Awake

Kholeho è un musicista. Da giovane fu imprigionato in Africa e lì ebbe modo di riscoprire l’arte a cui si è sentito da subito più legato. Kholeho diventa quindi testimone di una musica che, affrancandosi dalle produzioni in studi multimilionari, da complessi arrangiamenti, da oscuri contributi provenienti da polverosi archivi audio, riscopre il suo essere strumento di comunicazione, unione, resistenza tra esseri umani. Una musica che torna ad essere “World Music”, ridiventa pura e perde la patinatura che la commercialità gli ha conferito. Durante il periodo di prigionia, Kholeho scoprirà strumenti musicali poveri, recuperati da rifiuti o oggetti danneggiati ritrovati in carcere ma, soprattutto, riprenderà contatto, insieme ai suoi compagni detenuti, con il mondo dei canti primitivi, quelli legati ai suoi antenati, alle divinità della foresta, a quelle della savana, insomma con un tessuto di storie, ma anche di individui, che rappresentano al contempo un contatto con il mondo degli affetti famigliari da cui questi prigionieri sono stati strappati, una luce verso la tanto agognata libertà, l’unico barlume di speranza a disposizione dei detenuti per provare ad uscire vivi dalla prigione.

Awake il documentario di Cesare Ambrogi dedicato a Kholeho, alla sua esperienza di prigionia e soprattutto al rapporto tra questa esperienza negativa e la sua arte risulta essere una delle più grandi sorprese dell’Ivelise Festival forse proprio per il suo porsi all’esatto punto d’incontro tra una prova di coraggio ed un prodotto proteiforme. Awake parte con l’essere diario/intervista utile a raccontare una testimonianza legata ad un periodo tragico della storia africana ma poi, senza mai perdere di vista le basi da cui è partito, si modifica e diventa (anche) qualcos’altro. Ecco quindi che Awake si presenta anche come un videoclip dedicato ad un brano di Kholeho, che ben sintetizza il pensiero dell’artista ed il suo modo di intendere la musica come strumento di liberazione e comunione. La ripresa quindi diventa più dinamica, Kholeho perde la tranquillità con cui affronta l’intervista, canta, suona, si dimena negli spazi della prigione che in passato lo avevano ospitato come detenuto. Ecco quindi che il carcere si illumina di luci stroboscopiche, si riempie di suoni, si anima di vita, diventa, in sostanza, esattamente ciò che l’artista e i suoi compagni di prigionia volevano diventasse: un luogo di libertà e condivisione alla luce del sole, senza limiti, confini, sorveglianza. E allora forse l’importanza di un progetto come Awake la si comprende solo quando si prende atto di come il documentario sia prima di tutto una terapia per curare le ferite che il tempo e l’esperienza ha inferto a Kholeho, una terapia che porta l’uomo a confrontarsi con il luogo in cui finora hanno albergato i suoi demoni e a distruggerlo, farlo a pezzi, con le armi che conosce meglio: la musica, la cultura, una chitarra malamente accordata. Con Awake il cinema ritrova dunque il coraggio di riaccostarsi al lato umano dell’esistenza, riscoprendo la sua anima di strumento al contempo di riflessione terapeutica e di ribellione, anche solo per questo, il documentario di Ambrogi merita la visione.

Alessio Baronci

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