Codice Criminale – Recensione

Forse il pregio più grande di Codice Criminale è quello di porsi come uno strumento che ci permetta di osservare più da vicino una realtà, quella legata alla cultura gipsy, di cui spesso si ignora l’esistenza, quando non si possieda di essa una lettura completamente distorta (avete presente Il Mio Grosso ‘Grasso Matrimonio Gipsy su Real Time no?).

L’opera prima di Adam Smith funziona infatti come uno straordinario saggio sociologico sulla cultura Rom di matrice inglese. Il cast recita nel dialetto Ròmani di marca inglese, la maggior parte della pellicola è dedicata alla descrizione quasi maniacale della vita quotidiana del clan Cutler, tra caccie al coniglio, inseguimenti in macchina, gratuiti atti vandalici, rapine, barbecue e sermoni sull’importanza dell’onore e della famiglia. Tra i fotogrammi di Codice Criminale ci sono i fumi del focolare attorno a cui si riuniscono i membri della famiglia protagonista, c’è il sapore del grasso della carne cotta alla griglia, l’odore di gomme bruciate, di tabacco stantio, di vernici da ferramenta. Codice Criminale è una splendida istantanea di una dimensione a noi lontana e che forse, altrimenti, non potremmo mai avvicinare, il problema, tuttavia, è che tutto inizia e finisce qui.

Rotta la superficie del film, quello a cui ci si trova davanti è una pellicola tutto sommato debole, priva di carisma, in una parola dimenticabile. Un compitino ben progettato, in cui tutto è visivamente pulito, ben organizzato, privo di particolari sbavature, in cui la direzione delle sequenze cardine in sé funziona ed in cui persino le scene d’inseguimento sono straordinariamente solide.

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Il punto è che manca il carisma, manca la passione, manca l’errore che ti fa percepire il desiderio di chi gira di rendere quella scena memorabile a tutti i costi, manca, in sostanza, la volontà di creare un prodotto che dica la sua sul mercato.

E allora, da questa presa coscienza, non può attivarsi altro che un curioso effetto domino. Codice Criminale è privo di una mano autoriale che entri davvero all’interno del tessuto filmico per modellarlo a suo piacimento e per fare in modo che il film “parli” con la voce del regista. Questa assenza fa perdere profondità a tutto il progetto, che assume il taglio di un film per la tv della BBC (uno splendido film tv, ma pur sempre un’opera che non può andare al di là del segnale delle parabole inglesi), che finisce per essere retto dalla coppia Gleeson/Fassbender che come al solito è straordinaria ma dai cui atteggiamenti, a volte, non può che trasparire una certa sensazione di “pilota automatico”, un film che, pur avendo un concept di base ed un impianto tematico di enorme potenzialità, finisce per richiudersi su sé stesso. Perché se manca l’occhio del regista a regolare l’apporto dei vari spunti, ogni drammatico scambio di battute tra due personaggi diventa una debole proforma, ogni delirante sermone, che dovrebbe servire a portare alla luce il codice etico a metà tra il cattolicesimo ortodosso e l’onore criminale, su cui si struttura la vita dei Cutler, e che dovrebbe porsi tra l’altro come perfetta cartina tornasole per mostrare le contraddizioni del personaggio di Fassbender, assume i caratteri di una pigra disamina sull’onore e sull’importanza del nucleo famigliare come unica società veramente pura e priva di corruzione. Ancora, ad un sottotesto così labile, non può che far da contraltare un sopratesto, uno script che fa dei passaggi deboli,telefonati, quando non lasciati volutamente poco chiari, i suoi elementi fondamentali. Di nuovo, se non c’è qualcuno in regia che si impone sul resto, questo è ciò che accade.

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Codice Criminale è dunque un buon progetto dalle ottime potenzialità che però fallisce sulla lunga distanza, anche e soprattutto per l’inesperienza del suo regista, alla sua opera prima dopo una gavetta nella tv inglese. La speranza è che non solo Adam Smith cresca in futuro a tal punto da trovare una sua cifra stilistica con cui nutrire e sostanziare le sue opere, ma che, soprattutto, il concept socio-culturale del suo film (il bel contesto dei clan Ròmani) venga ripreso e nuovamente sviluppato stavolta da qualcuno con un po’ più mordente di lui.

Alessio Baronci

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