The Birth Of A Nation – Tra Rabbia, Bellezza E Necessità

Nat Turner è un’arma. Nasce schiavo nelle piantagioni di cotone dell’America dei primi dell’800. I suoi padroni bianchi, notandone il talento, lo fanno studiare e perciò Nat si approccia lentamente all’esegesi dei testi sacri cristiani. Diventa predicatore, ma, oltre a gestire le funzioni religiose per la sua comunità di fratelli schiavi, oltre a celebrare unioni, battesimi o funerali, oltre, soprattutto, a lenire le pene della sua comunità e a dare ai neri una speranza in una vita migliore al di fuori della schiavitù nel Regno Dei Cieli, Nat viene improvvisamente ingaggiato per un compito inaspettato. Insieme al suo padrone, latifondista bianco con cui ha condiviso la casa ed un affetto fraterno, dovrà predicare agli schiavi neri al lavoro nelle altre piantagioni di cotone per tranquillizzarli, per infondere in loro il sogno di un miglioramento della loro condizione, insomma per spegnere i probabili focolai di ribellione contro i bianchi che nascono continuamente nei baraccamenti. Nat Turner è un’arma, un’arma plasmata dai bianchi per sottomettere i neri, un’arma che però si dimostra ben più instabile di quanto appaia. Man mano che l’uomo prende coscienza delle atrocità commesse dai latifondisti a discapito dei suoi fratelli, man mano che il suo studio delle scritture si approfondisce e Nat si rende conto che ogni sua predicazione è stata fin dall’inizio pilotata dai padroni bianchi, che portavano la sua attenzione su versetti, salmi e capitoli della Bibbia che sembravano giustificavare la schiavitù e la sottomissione a discapito di altri che invece condannavano apertamente queste pratiche, la sua fedeltà ai padroni vacilla fino ad andare in mille pezzi. L’uomo si metterà alla testa di una sanguinosa rivolta di schiavi che durerà solo quarantotto ore ma che farà decine di morti tra i bianchi sfruttatori. Tutti i ribelli moriranno, Nat dopo una breve fuga si consegnerà e finirà impiccato. Il suo cadavere verrà smembrato e disperso in vari modi, con il preciso intento di “cancellare dalla storia” gli avvenimenti ed il pensiero alle spalle della sua insurrezione. Nat Turner fu un’arma che entrò in azione ed ebbe delle conseguenze straordinarie nella storia degli Stati Uniti d’America, anche se nessuno se ne rese conto sulle prime. Anche The Birth Of A Nation, il film che Nate Parker dedica alla figura di Turmer ed alla sua tragica rivolta può essere assimilato ad un’arma in realtà.

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The Birth Of A Nation esce in un momento storico-sociale delicatissimo. Le tensioni razziali in America sono al loro massimo, non passa giorno senza che un qualche civile nero venga ucciso dalla polizia, muoia per una qualche pallottola vagante o subisca violenti pestaggi da parte degli agenti. Le organizzazioni non governative in difesa delle minoranze (la “Black Lives Matter” in primis) si mobilitano per cercare di ottenere una giustizia in fondo impossibile da assicurare e l’arte non può fare a meno di tematizzare quest’inquietudine, questa paura che permea il tessuto sociale americano. Penso ai dischi di un rapper come Kendrick Lamar, penso ai film di Spike Lee (che fin dai suoi esordi ha captato nell’aria questa tensione ed ha provato a metterla su pellicola in uno stile tra il politico ed il grottesco), penso, ultimo in ordine di tempo a Selma, il film dedicato alla marcia per i diritti dei neri organizzata da Martin Luther King.

L’esordio di Nate Parker si pone sullo stesso fertile terreno di riflessione che nutre i dischi, i film, i saggi a cui si è accennato ma punta volutamente di buttare alle ortiche una trattazione dell’argomento più o meno equilibrata scegliendo di creare un cortocircuito di rabbia, grinta, sangue e violenza. È un po’ come se Parker scegliesse di cristallizzare tutte le tensioni razziali, tutti i soprusi ai danni degli afroamericani che sono avvenuti negli ultimi tempi in America, tutto il desiderio di rivalsa del popolo che una volta fu schiavo e che ancora sembra stentare a veder riconosciuta una propria dignità nei confronti dei bianchi, nel braccio di Nat Turner che stringe il pugnale con il quale si lancia contro i latifondisti insieme ai suoi compagni nell’atto finale del film fino a far esplodere il conflitto (ideologico ma anche razziale) nel momento in cui il primo colpo viene sferrato e spacca la testa dell’avversario con cui il protagonista si confronta.

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È un insolito esempio di film a tesi, The Birth Of A Nation, nella misura in cui non solo tutto ruota attorno ad un’idea di Turner, che vede nel film un’arma volta a scuotere le coscienze degli afroamericani a tal punto da farli insorgere (anche violentemente, se necessario) contro tutti coloro che, oggi, stanno impedendo loro di vivere una quotidianità serena e pacifica, ma anche perché, in The Birth Of A Nation non esiste una vera e propria argomentazione. Non esiste un asserto iniziale, non esiste un’antitesi che gli si contrappone, non esiste, infine, una sintesi organizzata attorno ad un’idea nuova che raccoglie in sé il precipitato dello spunto iniziale e vi aggiunge il frutto nato dal ragionamento intermedio.

La rabbia, il livore, il desiderio di rivoluzione, di libertà di Nate Parker si traduce in un prodotto che fa della crudezza, della crudeltà, della semplice violenza, il suo elemento principale. Il sangue (che zampilla violentemente dai corpi feriti dei bianchi, che scorre dai tagli e dalle piaghe dei neri, che imbratta le lenzuola buone dei latifondisti e la terra dove si combatte) ed il senso di oppressione (la maggior parte delle scene è girata in interni contenuti, volutamente poco illuminati, spesso si ricorre a scene nei baraccamenti degli schiavi o nelle celle di detenzione dei neri ribelli) sembrano essere due elementi che, partendo dal tessuto filmico arrivano fino a noi spettatori come se l’obiettivo di Parker fosse la ricerca costante di un orizzonte di purificazione, di catarsi, necessario a ricostruire il tessuto di rapporti sociali in cui ci muoviamo.

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È un film dotato di grande cuore e coraggio oltreché nutrito di grandissimi ideali, The Birth Of A Nation, ma che, al contempo, trova in questi suoi due pregi anche i suoi difetti più profondi. Nate Parker tratta il film come una parte di sé. Non solo perché è, materialmente, una sua creazione ma anche perché si sente profondamente tirato in causa nella questione che sta tentando di tematizzare in scena. Vuole dire la sua su ciò che sta accadendo oggi alla sua gente e per farlo gira The Birth Of A Nation. È il suo esordio alla regia e, tuttavia, lo dirige, lo produce, lo scrive e recita la parte del protagonista (tra l’altro lui e Turner sono caratterizzati da una curiosa quasi-omonimia, una ragione in più che fa pensare a quanto il regista sentisse “sua” la causa del ribelle nero), quasi volesse isolare la sua creatura da qualsiasi apporto esterno che ne possa mettere in scacco la genuinità. Nate Parker studia. Riprende intere inquadrature da gente come Spielberg, Scorsese o Mel Gibson, aggiunge alla citazione ragionata una cura straordinaria del lato visivo e della fotografia, quasi voglia controbilanciare l’estrema crudeltà delle immagini con la poetica bellezza della natura e con la poesia delle visioni oniriche del protagonista. Ecco, però, che qui, proprio qui, il film comincia a perdere pezzi. La poesia delle immagini, che spesso si unisce alla delicatezza di certi scambi tra i personaggi è artefatta, smaccatamente “costruita”, in una parola, retorica, ecco che, allargando il discorso questa superficialità di base arriva a coinvolgere anche le entità in gioco e le loro azioni, spesso caratterizzate da un certo manicheismo di fondo che fa perdere irrimediabilmente profondità a tutta la struttura ideologica sottesa al film. In sostanza, i bianchi sono tutti cattivi (in primis il latifondista con cui Turner è cresciuto, che si rivela il peggiore schiavista nel momento in cui capisce cosa ha in mente il predicatore). I neri, al contrario, sono tutti pacifici coltivatori che vogliono solo vivere in pace, cantare Spirituals nei campi e rimanere solidali tra loro, poco importa, se alla fine, anche loro saranno dei sanguinosi assassini, in fondo, i bianchi se la sono cercata.

Errori, sbavature, a volte pesanti, a volte meno, che puntellano qua e là il film. Ne compromettono la visione allo spettatore? Non credo. È un film con troppo cuore, troppo coraggio ed uscito in un momento storico troppo importante (date le tematiche trattate) per fossilizzarsi eccessivamente su dettagli del genere. Nate Parker è un esordiente e ha diretto uno dei migliori esordi degli ultimi venticinque anni, questo basta. The Birth Of A Nation è un film necessario e Nate Parker è un regista a cui si perdona la superficialità dell’esordiente, anche solo per premiare il coraggio di affrontare una tematica così delicata (anche per lui, forse in primis per lui, che ha scelto di esporsi in prima persona con questo progetto) in un’opera prima. In fondo, se vostro nonno fosse stato ucciso durante la guerra e voi avreste deciso di dirigere un film sull’argomento, scommetto tutto quello che ho che anche voi vi sareste fatti prendere (giustamente) la mano come ha fatto lui.