UNA – L’orrore dell’ambiguità.

Dopo la presentazione in anteprima mondiale al Telluride Film Festival, poi al Festival di Toronto e al London Film Festival, Una, film d’esordio dell’australiano Benedict Andrews, basato sulla pièce teatrale di David Harrower, Blackbird, è arrivato anche qui nel corso del recente Festival del Cinema di Roma.

Una è una ragazza introversa e instabile, abita ancora con la madre in un anonimo sobborgo londinese e non riesce ad avere un’esistenza normale. Un giorno si presenta inaspettatamente sul posto di lavoro di Ray, un uomo più anziano di lei che appena la vede appare visibilmente turbato. Rimasti soli per parlare, vengono fuori verità inconfessabili, ricordi sepolti e sentimenti repressi. La ragazza è alla ricerca di risposte sul perché l’uomo sia sparito all’improvviso anni fa, abbandonandola adolescente in una stanza d’albergo, ma quello che lei pensava fosse amore, in realtà, è stato l’abuso di un pedofilo che l’ha tragicamente e inconsciamente segnata.

Benedict Andrews, nonostante sia al suo primo lungometraggio per il grande schermo, è un regista a cui non mancano intelligenza e talento. Esordire al cinema con l’adattamento di un’opera teatrale è sempre un rischio, specie se, come in questo caso, si ha a che fare per la prima volta con un linguaggio diverso dalla scena teatrale e se l’argomento che si affronta è tanto scabroso come quello della pedofilia. Una grazie al potenziale contenuto nel testo di Harrower, a pone domande assai scomode nella mente dello spettatore e si districa efficacemente anche grazie all’affidabilità dei due attori sulla scena. Rooney Mara, già eccellente interprete per i ruoli border-line di The Girl with the Dragon Tattoo e di Effetti collaterali (e che in questo Festival stiamo ritroveremo in The Secret Scripture di Jim Sheridan e in Lion di Garth Davis), incarna magistralmente col suo corpo minuto e con una dosata espressività tutti i sentimenti contraddittori di Una (rabbia, amore, desiderio di vendetta e ossessione). Non è da meno un perfetto Ben Mendelsohn (lo vedremo anche nell’atteso Rogue One) nei panni di Ray. L’attore sa bene come suggerire dietro la maschera da un uomo ordinario quella voglia di redenzione e tutti quei sentimenti all’apparenza rimossi e malati (come rivela in una battuta di non aver mai dimenticato quel corpo di bambina ora troppo cresciuta) .

Allo scopo di creare un’atmosfera angosciante e scomoda ci pensano poi le musiche di Jed Kurzel, l’ambientazione anonima e anonima la fotografia smorta. Lo spazio non è solo il palco neutro per mettere in scena questo serrato scontro a due ma è anche riflesso delle loro personalità labirintiche e prigioniere del passato che torna, con quei corridoi infiniti e labirintici senza via di fuga.

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Una è la storia di un’ossessione che non trova sfogo, di un dramma che non ha soluzione e di un rapporto malato e tossico in cui non è mai chiaro chi sia la vittima e chi il carnefice. Le pause e i flashback, inseriti tra uno scambio e l’altro, non fanno altro che accrescere i dubbi nella mente di chi guarda e rendono sempre più disturbante l’ambiguità insita nelle parole e nelle azioni dei personaggi.

Qualcuno avrà sicuramente da ridire su alcune scelte registiche e il film non sfrutta a dovere tutte le frecce al suo arco, ma Andrews possiede una mano ferma e sicura e la messa in scena regge dall’inizio alla fine, merito soprattutto del contributo degli attori e delle questioni contenute nel testo, temi che ci colpiscono allo stomaco e creano orrore, come per l’appunto la tematica sulla violenza e gli abusi su un minore.

Laura Sciarretta

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