The Eagle Huntress – la disparità dei sessi

Leggevo qualche giorno fa Baudrillard per quanto riguarda l’evoluzione mediatica, linguistica, culturale, della nostra società. C’era un passo molto interessante circa la necessità di riportare il tutto al sistema duale di base, che poi è quello di gender, dell’uomo e della donna. Quando scrissi la tesi di laurea, un testo fondamentale con cui mi sono confrontata fu quello di Donna Haraway, Simians, Cyborgs and Women: The Reinvention of Nature. Haraway affermava che, per superare il dualismo iniziale e liberare la donna dl proprio corpo, bisognava attendere l’arrivo del fantomatico cyborg. Baudrillard, d’altra parte, ci avverte che il cyborg e l’AI stanno sancendo la morte del linguaggio poiché frutto di un abbaglio: la realtà che si pensa come Reale e da cui si basa la costruzione di tutte le scienze non è che un simulacro della Realtà che in verità non esiste neanche.

Per quanto siano affascinanti entrambe le posizioni e per quanto siamo ormai entrati nell’era del virtuale, molte popolazioni vivono ancora in un sistema completamente analogico che non gli concede di accedere (ipoteticamente) a nessuna delle due condizioni di cui parlano i filosofi di cui sopra. In The Eagle Huntress vediamo l’esempio di una di queste. Otto Bell ci racconta come in una famiglia della Mongolia una ragazza che deve diventare una donna ed acquisire un ruolo nella società, debba scontrarsi con la Storia e la sua Cultura per poter diventare cacciatrice con l’aquila, ruolo deputato al maschio primogenito. Così Bell, seguendo le orme di Flaherty, ci catapulta in un universo diverso, sconosciuto ai più con un sublime documentario così narrativo da farci dimenticare che siamo di fronte a un film di quel genere, per seminare tracce documentaristiche all’interno delle storia stessa. Come lo fa? L’espediente della voce fuori campo con un tono simile a quella di Cate Blanchett (Galadriel) nel The Lord of the Rings, insieme al racconto dei protagonisti che, però, non guardano mai in macchina, riesce a portare lo spettatore a patteggiare per Aisholpan affinché possa trovare il suo posto nella sua società.

Nella sequenza più importante del film, quella del festiva, si fondono tre elementi centrali: la donna, l’uomo e la natura. Tradizionalmente la natura e la femminilità rappresentano un’unica cosa, quindi abbiamo nuovamente l’uomo (e il maschile) che porta con sè l’ordine e la società e dall’altra parte la donna (e il femminile) e quindi la natura.

Gabriela Primicerio
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Gabriela Primicerio

Laureata alla Sapienza in Spettacolo teatrale, cinematografico, digitale: teorie e tecniche, ha conseguito il diploma di Master in Gestione della produzione cinematografica e televisiva presso la Luiss. Costantemente in cerca di nuove sfide professionali.