Lady Macbeth – Ritratto oscuro e ipnotico di una donna desiderosa d’amore.

Arriva finalmente nelle sale italiane il 15 giugno Lady Macbeth, distribuito dalla Teodora Film e diretto da William Oldroyd, regista di formazione teatrale, qui al suo primo lungometraggio cinematografico. Dopo una buona accoglienza allo scorso Toronto International Film Festival, questo film ha riscosso successo anche al Torino Film Festival e ha vinto il premio della critica al festival di Zurigo e il premio Fipresci al Festival di San Sebastien.

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Nell’Inghilterra del 1865, la diciassettenne Katherine è costretta ad un matrimonio di convenienza e senza amore con un ricco possidente terriero. Si tratta di un uomo più grande di lei, egoista, meschino, che la giudica meno di una bestia da allevamento, la ignora carnalmente e la costringe alla solitudine e alla clausura per lunghe settimane mentre è in viaggio per affari. Persino il suocero non la considera altro che un mezzo per garantire un erede sano quanto prima alla famiglia.

Katherine deve sottostare ogni giorno a umiliazioni degradanti (nell’intimità e in pubblico), alle buone norme sociali di brava padrona di casa e ad una routine senza scopo tra quelle soffocanti e inospitali mura domestiche, privata della libertà e dell’amore vero. Finché un giorno trova finalmente uno spiraglio di passione grazie all’incontro clandestino con il giovane Sebastian, bellissimo e rude stalliere della tenuta. A quel punto Katherine non può più fare a meno della relazione, portata avanti approfittando delle diverse assenza del marito, ma le sue azioni avranno sanguinose conseguenze. Molto presto imparerà che l’unico modo possibile per poter mantenere il controllo sulla sua vita e per poter amare senza limiti, sarà quello di agire con fredda determinazione contro chiunque cercherà di fermarla, ricorrendo persino alle azioni più sanguinose e abominevoli.

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Nonostante il riferimento letterario contenuto nel titolo, precisiamo che questo film non ha molto a che vedere con la tragedia di ShakespeareOldroyd, infatti, per questo suo esordio cinematografico ha detto più volte di essersi ispirato al romanzo breve di Nikolaj Leskov, Lady Macbeth del Distretto di Mcensk. Si tratta di un testo le cui tematiche hanno attratto fin da subito il regista e con lui, anche la sceneggiatrice Alice Birch, affascinata come non mai dall’idea di poter adattare una storia simile, seppur modificando l’ambientazione e in parte il finale. Ciò che ha convinto maggiormente di questo progetto, secondo le interviste, è soprattutto l’evoluzione della protagonista, che da vittima, costretta a sottomettersi ad un’esistenza di infelicità, si trasforma in assassina risoluta. “Nella letteratura di quel tempo donne come Katherine di solito soffrono in silenzio, nascondono i loro sentimenti o si tolgono la vita. Ma in questa vicenda abbiamo una giovane protagonista che combatte per la sua indipendenza e decide il proprio destino, anche attraverso la violenza”.

Pur cedendo il fianco ad alcune perdonabili meccanicità narrative (specie nell’ultimo atto), il regista Oldroyd non solo se la cava bene, ma riesce a imprimere al film un fascino e un ‘eleganza ammaliante e allo stesso tempo malata, mai inutilmente manierista, basata su delle scelte di messa in scena quanto mai azzeccate. Ogni inquadratura, ogni taglio, ogni dettaglio sul corpo e sul volto della protagonista descrivono così la quotidianità avvilente della donna schiava e oppressa (colta dentro piani stretti e ravvicinati che le tolgono sempre spazio attorno) e costruiscono situazioni, seppur statiche e ripetitive, dense di significato e pregne di una costante tensione drammatica, giocata su situazioni all’apparenza placide e dal ritmo dilatato. 

Lady Macbeth è un film in costume in grado di toccare questioni come il potere dell’autodeterminazione e il senso dell’ immoralità con estrema crudezza, narrando un racconto di formazione sulla via del male. Si tratta di un’opera in costante equilibrio tra orrore e sensualità, dotata di una discreta potenza visiva e (soprattutto) sonora.

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Che dire poi della giovanissima Florence PughOldroyd, dopo averla vista recitare in un film intitolato The Falling, non ha avuto dubbi: “La sua interpretazione mi ha molto impressionato, era aperta e onesta, e fin da subito ci è stato chiaro che avevamo trovato un’attrice con lo spirito giusto per il personaggio di Katherine. Florence ha regalato al film un’interpretazione incredibilmente forte e sicura di sé, ha un grande istinto attoriale, unito a un’ottima tecnica”.

La Pugh, dal canto suo, offre un’interpretazione assolutamente da brividi: misurata, ambigua, intensa e perfettamente algida. Non solo riesce a rendere con impressionante naturalezza sia l’innocente ingenuità che la progressiva evoluzione della ragazza, ma cresce notevolmente quando si trasforma in carnefice spietata. Durante lo sviluppo narrativo, nonostante l’efferatezza delle sue azioni, che mostrano un livello di cattiveria sempre più agghiacciante e delirante, non possiamo non restare del tutto indifferenti ai motivi che la spingono ad abbracciare il proprio lato oscuro. Non possiamo certo condividere il suo agire ma comprendiamo che non ha altri mezzi per liberarsi dal controllo maschile. Oldroyd ci ricorda che siamo all’interno di un mondo rurale incolto, animalesco e misogino in cui una donna non ha diritti, può essere rinchiusa senza possibilità di replica e sottomessa con estrema crudeltà. Persino gli abiti che indossa contengono in sé il senso della sua prigionia. Emblematici a tal proposito i costumi austeri e rigidi di Holly Waddington, realizzati ispirandosi ai modelli dell’epoca: i corsetti e le crinoline sembrano intrappolarla fisicamente ad ogni passo e il cambio d’abito mostra la sua evoluzione all’interno tanto quanto sul piano della scrittura.

Altro punto di merito, infatti, è l’eccezionale lavoro scenografico, in particolare nello sfruttamento delle location. Le maestose moorland inglesi sembrano uscite direttamente da un romanzo di Emily Brontë con quell’aspetto spettrale, fosco e selvaggio; l’ennesimo valore aggiunto sostenuto dalla buona resa fotografica di Ari Wegner e dall’uso calzante delle sonorità naturali. Si tratta di un’ambientazione desolante, lontano da qualunque forma di civiltà o ragionevolezza, proprio come la sua protagonista e a detta della sceneggiatrice Alice Birch :“Il rapporto tra la protagonista e l’ambiente circostante mi ha affascinato fin dall’inizioL’erica, le colline, la brughiera e il fiume sono tutti elementi vitali e seguono la trasformazione di Katherine nel momento in cui acquista una sempre maggiore consapevolezza e determinazione”.

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Ambientazione ottocentesca, paesaggi rurali carichi di foschia, moralità corrotte e desideri di libertà rendono quest’opera prima assolutamente da recuperare. Peccato che si tratta dell’ennesimo buon titolo condannato all’invisibilità, vista la scarsa tendenza del pubblico italiano ad affollare le sale in questo periodo e il poco spazio riservato in termini pubblicitari.

Laura Sciarretta

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