Fast And Furious 8: In Difesa Di Dominic Toretto

Quasi vent’anni di vita e la saga di Fast And Furious sembra avere ancora qualcosa da insegnarci. In realtà, possiamo tranquillamente considerare quest’ottavo episodio della saga come la prima parte dell’ultima lezione, divisa in tre atti (sembra infatti che la storyline iniziata nell’ottavo episodio sarà quella conclusiva, chiudendosi nel decimo ed ultimo film del franchise, in uscita nell’Aprile del 2020). Di fronte a noi si staglia una realtà difficile da interpretare senza i giusti mezzi ma, soprattutto, difficile da “raccontare”, trasmettere agli altri.

Il punto è che qui si sta palesemente affermando che una delle saghe più commerciali e prive di profondità del cinema contemporaneo, qualcosa che gli spettatori con un gusto, con una dignità, condannano senza pensarci due volte, è in realtà uno degli esempi più chiari e puri di come si dovrebbe intendere il cinema d’azione oggi e possiede, per questo, molta più profondità di quanto possa sembrare. È un ragionamento probabilmente molto impopolare, ma questo non è un buon motivo per non sviscerarlo.

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Fast And Furious è un manuale destinato a tutti i giovani produttori e sceneggiatori che si trovano a dover gestire un franchise arenato e che non sanno come riattivarlo. Nel 2006 la saga portata a battesimo da Rob Cohen quattro anni prima non era neanche una saga. Al primo episodio era seguito un secondo capitolo dedicato solo al personaggio di Paul Walker e privo di Vin Diesel (un film ai limiti dello spin-off) che non aveva raggiunto gli incassi del prequel. I produttori decisero quindi di tentare un’ultima volta di rilanciare il marchio. Tokyo Drift in effetti è un oggetto a metà tra uno spin-off ufficiale e un tentativo di riattivare il franchise cambiando target per rivolgersi ad un audience più giovane. In realtà, al netto dei fatti, Tokyo Drift non è altro che il saluto di commiato a tutta la saga. Il film è debole, manca di un protagonista carismatico, si struttura attorno ad un contesto lontano dal pubblico medio e con cui chi guarda ha difficoltà ad entrare in empatia, soprattutto, nessuna delle parti coinvolte sembra credere troppo in ciò che si sta realizzando.

È poco dopo l’uscita di Tokyo Drift nelle sale che qualcosa sembra cambiare. Vin Diesel torna della partita, richiama al lavoro Paul Walker e, dettaglio fondamentale, diventa produttore esecutivo dei film futuri. Soprattutto, la Universal incomincia ad ingaggiare sceneggiatori e supervisori allo script. Più che riattivare il franchise i piani alti desiderano salvare la saga prima che sia troppo tardi. Per farlo, scelgono per certi versi la strada più difficile. Prendono il concept base di Fast And Furious e ci costruiscono una struttura coerente attorno. Nasce quello che potremmo definire “Toretto Cinematic Universe”, un universo tutto organizzato attorno alla “family” di Dominic Toretto fatto di tanti piccoli racconti, caratterizzazioni, spunti che contribuiscono a costruire una narrazione “orizzontale”, corposa, complessa, che, film dopo film, si allontana sempre di più dal tono quasi documentaristico, d’inchiesta, nei confronti della dimensione delle corse clandestine, dei primi due film e assume i tratti dapprima dell’Heist Movie e poi dello Spy movie più adrenalinico, con una sezione per le operazioni segrete della C.I.A. che ingaggia la squadra di protagonisti per dare la caccia al terrorista di turno. Il franchise si salva, il racconto è solido, appassionante e soprattutto coeso, con spunti, dettagli, che rendono la trama orizzontale più organica e priva di vuoti di senso. Al di là di questo però, il cambio di rotta, la scommessa di Vin Diesel e della Universal permette finalmente alla saga di tornare in attivo con una forza straordinaria.

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Perché se è vero che la svolta da spy movie giova al franchise, è altrettanto vero che tale variazione di stile fa rima con una totale assimilazione dei vari film all’impianto tipico dei blockbuster. Da Fast And Furious 4 in poi, è inutile girarci attorno, ogni episodio del franchise fa sue e massimizza le tecniche e gli elementi comuni a tutti i maggiori film di cassetta: ci sono le battute a effetto, ci sono i personaggi carismatici, ci sono appassionati ed al contempo improbabili sequenze d’azione c’è, soprattutto, il desiderio di osare continuamente, soprattutto nei combattimenti finali, con idee, con spunti, la cui portata aumenta al film successivo (con il dirottamento aereo a colpi di arpioni che lascia il posto al drone Predator su Los Angeles, seguito poi dall’inseguimento del sottomarino nucleare a controllo remoto che chiude quest’episodio). Sono blockbuster, sono film fatti principalmente per incassare, ma che male c’è, mi domando, a voler incassare quando di fronte a noi si trovano alcuni dei film più sinceri, di cuore e soprattutto coraggiosi degli ultimi anni?

In questo senso, la lezione che ci porge quest’episodio a noi, che abbiamo l’umiltà di starlo a sentire ruota tutta attorno alla costruzione del blockbuster per gli anni ’00. Ogni dettaglio del film sembra rispondere alla domanda: “come faccio a costruire un film che incassi tanto, con una storia articolata ed appassionante, con dei personaggi equilibrati tra loro, senza complicare troppo il sistema e soprattutto senza impazzire?”

 

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Fast And Furious 8 risolve i problemi imprevisti del prequel (riorganizzato e rimontato in fretta e furia dopo la morte di Paul Walker), confezionando un sistema visivamente solido, base per una storia che si pone come epilogo di linee centrali negli episodi precedenti e prologo per ciò che verrà. Forma e contenuto, granitici, complessi (la storia comincia a dare alcuni elementi per scontato, che chi non ha visto i prequel avrà difficoltà a ricollegare), ma non per questo impossibili da approcciare, sono i due pilastri su cui si struttura il film, tutto il resto è pura strafottenza, grinta, desiderio di spingersi oltre. E tuttavia, ci troviamo di fronte ad un ossequio ai meccanismi del blockbuster action per eccellenza (battute ad effetto, inseguimenti ad alta velocità contrari a qualsiasi legge della fisica, ricerca continua del momento che stimoli l’eccitazione di chi guarda) che è posto sempre tra parentesi, mediato, controllato dall’apporto della regia e, soprattutto, dello script. In sostanza, le sequenze d’azione, per quanto possibile, sono sempre inserite in un sistema coeso, sono giustificate dalla narrazione e sono organizzate in funzione del racconto. Più che di vero e proprio equilibrio, si potrebbe parlare, nel caso di Fast And Furious 8, di una sorta di tecnica del “guinzaglio corto”: si lascia andare il controllo su un elemento prettamente istintuale del film, lo si lascia esprimere in tutta la sua pienezza e subito dopo lo si riporta sotto il controllo della mente creativa, soltanto un’istante prima che questo stesso elemento possa prendere possesso della cornice simbolica del film e possa comprometterlo una volta per tutte. È una tecnica di lavoro che si nota particolarmente pensando al trattamento riservato alle sequenze d’azione, come dicevamo, ma che, se ci si fa caso, caratterizza anche altri elementi della struttura di Fast And Furious 8 come il sistema di personaggi. I tre protagonisti, i tre eroi, interpretano una sorta di versione potenziata dei loro personaggi sullo schermo (The Rock lo sboccato ironico che combatte soltanto utilizzando le stesse mosse di wrestling che l’hanno reso famoso, Vin Diesel il criminale dal cuore d’oro che antepone l’etica, l’unione della famiglia, al guadagno, Jason Statham, l’hooligan strafottente e rissoso) ma al contempo l’equilibrio che contraddistingue le loro caratterizzazione e che si pone a controllo dell’eccesso, fa in modo che ognuno abbia il suo spazio e che, soprattutto, si muova in funzione degli altri due, senza mai entrare eccessivamente all’interno del sistema-film rischiando di stravolgerlo.

 

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Di nuovo, quello che sto tentando di costruire è un discorso particolarmente controverso, ma controverso non significa necessariamente insensato. Per giudicare un film come Fast And Furious 8 nel modo giusto bisogna fare due cose: la prima è armarsi di umiltà e capire che il cinema non è solo Bergman, Fellini, Burton, Spielberg, Frankenheimer e chi più ne ha più ne metta, ma che si tratta, piuttosto, di un organismo proteiforme in cui convivono film d’autore, progetti “alti” e progetti di cassetta, blockbuster, film destinate a fasce più ampie di pubblico. A questo proposito, è fondamentale comprendere come l’equazione “Blockbuster=film brutto” in realtà non esista. Piuttosto, il blockbuster si caratterizza per regole compositive e costruttive ben precise che, se utilizzate nel giusto modo, danno luogo a film ottimi, se osservati con il giusto sguardo. Quando si seguono queste regole, si creano dei bei blockbuster, quando le si evitano si girano dei blockbuster mediocri o orribili. In sostanza, per poter giudicare un blockbuster nel giusto modo servono categorie di giudizio nuove, costruite da zero e soprattutto diverse da quelle con cui io o voi giudichiamo film caratterizzati da modalità produttive “classiche”. Posto questo, altro dettaglio fondamentale per un giudizio equilibrato su un film del genere è quello di approcciarsi ad esso con gli occhi degli spettatori ideali a cui questo progetto è destinato, in questo caso, gli adolescenti privi di particolari pretese in campo cinematografico e a cui, per divertirsi, bastano delle auto elaborate al massimo che corrono sulle strade di Cuba ed esplodono come se non ci fosse un domani.

Letto attraverso le lenti offerteci da queste premesse ecco quindi che, come a voler riannodare un ragionamento sviluppato nei paragrafi precedenti, Fast And Furious 8 è un ottima sintesi di come deve essere progettato un blockbuster nel 2017, una sintesi raggiunta attraverso quel “guinzaglio corto” a cui prima si accennava, che fondamentalmente fa mediare tutti gli elementi istintuali del film dalla “struttura creativa” che regge la pellicola, dallo sguardo del regista e dello sceneggiatore.

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Fast And Furious 8 alza l’asticella per chiunque vorrà, in futuro, buttarsi nella mischia dei blockbuster d’azione, lo fa incamerando e rilanciando gli elementi vincenti dell’approccio Marvel alla materia del racconto, lo fa, soprattutto, puntando all’evoluzione dei suoi personaggi e dei meccanismi che regolano le loro storie, con buona pace di chi grida allo snaturamento del franchise (ma a queste persone chiedo: non è vero forse che anche le saghe di Rambo e Rocky finirono per snaturare i loro personaggi e le loro storie con l’andare avanti del tempo? Eppure quei film furono amati all’uscita e sono ancora amatissimi…)

Alessio Baronci

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