Sulla Questione Della Nostalgia In Trainspotting 2

Siamo davvero sicuri sia solo un’Operazione Nostalgia? Il centro della questione è tutto qui. A pochi giorni dall’uscita italiana del sequel di quel Trainspotting che fu una pietra miliare del cinema anni ’90, sono di fatto esplosi quei malumori tra i fan che fino a quel momento si sono mossi sottotraccia ed hanno accompagnato praticamente ogni istante della lavorazione dell’ultima creatura di Danny Boyle.

Ci si chiedeva, in sostanza, se avesse realmente senso regalare un seguito ad un film che risulta essere “narrativamente perfetto” così com’è ma soprattutto, argomento ben più scottante, ci si domandava se Boyle, con il suo ancora ipotetico Trainspotting 2 avrebbe scelto di cedere a quella che sembra essere una delle emanazioni dello zeitgeist contemporaneo, quella Retromania, intesa come un ritorno a strutture, motivi, elementi culturali del passato che è anche un rifugio nei confronti dall’inesorabile trascorrere del tempo. Al primo dei dubbi si poteva in realtà rispondere sin da subito.

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Ha senso dare un seguito alle storie del primo Trainspotting, semplicemente perché anche il suo autore, Irvine Welsh, ha scelto di proseguire il racconto. Ancor più curioso, tra l’altro, è riconoscere come il progetto che Welsh ha in mente per la sua galassia di outsiders di Dublino sia, forse, ancor più ambizioso di quanto possano pensare Boyle, la Sony, gli uomini che si occupano della produzione di Trainspotting 2 ed il pubblico. A Porno (sequel ufficiale del primo romanzo), Welsh fa seguire infatti prima Skagboys (un prequel che racconta l’infanzia e l’adolescenza di Rent e compagnia in un’Irlanda dilaniata da povertà e guerra civile) e poi L’Artista Dei Coltelli, a metà tra il sequel di Porno e lo spin-off dedicato completamente al personaggio di Bagbie. L’universo di Welsh si pone quindi come una galassia di storie aventi tutte come centro Dublino e il rapporto di amicizia quasi tribale che si instaura tra Renton, Sick-Boy, Spud e gli altri, un universo avvincente e dotato di una certa consistenza e coerenza narrativa, che sembra aspettare solo il regista giusto per essere trasformato in immagini.

Stanti queste premesse, il film di Boyle ha quindi una certa dignità d’esistenza, se non altro perché esistono già centinaia di pagine che sarebbero la guida perfetta per costruire delle storyline su cui far muovere i personaggi di Welsh, peccato che Danny Boyle scelga di attuare quello che sembra essere il colpo di mano dell’anno, ma a questo arriveremo, magari sfruttando una parentesi utile a fare il punto sull’altra questione che ha agitato i cuori e gli animi degli spettatori e dei fan in questi mesi di spasmodica attesa. Quanta Retromania c’è, in Trainspotting 2? Tanta, ma, sia chiaro, qui si sta parlando di una nostalgia squisitamente sui generis e che per questo non può essere liquidata come “Fanservice” o “vuota rimasticazione di tematiche o motivi già visti”, piuttosto, merita di essere analizzata in ogni sua sfaccettatura.

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In primo luogo, un paradosso: se davvero si analizzassero le singole componenti di Trainspotting 2, ciò che definisce la sua forma ed i suoi contenuti, allora, davvero, ci si troverebbe di fronte ad una sterile fiera della nostalgia. In primo luogo, ecco tornare il cast del primo film, tutti invecchiati di più di vent’anni, tutti maturi, tutti con qualche ruga in più sul volto, ma soprattutto ognuno arricchito da una consapevolezza dell’essere attore diversa rispetto a quando aveva iniziato; ancora, torna una trama il cui concept ruota tutta attorno ad un inganno, meglio, un tradimento simile a quello che ha visto Renton scappare con i soldi della rapina al centro del primo film; tornano, anche e soprattutto, dei riferimenti formali che collegano Trainspotting 2 all’episodio precedente, in un range che va dalla riproposizione di inquadrature ai limiti dell’iconico (tornano le scene con Renton che corre, esattamente come nel primo film, torna un riferimento al sudicio bagno di una delle prime scene dell’episodio precedente, torna la sequenza con Renton che rischia di essere investito da un auto) ad una colonna sonora in cui fanno capolino nomi di culto della club-culture anni ’90 che irroravano il tessuto sonoro del primo film (i Prodigy in primis) e addirittura remix di brani che, attraverso il primo Trainspotting, sono diventati di culto (pensiamo al remix di Lust For Life). Letto da questa prospettiva, Trainspotting 2 sembra porsi all’esatto punto d’incontro tra una patinata galleria di riferimenti a tutta quella cultura che ha nutrito gli anni ‘90 e una serie a prima vista infinita di astute strizzatine d’occhio allo spettatore più attento (e legato alla saga) e tuttavia, di nuovo, fermarsi a questo, evitare di approfondire la questione, di seguire le varie traiettorie che questi stessi riferimenti e spunti offrono a chi guarda per vedere dove portano, significa accontentarsi della via più semplice, ma il mondo di Danny Boyle e Irvine Welsh è tutto meno che ordinato e semplicemente interpretabile.

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E dopotutto, basta poco, in realtà, per fare chiarezza, basta solo unire i puntini ed osservare il quadro generale che Trainspotting 2 offre a chi guarda. Solo così, ogni singolo elemento che fino a poco fa abbiamo considerato come un mero elemento nostalgico, viene illuminato di una luce diversa. Si potrebbe parlare della pura e semplice trama del film che certo, è un mix tra il concept del primo film e alcuni spunti provenienti direttamente da Porno ma che soprattutto sembra ricalcare la struttura base di Piccoli Omicidi Tra Amici, cioè il film d’esordio di Danny Boyle. Tuttavia, è proprio spostandoci all’interno della pura forma del film che il modo di rapportarsi alla dimensione del ricordo e della nostalgia del team creativo viene finalmente alla luce. Le sequenze di Trainspotting 2 si caratterizzano infatti per essere inframezzate da scene, anche di brevissima durata, provenienti dal primo film e rimontate ad arte per far parte di questo flusso narrativo costante e disordinato che è il secondo capitolo della saga. Due sono i particolari che saltano all’occhio nell’esatto momento in cui ci si confronta con questo tipo di inserti. Il primo è che, inaspettatamente, Boyle decide di complicarsi la vita. Raramente queste sequenze rimandano a momenti del primo Trainspotting che potremmo definire “di culto”, per lo spettatore medio. Solitamente si tratta, piuttosto, di spunti visivi a prima vista decontestualizzati, meglio, che necessitano di uno sguardo, di un’azione esterna che le doti di significato. È proprio questa, in effetti, la seconda particolarità che si porta dietro una riflessione su questi inserti. Le sequenze del primo film sono infatti sempre connesse all’azione del ricordo da parte di uno dei personaggi. Sono flashback, attivati più o meno consciamente dai personaggi. E così, giusto per fare qualche esempio, quando Mark ripensa a come è scappato con il malloppo della rapina, tradendo il gruppo, la riflessione è accompagnata dai fotogrammi del primo film che concretamente mostrano la sua fuga, oppure ecco che poco prima di una delle emblematiche fughe di corsa, Renton ha una sorta di visione di sé stesso da giovane che corre a perdifiato, visione che si concretizza grazie a fotogrammi presi di peso dall’episodio precedente. Non solo; molto più utile per il discorso che qui stiamo provando ad organizzare è rendersi conto che questi inserti possono essere fatti risalire a categorie ben diverse. Se è vero che da un lato ci sono i prelievi dal primo Trainspotting, l’altra macrocategoria a cui possiamo far risalire queste sequenze è quella degli home-movies, i filmini di famiglia, girati da zii, padri, nonni durante la festa di compleanno ed il matrimonio di turno, per conservarne su pellicola il ricordo e che nell’economia del film entrano nei momenti di massimo pathos, quando Renton, Sick Boy e Spud riflettono sul loro passato, su ciò che erano e su ciò che sono diventati (è sottinteso, infatti, che i bimbi protagonisti dei vari filmati siano proprio loro).

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È proprio grazie all’utilizzo degli home-movies che possiamo iniziare a capire il rapporto tra ricordo, nostalgia, creatività e film posto in campo da Boyle e soci con Trainspotting 2. Il ricordo, e la sua diretta conseguenza, la nostalgia, sono strettamente referenziali. Più che essere rivolti ad un “altro”, esterno al film, (noi spettatori, che traiamo soddisfazione nel momento in cui notiamo questo o quell’altro riferimento all’universo di storie di Irvine Welsh che dal primo film viene traslato nel secondo), è tutto interno al sistema dei personaggi. Sono loro che si rivelano essere individui intrappolati nel ricordo, in una versione del passato probabilmente lontana dalla realtà ma vicina ai loro desideri, in un’età dell’oro a cui è impossibile ritornare. Nostalgia come rifugio sicuro quindi, ma anche come arma di salvezza, che fa terminare liti, che ricostruisce unioni che si credevano distrutte, nel momento in cui quella stessa dimensione lontana viene evocata. La nostalgia ed il passato assumono però, in Trainspotting 2, anche un’interessante sfumatura “meta”. La riflessione su ciò che è stato ed il sentimento che deriva da questa riflessione investe, tangenzialmente, anche il team creativo alle spalle del film. Giusto per fare qualche esempio: la trama del film non è altro che un fantasma del passato di Boyle, come si diceva, con alcuni elementi del suo esordio che tornano a fare capolino nel 2017; al contempo, ecco che gli inserti-flashback dal primo Trainspotting non fanno altro che porsi come pedine di uno straordinario giochi di specchi che attivano (in parte) in chi guarda e (soprattutto) in chi agisce su schermo una vera e propria riflessione su quanto il suo ruolo, il suo personaggio, ma anche, più semplicemente, il suo essere attore sia cambiato nei vent’anni che separano il secondo episodio della saga dal primo. E allora, forse l’ultimo elemento che caratterizza la curiosa nostalgia che permea tutto il tessuto di Trainspotting 2 è proprio il suo essere inseparabile da un certo spunto creativo. Ricordo, nostalgia, non solo come materia creativa ma, soprattutto, come materia prettamente manipolabile, che si traduce nel montaggio e che viene costantemente mediata dallo stile, dall’occhio di Boyle. Più che puro elemento da fanservice, la nostalgia attorno a cui gira Trainspotting 2 è il prodotto di una libera rielaborazione di vari materiali (ricordi, filmati di repertorio, frasi ed immagini cult, suoni, canzoni). Non un prodotto sterile dunque, quanto un corpo pulsante, vivo, costantemente irrorato di spunti variegati. E tuttavia, se è straordinario notare come il pregio più grande del film sia quello di non rapportarsi praticamente mai al passato con sterilità, ecco che, a ben guardare, proprio il passato, proprio la nostalgia, è ciò che “blocca”, Trainspotting 2, che gli impedisce di fare un salto di qualità. È un po’ come se, improvvisamente, Boye perdesse il controllo di questo originale modo di riflettere su ciò che è stato. Ci vuole poco, infatti, per capire che il sistema del ricordo è troppo chiuso in sé stesso, troppo referenziale nei confronti dei personaggi e delle meccaniche narrative, poco aperto ad influenze esterne, incapace di sviluppare un’empatia con chi guarda per risultare parte di un film anche solo lontanamente paragonabile al precedente episodio. È uno splendido meccanismo ed un sistema ben oliato che offre una luce nuova su quella “nostalgia” che ormai sta prendendo sempre più piede nella cultura di massa contemporanea e tuttavia, Trainspotting 2 non può che rimanere un bell’esperimento, un tentativo riuscito in parte ma che lascia ancora troppe questioni aperte per risultare pienamente soddisfacente. È tutto troppo pulito, nel film di Boyle, è tutto troppo chiuso, tutto troppo ben congeniato per imprimersi nell’inconscio collettivo di chi guarda. Peccato, speriamo solo che abbia offerto il terreno di sperimentazione ideale per progetti futuri che tenteranno, forse, di chiudere le questioni qui lasciate in sospeso.