qualcosa di veramente solido e sensato).

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Forse, la strategia vincente per arrivare al premio, per realizzare quell’Homecoming che è, si, il ballo che quasi chiude il film ma che ha in sé una radice molto più simbolica, che sa di ritorno alle origini dell’amichevole Spiderman di quartiere, se non nella tecnica, nel meccanismo produttivo, almeno nel feeling, nel sentimento, nel carisma, nel contatto con il pubblico di appassionati, sta tutta in un perfetto lavorio tra le pieghe. Pieghe, angoli ciechi nel sistema blockbuster, che per una volta lascia il posto ad una curiosa atmosfera da film indipendente, grazie a quel Jon Watts che è cresciuto a pane e Super 8 e che sembra essere particolarmente portato nel descrivere cosa accade quando gli adolescenti vengono messi in situazioni fuori dalla loro portata (recuperatevi il suo Cop Car in cui due ragazzini rubano un auto della polizia per una bravata e si ritrovano a rischiare la vita inseguiti dall’agente corrotto che di quell’auto è il proprietario). Watts, oltre al talento nell’approcciare la materia, infonde nel film anche il lavoro sui tempi del racconto.

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Spiderman – Homecoming è un film di ampio respiro, si prende i suoi tempi per dipanare la trama, certo, ma soprattutto per “raccontare” Peter Parker, durante le sue giornate scolastiche, i primi approcci con le ragazze, le feste a cui lui ed il suo migliore amico partecipano controvoglia.

Jon Watts consegna in sostanza allo schermo, a tratti, una sua versione dei teen movie anni ’80 di John Waters e soci, in cui, più che porre il pubblico di fronte all’ennesima scena d’azione, l’obiettivo principale consiste nel tematizzare il rapporto di ragazzini alla scoperta di sé stessi con un contesto all’apparenza straordinariamente refrattario alla loro presenza. Non si tratta più di supereroi con superproblemi, piuttosto di individui che per caso si ritrovano dei poteri per le mani, che vogliono fare del bene, che non sanno come farlo senza cacciarsi nei guai e che comunque sono molto più interessati ad uscire con la ragazza carina di turno. Si lavora, in sostanza, tra le pieghe stesse del concetto di eroe.

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Il Peter Parker di Holland è un ragazzo che ha i poteri da qualche mese, non è più necessaria la presenza di una sequenza che mostri il momento del morso del ragno e la trasformazione, di conseguenza, ci si può dedicare ad affrontare tutta una serie di questioni ulteriori legate al concetto di eroe e superpoteri che i film precedenti non hanno potuto (o voluto) sviluppare. Cosa fa un ragazzino di quindici anni non appena ha i poteri? Come fa a coniugare la scuola e la vita da eroe? Come reagisce al fatto di possedere un’agilità straordinaria? Cosa vuole fare, come vuole emergere dalla massa? Al di là del modo concreto in cui il film tenta di rispondere a tutte queste domande, è straordinario notare come, in fondo, il minimo comune multiplo che sostanzialmente sostiene tutti i momenti in cui Peter scopre i suoi poteri e fondamentalmente cresce come eroe è quel “Sense Of Wonder”, quel senso di meraviglia, che è il sentimento principale che muoverebbe le azioni di un quindicenne che si scopre invincibile dall’oggi al domani. Al di là dell’ironia che contraddistingue il personaggio, a questo proposito è bellissimo notare che il Peter Parker di Jon Watts passi gran parte del film a ridere di gusto e soddisfazione delle sue abilità, e a gioire come un bambino la mattina di Natale nel momento in cui mette le mani sulla versione completa della sua tuta, elementi che, probabilmente, nei film precedenti erano dati per scontato, ma che forse costituiscono il vero fulcro di un progetto di questo respiro.

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Homecoming non ha paura, in sostanza, di sporcarsi le mani. Lavora piuttosto in quella zona liminale in cui si finiscono per lambire elementi che potrebbero risultare indigesti, spiacevoli, al pubblico medio e ai fan (enfasi sulla quotidianità di Peter, caratterizzazione del protagonista come un bimbo eccitato e privo dell’alone eroico che lo dovrebbe contraddistinguere) senza mai assorbirli completamente, piuttosto finendo per creare un prodotto ottimo, a tratti eccellente.

 

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Spiderman – Homecoming, come un prisma, è tante cose insieme a seconda del punto di vista da cui lo osservi. È la perfetta sintesi cinematografica di Spiderman, strutturandosi come un precipitato che raccoglie gli spunti migliori della trilogia di Raimi (vedi il rapporto tra il villain e Peter) e che riesce a sviluppare gli elementi lasciati in sospeso dai due Amazing Spiderman, è il ritorno sulle scene, da applausi, di Michael Keaton, che sta su schermo, in totale, qualcosa come dieci minuti ma che a ogni inquadratura finisce per prendersi sulle spalle il film e per mangiarsi lo schermo; è, infine, uno straordinario racconto di formazione, che al di là dei singoli sviluppi (che non ci sentiamo di commentare in questa sede per evitare di togliere il piacere della scoperta agli spettatori), ha il pregio di soffermarsi sul lato umano del supereroe, sulle sue debolezze, sui suoi limiti, sugli ostacoli che egli incontra sul suo cammino. Spiderman Homecoming è un film straordinariamente universale, forse uno dei pochi progetti che non ha l’imbarazzo di voler effettivamente insegnare qualcosa alle nuove generazioni di spettatori, perché i difetti di Peter Parker sono i loro stessi difetti, perché lo stesso Spiderman ed Iron Man non sono mai stati così straordinariamente umani e vicini a chi guarda.

Alessio Baronci

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