Get Out – Meeting parents tra razzismo e manipolazione.

Cominciare una recensione non è mai facile e farlo analizzando certi titoli è come giocare col fuoco e il serio rischio di bruciarti è alto. Insomma provare a raccontare in breve la trama è già di per sé un agguato che ti permette di cadere a piè pari nella trappola spoiler o tentare di apporre metafore, significati, analisi a mente fredda ha in sé la difficoltà di saper essere schematici e di non banalizzare quanto si è appena visto. Specie se stiamo parlando di un gran bel film come Scappa – Get Out , al cinema dal 18 maggio.

Partiamo con calma.

Scappa – Get out è l’esordio registico di Jordan Peele, attore e sceneggiatore popolarissimo negli Usa che si è fatto conoscere per delle partecipazioni a show di successo (Modern Family, Fargo) e per i divertentissimi sketch con Keegan- Michael Key nella comedy tv Key and Peel (per l’appunto). Nonostante si tratti di una prima volta non si può certo dire che il tipo sia un timido artisticamente parlando.

La trama racconta una tipica situazione alla meeting parents: Chris Washington, giovane fotografo di colore è fidanzato con la bella e dolcissima Rose, una giovane benestante della white class. Si sta preparando a trascorrere il weekend fuori per conoscere i genitori della ragazza ma non sanno che Chris è nero. Immaginando la possibilità di un rifiuto per la loro relazione interrazziale, Chris è alquanto agitato. Rose invece non ha dubbi e lo tranquillizza: gli Armitage sono una coppia benestante e facoltosa, hanno una mentalità aperta e progressista, hanno votato per due volte Obama e sono davvero desiderosi di incontrarlo.

Una volta arrivati effettivamente il clima appare assai ottimale. Di fronte agli apprezzamenti, alla cordialità e al rispetto della famiglia i timori svaniscono. Tutto va a gonfie vele, se non fosse che sotto lo spirito di accoglienza e superficiale rispetto Chris avverte che qualcosa non va nell’atteggiamento di quelle persone. E se dietro il comportamento eccessivamente accomodante della famiglia si celasse più di un semplice imbarazzo verso il fidanzato di Rose? Se sotto ci fosse qualcosa di ben più inquietante e pericoloso? Come si spiega poi una mal celata ostilità dei domestici di colore nei confronti del ragazzo?

3068349-poster-p-1-jordan-peele-on-get-out-movie
Raccontare oltre sarebbe un crimine. Perché privare voi lettori dell’occasione di seguire ipnotizzati e avvinghiati davanti allo schermo tutto lo scioglimento della trama? Qualcosa devo pur scriverla, quindi procediamo!

Dopo un incipit fulminante e oscuro, il film appare quasi come la tipica commedia sugli imbarazzi nei rapporti interrazziali e su tutti quegli abusati luoghi comuni nella caratterizzazione dei neri da parte dei bianchi tra qualche equivoco, una frase di troppo o una battuta infelice. Poi si trasforma in qualcosa che, non solo tradisce, ma ribalta totalmente le premesse (a mo’ di Indovina chi viene a cena) e ci trascina in territori più angoscianti senza abbandonare una certa vena irrisoria che pervade e arricchisce il tipico intreccio da thriller in un meccanismo preciso e ricco in cui determinati fattori esterni fanno la differenza, primo fra tutti la mano del regista.

Peele gestisce i tempi e muove la mdp con una sicurezza abbastanza sorprendente per essere la sua “prima volta” e costruisce una serie di situazioni e modalità che non possono non richiamare alla memoria registi come Roman Polanski, Stanley Kubrick, George A. Romero e Brian Yuzna (ne potrei citare molti altri) riletti e riproposti con spirito nuovo e fresco. Ne deriva così un esempio di influenza creativa mai troppo legata alla fredda emulazione: in questo caso anzi una geniale riproposizione del già visto che ridisegna le dinamiche dell’orrore in una chiave politica mai furba o superficiale.

get-out-copertina

Peele è riuscito a realizzare un film intuitivo nelle trovate (memorabile l’incipit con sottofondo la canzone Run rabbit run), curato nell’aspetto, recitato benissimo e fine nella scrittura ma il merito maggiore è rintracciabile nella complessità sotto traccia che è alla base del progetto. Non si tratta sol di saper trasformare uno sguardo, uno scambio di battuta in un sorriso sinistro o in una situazione di pericolo da cui deve scappare. Ciò che accade al protagonista serve per svelare tematiche profondamente intrecciate alla cultura black di cui Peele fa parte e per discutere quanto la libertà individuale dei neri sia costantemente minacciata dalle aspettative, dagli stereotipi costruiti e dal loro stesso mito “sportivo”.

Il nero qui è la vittima preferita di un sistema sociale estremamente cattivo che vuole sfruttarne l’immaginario e possederlo come gli più piace. Si tratta di un gruppo sociale di estrazione middle-class liberal progressista, aperto all’integrazione e apparentemente disponibile nei confronti del diverso ma che nasconde una malata aspirazione all’onnipotenza. Chi non fa parte di questa”buona”società viene dunque reso un corpo-oggetto che fa tendenza, merce preziosa da vendere all’asta del pubblico buona per soddisfare il loro crudele e macabro egoismo e alimentare i luoghi comuni. Un discorso che potrebbe legarsi metaforicamente a quell’atteggiamento manipolatorio sulla resa dell’identità nera dentro il sistema produttivo e politico delle major hollywoodiane.

Get Out incarna perfettamente la paura contemporanea verso l’altro, l’orrore figlio di tutte quelle tensioni impose e mai risolte nella società americana dove il clima razziale tiene costantemente banco su notiziari e servizi tv ( i noti fatti di violenze che hanno coinvolto spesso membri delle forze dell’ordine e ragazzi di colore ). Lo fa senza tradire la sua natura di genere anzi riesce con invidiabile scioltezza a sfruttare la metafora dello schiavismo (mai come nell’era Obama hanno avuto una simile risonanza a livello artistico temi quali il razzismo, la segregazione e il dramma e all’olocausto dei neri da parte degli schiavisti bianchi) e le diverse allegorie politiche legate all’attualità attraverso un meccanismo che si rifà a certa fantascienza di basso profilo e ad una buona solidità nella scrittura (specie quando si tratta di restituire un certo clima di paranoia che a poco a poco si fa sempre più insidioso).

La violenza, le incomprensioni familiari e relazionali, le tensioni razziali, la manipolazione mentale e persino l’eugenetica sono temi tutti ben inseriti all’interno di Get Out che lasciano intuire quanto Jordan Peele abbia davvero molte frecce al suo arco e, vista l’intenzione di non fermarsi qui con il cinema, perché non fargli i nostri migliori auguri per il futuro?

get-out-daniel-kaluuya-allison-williams

Siamo di fronte ad una scommessa riuscita sul piano artistico e dal punto di vista del dato produttivo visto che Scappa – Get out è costato appena 5 milioni e ne ha guadagnati solo in patria appena 172La Blumhouse Productions, casa di produzione sempre più specializzata con successi a basso budget e fenomeni di culto, è riuscita anche questa volta a incassare molto con un budget ridotto. La formula per il successo è sempre la stessa: sinergia di idee, studiate strategie di marketing, autori affidabili e prodotti ben pensati e, talvolta, di rara freschezza come Paranormal Activity e Insidiuos dove ricorre il nome di Oren Peli; la trilogia distopica e cruda di The Purge dal regista James DeMonaco; i magnifici The Visit e Split del genio ritrovato M. Night Shyamalan. Fondata nel 2000 da James Blum ha all’attivo una buon numero di successi ed è oramai una garanzia indie per gli amanti del genere e un necessario viatico di idee congeniali e rivitalizzanti, capaci di ridestare l’interesse del pubblico intessendo argomenti critici e sempre attuali. 

Lo dico senza mezzi termini: questo film è la vera sorpresa della stagione, funzionale sia per offrire il giusto spavento allo spettatore sia quando la satira si fa avanti con il suo riso acido e mai liberatorio.

L’ultima cosa che posso aggiungere è: andate al cinema e fatemi sapere cosa ne pensate.

Piccola nota a margine. Come spettatrice, ma anzitutto come studiosa, ho particolarmente amato (tra le varie cose) il discorso che Jordan Peel porta avanti riguardo all’apparenza, alla manipolazione psicologica, allo sfruttamento del corpo e all’uso dell’ immagine-schermo, in particolare mi riferisco ad una sequenza bellissima in cui è chiaro vedere uno schermo “cinema”che da sola meriterebbe pagine e pagine di attenzione.

get-out-catherine-keener

Laura Sciarretta

© Riproduzione riservata