Il diritto di contare – Emancipazione, razzismo e numeri che fanno la differenza.

Arriva nelle nostre sale l’8 marzo Il diritto di contare (titolo originale Hidden Figures letteralmente tradotto “figure nascoste”). Si narra la storia vera della matematica afroamericana  Katherine Johnson e delle sue colleghe  Dorothy Vaughan e Mary Jackson. Grazie alla sua mente straordinaria tracciò le traiettorie per il programma Mercury e la Missione Apollo 11, sfidando il pregiudizio razziale e l’atteggiamento sessista dell’epoca. Diretto da Theodore Melfi, il film ha ottenuto tre nominations agli Oscar di quest’anno e vanta un cast di altissimo livello dove spiccano senz’altro le bravissime Taraji P. Henson, Octavia Spencer e Janelle Monáe nei ruoli principali, ma in cui si fanno apprezzare anche Kevin Costner, Kirsten Dunst, Mahershala Ali (fresco vincitore di un Oscar per Moolight) e Jim Parsons (ebbene sì, lo Sheldon Cooper di The Big Bang Theory).

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Il diritto di contare è il classico film biografico pieno di sentimento e buoni propositi, un titolo realizzato per omaggiare le persone realmente esistite raccontando una storia di riscatto e di emancipazione. Ciò che colpisce nella storia di queste tre donne afroamericane è proprio la consapevolezza degli ostacoli che si trovarono ad affrontare e del modo in cui seppero farsi valere contribuendo al rilancio della Nasa durante la corsa allo spazio. Negli anni ’60 il sesso debole ricopriva mansioni in cui non era previsto avanzamento di carriera rispetto agli uomini (e anche oggi la strada è ancora lunga), inoltre, come ulteriore limite, all’epoca c’erano le leggi razziali, il pregiudizio e la segregazione a frenare talento e prospettive di queste persone tanto sveglie e determinate.

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Il regista Theodore Melfi, che ha anche curato la sceneggiatura, sa di avere tra le mani un prodotto mainstream con esplicito e accattivante messaggio rivolto all’attualità ma tutto sommato tira fuori qualcosa degno di attenzione. Evita alcune facili trappole di scrittura e riesce a donare profondità alle persone che racconta. Basti notare la caratterizzazione dei personaggi, in particolare i”bianchi” che facilmente potevano scadere nello stereotipo da villain, ma che risultano a tutto tondo e per questo credibili.

In qualche modo proprio la portata epocale degli anni 60′, con tutte le trasformazioni e gli eventi che si susseguirono, fornisce la cornice ideale in cui le protagoniste riuscirono a dire la loro proprio perché il viaggio nello spazio, come viene detto in una battuta, fu un impresa che dimostrò che tutto era possibile.

Il film concede momenti di dosata retorica e si entra facilmente in empatia con le protagoniste, seppur alcun vicende sono un po’ troppo edulcorate, ma considerata tutta la filmografia che accomuna storie simili è possibile trovare interessanti spunti di riflessione. Mi è venuto subito in mente The Help non solo per la presenza di Octavia Spencer (bravissima e vulcanica come al solito) in entrambe le pellicole, ma soprattutto per alcune questioni che ritornano sul tema della segregazione razziale, come ad esempio quella relativa alla divisione dei bagni pubblici.

Uno degli aspetti su cui il film di Melfi si sofferma è proprio l’assurdità di alcune forme di discriminazione. Non potendo usare i servizi vicini né muoversi sulle biciclette di servizio, quando viene riassegnata nell’ufficio ai piani alti, Katherine non riesce a lavorare in modo ottimale e perde tempo prezioso per spostarsi da una sede all’altra. Un’aspetto che veniva messo in evidenza anche nella quotidianità delle donne di servizio in The Help. Un atro merito è quello di essersi mossi prediligendo situazioni di calibrata leggerezza piuttosto che puntare alla lacrima a tutti i costi.

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Il diritto di contare è un film da non perdere per il messaggio che contiene, per la sua confezione pulita e per un racconto avvincente ed emozionante.

In fondo storie come questa non ci ricorda solo il valore delle “persone nascoste” che hanno lottato per i propri diritti (e il fatto che esca il giorno della Festa delle donne, non è casuale), ma anche l’importanza del fattore umano in rapporto allo sviluppo tecnologico e quanto l’impegno lavorativo può davvero fare la differenza per cambiare la storia, seppur partendo dal basso e facendo qualche operazione matematica.

Laura Sciarretta
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