Il Viaggio

Nick Hamm vuole diventare grande, meglio, vuole arrivare al suo film della maturità. C’è in effetti, nella personalità artistica di Hamm, un qualche strano desiderio di compiere il salto. Ci troviamo di fronte ad un cineasta che senza particolari remore potremmo definire opaco. Lavora da anni per il cinema ma la sua produzione ricorda molto da vicino quella di un regista direct-to-video, gli unici titoli degni di nome a sua firma sono The Hole (l’esordio in un ruolo “maturo” dell’allora quindicenne Keira Knightley) e Godsend (un discreto horror), per il resto, Hamm finora si è dedicato a progetti scialbi e incolore, oltreché ad una serie tv poliziesca (come a voler rimarcare una volta di più il suo legame quasi indissolubile con la dimensione televisiva).

Hamm punta al progetto maturo e, per farlo, decide più o meno coraggiosamente di fare i conti con la Storia, più precisamente, con la Storia del suo stesso paese. Da irlandese, sceglie quindi di affrontare, di trasporre su celluloide uno dei più importanti e gravi traumi del suo popolo, di confrontarsi, in sostanza, con una delle ferite più profonde dell’inconscio collettivo irlandese.

Il dato di fatto è che l’Irlanda è un paese diviso. Cinque sesti dell’isola è a sovranità irlandese, l’altro sesto è inglese; la gran parte della popolazione professa la religione cattolica, il resto è protestante; una parte dell’Irlanda vuole separarsi dal Regno Unito, un’altra punta invece a rimanere unita alla cosiddetta madrepatria. Anche quando si parla di sovversione, di ribaltamento dell’ordine costituito, di ribellione, non sembra esserci accordo sui modi in cui questa rivoluzione debba svolgersi. I proclami politici seguono gli attentati dinamitardi, le dichiarazioni indipendentiste alla stampa corrono in parallelo ai digiuni di protesta dei detenuti.

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Presa coscienza di ciò, dell’esistenza di un trauma storico e sociale mai completamente sopito in maniera pacifica (tutto è terminato con un cessate il fuoco dell’I.R.A., non con il raggiungimento degli obiettivi rivoluzionari, teniamolo bene a mente questo), è importante capire come la variabile principale legata a quest’istanza traumatica è il modo in cui quest’elemento è stato di volta in volta metabolizzato dal cinema.

C’è chi, in effetti, come Ken Loach (Il Vento Che Accarezza L’Erba) ha optato per l’affresco storico che prova a tematizzare le radici del conflitto e chi, come Paul Greengrass (Sunday Bloody Sunday) ha preferito concentrarsi su un avvenimento più recente, utilizzando uno stile a metà tra il documentario e l’action di stampo hollywodiano. Cambiano le modalità di approccio alla materia, ma, se ci si fa caso, nessuno di questi registi perde mai di vista il respiro non dico aulico, ma senz’altro, “rispettoso” nei confronti dei fatti, soprattutto, delle numerose vittime e personaggi coinvolti. Nessuno ha mai “oltrepassato il limite”, nessuno ha fatto tabula rasa dell’ideologia, del terrore, del sangue e della violenza per trasformare la crisi irlandese in una satira, in un film di genere fine a sé stesso, in un giochetto in sostanza.  Fino ad ora.

Senza cadere nel cattivo gusto o nel gesto inopportuno, Hamm sceglie coscientemente di giocare con questa zona grigia, di flirtare con un modo diverso di elaborare il trauma, ed è riflettendo proprio su questo che The Journey schiude tutto il suo potenziale.

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Pur strutturandosi su una tensione politico-ideologico di straordinaria potenza, che non ha nulla da invidiare a quella stessa tensione dei film di Loach e Greengrass, ecco che Hamm decide continuamente non tanto di negare la complessità ideologica di ciò che stiamo guardando, quanto piuttosto di farla interagire con alcuni degli elementi istintivamente più lontani da un film del genere.

Attraverso lo sguardo del regista, lo scontro tra Ian Paisley e Martin Mcguinnes si ammanta delle tinte del road-movie, con la rivalità dei due politici che ricorda così da vicino quella formata da Jack Lemmon e Walter Matthau, l’altra “odd couple”, più famosa al grande pubblico, dell’omonimo film di qualche anno fa e le parole, che vanno a formare ragionamenti ideologicamente contrapposti e che strutturano confronti verbali accesi ma poche volte sopra le righe sono le armi che i due politici utilizzano per confrontarsi. Proprio partendo da questo elemento “alieno” all’economia di un racconto di questo tipo, si può approfondire il discorso e comprendere come forse il pregio più grande del film di Hamm sia questo porsi all’esatto punto d’incontro tra due atteggiamenti complementari.

Da un lato c’è la vena sperimentale, che impregna, come vedremo tra poco, ogni singolo elemento del tessuto filmico, dall’altro, c’è invece il coraggio di lasciare la strada battuta, il sicuro successo e l’altrettanto certa presa sul pubblico di un prodotto per raccontare a modo proprio una storia prima che banale facile da ridurre a stereotipi o cliché ideologici o moralistici.

Ecco quindi che i campi lunghi, le ambientazioni ariose e le frenetiche riprese realizzate con la camera a mano dei film di Greengrass e Loach lasciano spazio all’intimità dell’interno di un’anonima auto (nella quale si svolgerà la maggior parte del film); ecco che Hamm commuta l’impostazione da cinema verità o da dramma epico di chi l’ha preceduto con una struttura che molto deve al teatro inglese, sia come puro materiale da costruzione (The Journey è uno straordinario ossequio alle tre unità aristoteliche), sia come motivo che ricorre, in senso lato, nel vero e proprio D.N.A. della pellicola (gran parte del cast proviene da una solida formazione teatrale).

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Sperimentazione che coinvolge il tessuto filmico, ma che, fondamentale ricordarlo, finisce per caratterizzare anche l’approccio alle tematiche attorno a cui si struttura la pellicola. Perché se è vero che al centro di The Journey c’è la Storia con la S maiuscola che si condensa e si risolve all’interno di una berlina, è anche vero che di questa stessa Storia si conoscono solo i presupposti iniziali (sappiamo che l’imprevisto road-trip tra i due avversari c’è effettivamente stato) e le conclusioni ma non l’effettivo svolgimento e quindi ecco che il tessuto storico finisce per contaminarsi con l’approccio soggettivo di chi questo stesso racconto lo avvicina, lo manipola, lo scrive, lo traspone su pellicola, diventando una storia mediata da uno sguardo altro, esterno, creativo. Al contempo, Hamm, attraverso il suo film sembra voler studiare anche e soprattutto le logiche dello sguardo e dell’ascolto.

Al centro di The Journey c’è in effetti un dialogo, dialogo che si struttura vicendevolmente in un momento legato alla parola e ad uno legato all’ascolto, dialogo che, fondamentale notarlo, soprattutto in questo caso ha tra le sue prerogative la buona fede delle due parti in gioco che, vuoi anche perché troppo legate alle loro idee politiche, mai si sognerebbero di mostrarsi diverse da quelle che in realtà sono. No, posta tra parentesi da Hamm non è tanto la buona fede del dialogo, quanto la sua effettiva “purezza”. Il confronto tra i due personaggi è infatti tenuto costantemente sotto controllo da ascoltatori esterni (servizi segreti e altre personalità diplomatiche) che hanno riempito l’auto di cimici. Il dialogo non può quindi che risultare “inquinato” anche se non per volontà dei due interlocutori e l’udito non può che diventare un senso orientato, che prende posizione, che arriva ad agire all’interno del tessuto stesso del racconto per arrivare a minarlo e a disinnescarlo.

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The Journey è un film dalle due anime ben distinte. La più potente, la più evidente, è quella sperimentale, che abbiamo notato fin dai primi istanti e che finora abbiamo provato ad analizzare. È attraverso la sua vena sperimentale che il film di Nick Hamm si pone come pellicola degna di essere vista, anche solo perché capace di raccontare in maniera nuova una parentesi conosciutissima ed ormai affrontata al cinema in modi che rasentano il cliché. Se poi a questo aggiungiamo il coraggio che evocano alcune scelte creative o alcune declinazioni che il tema politico assume nel corso del film, ecco che The Journey diventa un film quantomeno necessario per il panorama contemporaneo, anche solo per far capire ai meno attenti che il cinema odierno è molto meno banale di quanto appaia in realtà.

Al contempo, tuttavia, il film di Nick Hamm non è esente di difetti. È qui che fa capolino la seconda del film a cui prima accennavamo. Un’anima televisiva, legata ad una regia standard, non incline alla stessa sperimentazione che ritroviamo nella materia del racconto, ma che punta, piuttosto, ad una serietà di fondo e ad una chiarezza di lettura da parte dello spettatore. Un lascito della formazione di Nick Hamm stesso, in sostanza, che tuttavia impedisce al film di ottenere un punteggio pieno e convincente.

Alessio Baronci

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