Il Limite Invalicabile – La Torre Nera

Un discorso attorno al film de La Torre Nera è, prima di qualsiasi cosa, un discorso sulla liceità, o meno, di un adattamento di un’opera letteraria al cinema. Il punto non è tanto se sia giusto o no trasformare in celluloide le pagine di un libro, quanto se è lecito sostenere ed affrontare la lavorazione, la promozione e l’uscita in sala di una trasposizione letteraria quando non esistono le condizioni necessarie affinché, oggettivamente, risulti un prodotto degno dell’opera di partenza.

Prima di provare a trovare il bandolo della matassa in questo senso, è forse necessario raccogliere qualche dato di background sull’opera di King al centro dell’opera di Arcel che ci possa aiutare ad affrontarne l’analisi con più efficacia.

Stephen King ci ha messo più di vent’anni a completare il ciclo della Torre Nera. Si tratta del suo Signore Degli Anelli, del suo Harry Potter, del suo Game Of Thrones. Ci troviamo di fronte ad una narrazione di una complessità straordinaria.

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Il ciclo di King, almeno concettualmente, ha una marcia in più rispetto a quelli di Martin o della Rowling. Un po’ come il Marvel Cinematic Universe la storia della Torre Nera è raccontata in otto romanzi ma praticamente il 90% dell’opera di King si riferisce in un modo o nell’altro alla saga. Gli otto romanzi raccontano quindi la storia di Roland mentre gli altri scritti di King contribuiscono a costruire il contesto in cui la caccia di Roland si ambienta. Alla luce di questo, giusto per fare un esempio, uno dei villain della saga a cui il pubblico è più affezionato, quello stesso Randall Flagg interpretato da Matthew McConaughey nel film, è, prima di qualsiasi altra cosa, l’eminenza oscura che dà la caccia ai sopravvissuti di un virus mortale nel romanzo The Stand.

Di un’organizzazione del genere va tenuto conto quando si tratta di trarre un film dal ciclo di King, da entrambi i lati della barricata.

Se sei uno spettatore dovresti sapere che per poter apprezzare al meglio un qualsiasi progetto audiovisivo tratto dalla saga c’è un modo giusto (aver letto gli otto libri) ed un modo più giusto (aver letto gli otto libri ed ogni altro romanzo di King che costruisce il contesto della saga stessa). Andare digiuni all’incontro col film non è sbagliato ma, come al solito, leva il 98% del fascino.

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Al contempo, se sei un creativo, se fai parte della squadra che dovrà andare a girare l’adattamento del ciclo di King sai che dovrai fare in modo di trovare il formato più adatto affinché si conservi da un lato la complessità di un sistema narrativo del genere e dall’altro il carisma, l’atmosfera che è parte integrante della saga. Serve una forma che sia in grado di far respirare storia e personaggi, che non abbia paura di rallentare il ritmo per lasciare che la narrazione si distenda un momento per poi riprendere con rinnovato vigore, che non tema, prima di ogni altra cosa, di costruire un contesto che non sia totalmente “audience friendly”, che non sia accogliente per lo spettatore dell’ultima ora, per chi non ha letto i libri, per chi non conosce l’opera di King, perché un progetto di questo tipo, quando ricerca la vicinanza al pubblico medio, finisce per vendersi l’anima al diavolo e perde tutto ciò che lo rendeva memorabile.

Non si scappa, un adattamento serio della saga de La Torre Nera troverebbe la sua quadratura del cerchio solo nel momento in cui prendesse corpo grazie ad un medium o ad un formato capace di esaurire quei requisiti essenziali a cui poco fa accennavamo: una serie tv di sette o otto stagioni (circa una per romanzo), o un franchise di altrettanti film (alla stregua di quanto già fatto per l’Harry Potter della Rowling); non solo, se ci si sentisse particolarmente ambiziosi si potrebbe agire come la Marvel e creare una sorta di “Stephen King Cinematic Universe”, con la saga della Torre a fare da spina dorsale e gli adattamenti di tutti gli altri romanzi dell’autore, a fare da contorno e contesto alla storia principale. Questo tuttavia non è un mondo perfetto e un progetto di questo tipo sarebbe un suicidio produttivo per chiunque, perciò prendiamo quest’approccio e lo mettiamo da parte per non tornarci più.

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Qualsiasi altra via che porti ad una trasposizione su schermo delle storie de La Torre Nera è, ovviamente, percorribile, solo che a quel punto non si parlerebbe più di adattamento ma di rilettura di una storia attraverso gli apporti peculiari di un altro medium. Tuttavia non prendiamo in considerazione questa strada per leggere La Torre Nera, che nasce come adattamento della saga letteraria, meglio, non la prendiamo in considerazione, in prima battuta, perché comunque ciò che stiamo osservando avrà, forse suo malgrado, più di un punto in comune con una rilettura della fonte originale, ma a questo ci arriveremo e subito dopo perché la rilettura presuppone un processo autoriale forte, uno sguardo creativo e critico che rilegga da zero la storia originale nella sua totalità o anche solo nei suoi passaggi essenziali, rivedendone il senso, la morale, le tematiche, analizzandone profondamente le linee tensive.

Al di là di tutto, di nuovo, è solo una precisazione. The Dark Tower, ufficialmente, non nasce come rilettura. Si tratta di un prodotto commerciale sebbene, forse, di nicchia, ma rimane il fatto che il suo pubblico voglia vedere una rappresentazione il più possibile fedele di ciò che ha già letto nei libri, di una lettura critica dell’opera di King non se ne fa nulla.

La cosa particolarmente interessante del processo produttivo de La Torre Nera è che, durante i primi momenti di progettazione, tutti sembravano aver intrapreso la strada giusta.

The Dark Tower sarebbe dovuta diventare una serie tv. Ci sarebbero stati J.J. Abrams e Damon Lindelof a dirigere i lavori di scrittura in qualità di showrunner e Ron Howard a supervisionare la regia e la produzione. Il problema è che improvvisamente tutti i network a cui venne proposto il progetto fecero un passo indietro e The Dark Tower si ritrovò senza un canale di distribuzione. Siamo attorno al 2007, da questo momento in poi il progetto vive di fasi alterne, alcune volte la green light sembra essere dietro l’angolo, in altre occasioni tutta la baracca entra in una sorta di coma da cui gli addetti dicono che non si sveglierà più, nella maggior parte dei casi si assiste ad un passaggio di consegne in termini di diritti della saga di King da una casa di produzione all’altra, oltreché ad una mutazione del formato dell’adattamento (che da serie tv si avvicina sempre di più ad essere serie di film). Malgrado le ottimistiche premesse, il progetto non riesce a prendere il via e tutto finisce nel cosiddetto Development Hell, nell’inferno produttivo, un limbo apparentemente senza uscita da cui un film raramente riesce a risalire. The Dark Tower è morto, gloria a The Dark Tower. Apparentemente.

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Il punto in effetti è che il progetto The Dark Tower negli ultimi due anni è stato riattivato e pochi giorni fa è arrivato in sala da noi, ma la sensazione è che tutto si sia riacceso non tanto per dare ai fan e ai lettori di King qualcosa che concretizzasse i loro desideri ma per motivi ben più profondi e per certi versi oscuri.

Abrams e Lindelof hanno salutato tutti e si sono separati dal progetto, solo Ron Howard (il regista che inizialmente avrebbe dovutoprendere in carico il franchise al cinema) è rimasto, ma solo in qualità di executive. In realtà la regia è di Nicolaj Arcel, uno straordinario autore in patria che però, in questo, caso, ovvio funga da mero mestierante asservito alle logiche di mercato. Si incomincia a respirare aria di pressapochismo già leggendo i nomi nei credits dunque, ma la cosa si fa più interessante nel momento in cui si osserva la vera e propria architettura che regge il film. The Dark Tower non è una trasposizione fedele del primo romanzo della saga di King, né le eventuali pellicole successive si occuperanno di portare su schermo il contenuto degli altri volumi. The Dark Tower sarà il primo tassello di una saga sequel della storia principale, in cui l’unico personaggio del gruppo di protagonisti dei romanzi a essere rimasto della partita è il pistolero Roland. È qui, è esattamente qui che si assiste alla fine di tutto. Ci si rende conto, in effetti, che la dichiarazione di distacco dal materiale di partenza, non è altro che la condizione ideale per cominciare a manipolare tutta una serie di spunti provenienti dalla saga di King, di cui si finisce per fare ciò si vuole. Ancor meglio, più che manipolare, variare, rileggere, ma comunque mantenere gli elementi costruttivi del materiale di partenza, il team creativo di The Dark Tower taglia. Taglia il concetto di Ka-Tet che è il nucleo vero e proprio attorno a cui si struttura la saga, taglia alcuni elementi essenziali della caratterizzazione di Roland, taglia i dettagli sul contesto d’azione del protagonista, taglia qualsiasi riferimento al primo “party”, al primo gruppo di personaggi che affronta la caccia insieme a Roland nei libri. L’idea è che The Dark Tower voglia essere un film accessibile al più ampio range di pubblico possibile (anche ai digiuni di King e della saga dunque), che punta a conservare lo spirito originale del materiale di partenza, semplificandolo per non spaventare gli spettatori medi che di loro non avvicinerebbero mai la trasposizione di una saga di tale complessità. Il punto, tuttavia, è che The Dark Tower non semplifica solo il materiale di partenza, ma vi si approccia anche con un’estrema superficialità. Manca coesione tra gli elementi, manca freschezza, manca, in sostanza, “anima”. Si percepisce che ci troviamo di fronte ad un film pensato e girato da persone che sono lì per portare a casa la pagnotta, piuttosto che da lettori di King o anche solo da gente che punta a creare un prodotto valido.

Quello che evidentemente nessuno ha compreso durante la lavorazione è che lavorando superficialmente sul materiale di partenza non si perde solo l’interesse dei lettori della saga ma si rischia anche di perdere contatto con lo spettatore medio, perché la superficialità (come nel caso di The Dark Tower) fa rima spesso con poca chiarezza, con una narrazione fumosa, con un racconto poco coinvolgente.

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Non solo, soffermandoci sulle parti in gioco, si capiscono ancor meglio le linee di tensione che hanno guidato l’approccio al film. A far da contraltare al personaggio di Roland c’è infatti Jake Chambers. Jake è preso di peso dal ciclo de La Torre Nera ma le due versioni del personaggio hanno (prevedibilmente) molto poco in comune. Jake nel film diventerà l’allievo di Roland (un tratto presente anche nei libri) ma, più di ogni altra cosa, si tratta del vero e proprio trigger grazie al quale The Dark Tower, più che trasformarsi, mostra a chi guarda la sua vera natura. Se è vero infatti che il ciclo King è prima di qualsiasi altra cosa una saga Dark Fantasy in cui il racconto di formazione è presente ma non è altro che una parte di una totalità più grande e più varia, la polarità della trasposizione di Arcel è completamente spostata verso questo racconto di formazione che vede (meglio, vorrebbe vedere), Jake diventare adulto grazie alle esperienze, ai traumi in cui incorre e agli insegnamenti di Roland. Il punto è tutto qui. Perché apparentemente non ha alcun senso deturpare in questo modo, attraverso una semplificazione tematica, simbolica e stilistica davvero fuori luogo, un’opera che su carta avrebbe un potenziale straordinario. I lettori, i fan, non potranno far altro che rifiutare una trasposizione di questo tipo, al contempo i non lettori si troveranno di fronte ad una pellicola vuota, spoglia, immediata ma assolutamente non memorabile, di cui pochissimi consiglierebbero la visione agli amici. Strutturare un film del genere in questo modo è una scelta inspiegabile, almeno muovendoci secondo logica, l’unica idea che può venire in mente per giustificare la maggior parte delle scelte operate durante la creazione di The Dark Tower è che tutta la progettazione sia stata guidata da un mix di paura e disperazione.

Walter (Matthew McConaughey) in Columbia Pictures' THE DARK TOWER.

È un ragionamento complesso, quello che stiamo per affrontare, ma è necessario spiegare ogni parte in gioco con attenzione perché il senso di un film del genere è nascosto in questi dettaglLa sensazione è che qualcuno degli “agenti” coinvolti nella trasposizione su schermo del ciclo di King abbia messo, in un passato più o meno recente, dei soldi (probabilmente non pochi) per finanziare il progetto, progetto che però, come si diceva, dopo poco è ricaduto nel Development Hell e rischiava di non vedere più la luce. Il punto però è che quell’anonimo finanziatore, di colpo, potrebbe aver rivoluto indietro l’iniziale investimento, data anche l’incertezza del progetto e al team creativo non è rimasto altro che recuperare i soldi investiti tentando di incassare la somma da restituire con il film. Potete anche cambiare il pretesto (magari i diritti di sfruttamento dei romanzi erano in scadenza) ma è innegabile che dev’essere scattato qualcosa che ha reso la realizzazione di The Dark Tower non solo necessaria ma praticamente obbligatoria. Con un misto di panico, disperazione e fretta di terminare il progetto per darlo subito in pasto alle sale, il team creativo ha pensato bene, dunque, di creare un prodotto commerciale che potesse accontentare la fascia di pubblico più ampia possibile. Pensateci…The Dark Tower è pensato come un blockbuster Marvel/Dc, (è stata tirata in ballo addirittura un’ipotesi di universo espanso con gli adattamenti della Torre a fare da spina dorsale, una serie tv prequel su Roland e altri film dai romanzi di King tutti in collegamento fra loro), è girato e strutturato come un film action anni ‘80/’90 (così da attirare l’interesse degli spettatori medi over 40, letteralmente plasmati da quel tipo di film, siano essi lettori di King o no), vorrebbe attirare l’attenzione dei lettori appassionati della saga (vorrebbe esserne il sequel e ha un paio di easter egg che solo i lettori possono riconoscere) e soprattutto ha un’atmosfera profondamente Young Adult (l’adolescente protagonista, il viaggio di ricerca, la storia di formazione che caratterizza Jake), giacché, si sa, i teenagers rappresentano il campione di pubblico più numeroso su cui fare affidamento. The Dark Tower nasce quindi per essere il film perfetto, peccato però che una generale svogliatezza, la mancanza di passione nei confronti del progetto ed una generale sciatteria di fondo (le incongruenze che si riscontrano nelle sequenze che vedono Roland e Jake a New York sono da antologia del non-sense) lo condannano, come si è detto, fin dai blocchi di partenza. D’altronde si sa che se si vuole andare dappertutto alla fine non si va da nessuna parte.

Jake Chambers (Tom Taylor) inside Dutch Hill in Columbia Pictures' THE DARK TOWER.

A questo punto, The Dark Tower funziona benissimo come risposta alla domanda che ci siamo posti all’inizio. Ci troviamo di fronte ad un film privo di senso, una rilettura della saga involontaria, nata dalla necessità e priva della profondità che le riletture di solito hanno, un film girato di malavoglia e confezionato solamente per la ricerca del soldo facile, una pellicola indegna della profondità del materiale di partenza. Messe così le cose, al di là di qualsiasi battuta o supposizione, che senso ha avuto girarlo? Non era meglio chiudere il progetto in partenza quando è stato chiaro fin da subito che tutto ciò che ne sarebbe uscito sarebbe stato comunque nettamente inferiore alla fonte?

Alessio Baronci

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