Storia Triste Di Potenzialità Enormi Sfruttate Malissimo – La Mummia

Per certi versi, tutto potrebbe riassumersi in una metafora che sa di barzelletta. Da un lato c’è la Marvel, che, metaforicamente, è lo studente perfetto, che porta a casa sempre ottimi voti, che anche nei suoi momenti “No” riesce ad esprimersi comunque in maniera superiore alla media, popolare, che piace alle donne e che nell’ultimo anno è riuscito a diventare anche quarterback della squadra di football del liceo. Fastidiosamente infallibile sarebbe la definizione corretta per descrivere il Marvel Cinematic Universe, in sostanza. Dall’altro c’è la DC, che potremmo assimilare all’alunno saccente, fastidioso, invidioso nei confronti dello studente più valido e popolare, che vorrebbe far vedere al mondo che il suo rivale è solo una montatura, che è infantile, che non merita tutta la fama e che lui può ottenere voti più alti dei suoi bendato e con una mano dietro la schiena, sta aspettando solo il momento di dimostrarlo. Solo che il momento di distruggere il suo rivale arriva e la DC manca il bersaglio. Ripetutamente. In maniera goffa e imprecisa.

La zona tra i due schieramenti è poi una sorta di terra di nessuno in cui si muovono tutti gli altri studenti, tutti gli altri tentativi di creare franchise, universi narrativi condivisi, portati avanti negli anni da altre case di produzione. È qui che si posizionano, ad esempio, i vari Godzilla, Kong: Skull Island, ed è qui che si muove anche il Dark Universe dei mostri Universal appena inaugurato da La Mummia made in Kurtzman/Cruise. È sempre particolarmente interessante studiare progetti di questo tipo dalla giusta prospettiva perché si tratta, sempre e comunque, di strutture che conservano in loro una stilla di originalità e coraggio creativo, una firma autoriale, volente o nolente, che la Marvel ha scelto coscientemente di non mostrare nei suoi film e che la DC non ha mai avuto. È stato così per il Godzilla di Edwards, ma anche per lo Star Wars di Abrams (che sono, a tutti gli effetti, film di Edwards e di Abrams, in cui, se sai dove guardare, ritrovi tutte le cifre stilistiche dei due registi) ed è così anche per La Mummia, sebbene, forse, in un modo completamente folle e sui generis.

 

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A lavorare al primo tassello del Dark Universe c’è una squadra apparentemente così tanto rabberciata e “lontana” dal modo convenzionale di intendere un franchise (dove sono la solidità narrativa e la caratterizzazione dei vari personaggi a farla da padrone) che non gli affidereste il vostro cane per una settimana, figuriamoci un investimento di milioni di dollari. Il regista de La Mummia nonché showrunner ed executive di tutto l’universo narrativo è Alex Kurtzman. Kurtzman è un vicinissimo collaboratore di JJ Abrams. Ha scritto con lui svariate puntate di Alias, ha lavorato al terzo episodio di Mission Impossible (diretto proprio da Abrams), soprattutto, lavora da sempre in tandem con Roberto Orci. L’universo Transformers si regge, dopo anni, grazie a loro, autori dei primi due capitoli della saga e supervisori generali del franchise per una considerevole parentesi di tempo. Alla sceneggiatura c’è poi un certo Christopher Mcquarrie, che a molti dirà poco, ma che è fondamentalmente l’artefice della rinascita di Tom Cruise. È il regista dell’ultimo Mission Impossible oltreché autore, regista e supervisore della saga di Jack Reacher, saga forse impietosamente sfortunata che sembra volersi porre come variante più cupa e antieroica rispetto al franchise di Mission Impossible. Mcquarrie è forse la personalità su cui si dovrebbe fare più affidamento per un progetto a lungo termine di questo tipo, dunque, peccato che nessuno se ne sia ancora accorto e che i suoi sforzi siano stati per ora probabilmente messi a tacere da un tale Chris Morgan, il capo dell’ufficio produzione. Chris Morgan, giusto per proseguire e concludere il nostro Who Is Who è in sostanza lo showrunner ed il produttore esecutivo della saga di Fast And Furious, è colui che ha ripreso il franchise per i capelli prima che potesse autodistruggersi definitivamente e gli ha restituito un minimo di credibilità all’interno del filone action.

Dunque, alla luce di questa piccola carrellata di personalità, forse conviene corregge il tiro in merito a quanto detto qualche riga fa. Alle spalle de La Mummia, alle spalle di tutto il Dark Universe c’è gente tanto valida nel dirigere blockbuster d’azione, quanto incapace di pensare a lungo termine, di creare linee di trama complesse, di partorire un franchise che, al netto dei fatti, possa fare a pezzi la Marvel (perché è inutile girarci intorno, da anni è iniziata la caccia al Marvel Cinematic Universe, con squadre intere che tentano di progettare franchise in grado di spodestare la Casa Delle Idee dalla vetta, e in fondo va bene così, perché la competizione aiuta la creatività).

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Non lasciatevi ingannare: ognuna di queste persone ha creato film di grande valore se inquadrati nel giusto modo, che fanno parte di saghe amatissime dal pubblico e che la critica sta imparando a riscoprire, ma in nessun caso c’è stata in passato l’ambizione, da parte loro, di creare un universo narrativo condiviso e complesso costruito sulle storie che componevano i singoli film. In sostanza, il fatto che esista un Transformers 2, poi un Transformers 3, poi un Transformers 4 (ma anche un Mission Impossible 2, un 3, un 4 e via dicendo) è indice di una purissima strategia commerciale che punta a sfruttare una property per costruirci prodotti di genere con cui incassare molto ed in breve tempo, più che di una volontà di strutturare un franchise che si basi su un articolato sistema di storie interconnesse e riferimenti multipli, lo si capisce anche da come i film, spesso, siano concatenati tra di loro, quasi consequenziali e quindi il quarto episodio altri non è che uno sviluppo di uno spunto presente nel terzo capitolo e via così. Forse l’unico franchise che sta provando a rompere la routine è Fast And Furious, che sta lentamente tentando di costruire un’architettura di riferimenti tra film usciti a distanza di anni, ma abbiamo ancora bisogno di tempo per capire se i creativi credono davvero in questa scelta o no.

Al di là di questo, è comunque un modo di agire, di vedere le cose, di lavorare ad una saga rispettabilissimo, ma, ripeto, è l’ultima cosa che ti serve quando stanzi milioni di dollari per costruire la tua risposta al Marvel Cinematic Universe.

 

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La Mummia è quindi il contenitore in cui si va a posare tutto questo precipitato di impreparazione strategica. Come volevasi dimostrare, il film funziona (e funziona benissimo), in tutte quelle parti puramente “da blockbuster”, che puntano cioè a fomentare il pubblico, ad intrattenerlo in maniera felicemente spicciola. Tom Cruise viene rimesso su un aereo a gravità zero dopo l’ultimo Mission Impossible (scritto e diretto da Mcquarrie), la scena è girata benissimo e si vede lontano un miglio che lui si diverte come un bambino; le sequenze horror si snodano tra inaspettati jump scare ed imprevisti (e felicissimi) richiami a Fulci e al Raimi della Golden Age; nel film si respira un’atmosfera a metà tra i film d’azione anni ’90 e i vicinissimi riferimenti all’Uncharted di Naughty Dog. Si tratta dell’apoteosi del versante “scanzonato” del Blockbuster, una leggerezza che si riflette nel tono del racconto (un portato dei capitolo de La Mummia con Brendan Fraser), ma anche nelle interazioni tra i singoli attori, con il duo Cruise/Crowe che per la prima volta da anni sembra volersi allontanare dai toni seriosi, drammatici o comunque cupi dei personaggi interpretati dai due negli ultimi anni, allentarsi la cravatta e prendersi allegramente a cazzotti in faccia. Se tutto ciò che serve per fare un validissimo blockbuster d’azione c’è e funziona, manca al film ogni singolo elemento utile a costruire un franchise solido. Manca una caratterizzazione convincente dei personaggi, manca un’alchimia seria tra le parti in gioco, manca la volontà di costruire un universo di storie che si reggono da sole e tra di loro, proprio perché finiscono per latitare tutti quei raccordi utili a strutturare la narrazione a lungo termine del franchise. Le potenzialità e le finalità del Prodigium (lo S.H.I.E.L.D. del Dark Universe) sono vaghissime, solo accennate sono poi le caratteristiche dell’evoluzione del personaggio di Tom Cruise che sembrerebbe essere (il condizionale è d’obbligo) uno dei trad d’union ricorrenti dell’universo narrativo.

Sia chiaro, è una vaghezza non certo legata ad una pianificazione coerente della scrittura (“non vi diciamo nulla per rivelarvi tutto lungo il corso dei vari film”), quanto piuttosto di una mancata organizzazione della materia narrativa (“non vi diciamo dove vogliamo andare a parare perché non lo sappiamo neanche noi”). Tutta questa superficialità di storytelling dà vita, tra l’altro a siparietti involontariamente comici, come quel combattimento finale risolto in quattro e quattr’otto perché tutta la mitologia alle spalle dell’universo narrativo, che fondamentalmente dovrebbe sostanziare il confronto, dev’essere ancora pensata.

E allora, tirando le somme, possiamo dire senza problemi che The Mummy funziona molto bene come blockbuster ma che non può assolutamente porsi né come capostipite di un franchise anti Marvel/DC né come semplice tassello iniziale di un universo narrativo condiviso da più film. Non c’è una progettazione a lungo termine, non c’è consapevolezza di un racconto complesso, c’è, piuttosto, una dualità di toni e volontà che porta da un lato il film a riempirsi di elementi diversi e disorganizzati (scene action, dialoghi utili a costruire l’universo narrativo, battutine, jump-scares e via dicendo), dall’altro i creativi a prendere tutto questo caos referenziale e a lanciarlo letteralmente in faccia a spettatori e concorrenza , fiduciosi del fatto che almeno qualcosa in quel minestrone di spunti, possa catturare l’attenzione di chi guarda, che sia il Prodigium o il destino di Seth, poco cambia.

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The Mummy è, in sostanza, tanto un ottimo blockbuster quanto un mero test-footage se lo si guarda in prospettiva rispetto a ciò che potrà essere il Dark Universe. Tuttavia, è un discorso non semplice quello che qui stiamo provando ad imbastire. Di nuovo, non è detto che il Dark Universe debba essere l’anti Marvel Cinematic Universe, abbastanza emblematico in questo senso è il cambio di rotta di Kurtzman e soci, che inizialmente lanciarono il progetto come l’unico in grado di fermare lo strapotere Disney0 ma che subito dopo corressero il tiro dicendo che loro puntavano a realizzare film validi singolarmente, che non trovassero il loro senso ultimo nell’interconnessione. È comunque un modo di lavorare e di creare rispettabilissimo, viene soltanto da chiedersi come questa strategia (che è poi quella a cui hanno sempre lavorato le persone coinvolte nel franchise) possa reggere a lungo andare, ma non è questo forse il momento di farsi una domanda del genere. Anche la concezione di una serie di film che esauriscono il loro potenziale singolarmente, che sono connessi tra di loro ma in maniera molto molto labile e che probabilmente finiranno per far confluire i protagonisti che li animano in un’unica pellicola conclusiva piuttosto che far compiere loro comparsate nel corso dei singoli progetti, è in sé un’idea sensata, peccato, piuttosto, che incarni una concezione di universo condiviso forse troppo vecchia e stantia per essere “affascinante”. Riprendendo il gioco di metafore di poco fa, Il Dark Universe al netto del suo primo episodio sembra essere il trickster, il buffone della classe, un individuo furbo, che si accattiva il favore dei professori/spettatori a suon di strizzatine d’occhio, battutine e giochini divertenti. Il trickster arriva a fine anno con un sei stiracchiato in pagella, è il classico personaggio che “può, ma non si applica” e che viene costantemente rimandato a Settembre. È lo stesso commento con cui congediamo il Dark Universe, che in sé, con le dovute accortezze di approccio, può, ma che deve ancora schiarirsi un po’ le idee, deve capire cosa vuole fare da grande, prima di poter giocare al tavolo degli adulti.

Può, ma non si applica, ci risentiamo per questo al prossimo episodio del franchise.

 

Alessio Baronci

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