Sing Street – L’Amore, La Musica, La Rivoluzione

John Carney, oltre ad essere un regista, è un bassista dilettante. Quando sei un bassista e hai deciso di studiare lo strumento non puoi permetterti di ragionare come gli altri musicisti. Le canzoni più conosciute e semplici, quelle da cui si potrebbe (e dovrebbe) partire sono anche le più noiose da suonare, organizzate tutte attorno a ripetitivi giri di note che promettono di farti venire un crampo alle dita prima che il pezzo sia finito. Se sei un bassista e vuoi imparare devi prendere coscienza di una cosa e cioè che l’unico modo per studiare lo strumento senza cadere nella monotonia è iniziare a scavare. Ascolti dischi di gruppi poco conosciuti, recuperi qui e là pezzi e linee di basso dimenticati caduti nell’oblio del passato, esplori generi musicali ormai passati di moda ma non per questo privi di mordente, ampli la tua cultura musicale e suoni, semplicemente. Un buon bassista è un musicista poliedrico, un uomo dotato di una cultura musicale particolarmente ben sviluppata ma è soprattutto dotato di gran carattere. Dopotutto, è una persona che ha scelto coscientemente di andare dalla parte completamente opposta rispetto a dove decidono di andare gli altri suoi colleghi e che non si pente mai, neanche per un’istante della sua decisione. In fondo, perché esserlo? In entrambi i casi si raggiunge un obiettivo comune (si impara a suonare uno strumento) ma, a differenza dei suoi colleghi, il bassista (o Carney, in questo caso) ha compiuto una scelta profonda. Ha optato per la strada più difficile, quella non presa, ha deciso di prendere solo spunto da ciò che stanno facendo gli altri attorno a lui e di giocare la sua partita, di scavare e di vedere tutto ciò dove lo condurrà.

Il probabile approccio al suono di Carney si riflette in maniera chiarissima nel suo stile di regia. Senza spingerci troppo in là negli anni, evitando di citare quel Once che lo rivelò al grande pubblico, pensiamo al tessuto su cui si regge Begin Again, la sua terza creatura cinematografica, piccola perla del mercato indipendente uscita nel 2014 all’estero ed arrivata da noi, colpevolmente, solo l’anno scorso.

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Carney sceglie di concentrarsi su personaggi piccoli, riservati, umili, coinvolti in una ragnatela di rapporti interpersonali che però poco hanno a che fare con i devastanti turbinii emotivi che sempre più spesso caratterizzano racconti cinematografici di natura simile (oltre che perché no? I rapporti sociali nella nostra contemporaneità) ma che si caratterizzano per essere delicati quadretti a tinte pastello dominati da una certa concretezza e da una salda presa nel Reale. I personaggi di Carney si urlano a vicenda, si prendono a parolacce, si sputano in faccia i rispettivi sentimenti e desideri, i loro stimoli, sono, in sostanza, perfettamente a metà tra esseri reali e “personaggi” di una commedia sentimentale. Forse allora la chiave del successo di John Carney o, meglio, della bellezza dei suoi film è tutta qui, nella scelta compiuta coscientemente dal regista di trovarsi in un limbo in cui modellare il suo film, popolato da elementi liquidi, malleabili, che, semplicemente, sono una cosa ed il suo esatto contrario.

Pensateci, la storyline da commedia sentimentale (una vera e propria costante dello stile di Carney) riesce ad essere, paradossalmente, al contempo il nucleo attorno a cui gira il film ed un semplice pretesto per parlare di qualcos’altro. Così come Begin Again è, si, la storia della delicata amicizia tra una cantante in cerca di affermazione ed un produttore a cui il destino aveva chiuso tutte le porte, il film funziona perfettamente anche (e soprattutto) come ordinata ed appassionata riflessione sullo stato dell’arte della musica degli anni ’00. Carney è così lucido nel suo approccio che arriva, giusto per strutturare nel migliore dei modi il suo ragionamento, a dare la parte del villain di turno ad Adam Levine, la voce dei Maroon 5 (esiste forse un gruppo più “pop” di loro in fondo?). Carney entra ed esce dal genere, utilizza, memore di quel mercato indipendente che l’ha formato e di cui fa ancora parte, il film come terreno di riflessione critica su un particolare argomento, soprattutto, è un fiero avversario delle logiche del mercato. I suoi attori sono tutte giovani promesse alle prime esperienze o al massimo caratteristi impegnati al cinema in ruoli secondari o nella serialità televisiva e, aspetto fondamentale, non “regala” mai nulla, scontatamente agli spettatori, vuoi perché non c’è nulla, nei suoi film, dei patinati prodotti che piacciono tanto al grande pubblico, vuoi perché ci troviamo di fronte a commedie musicali che rifuggono tutti gli elementi più kitchs del genere e gestiscono tutti i numeri musicali con classe e quasi sottovoce.

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In questo senso, Sing Street (che di Begin Again è una sorta di fratello complementare) non fa altro che rimettere in campo e rilanciare con addirittura più grinta ed originalità, le premesse su cui Carney ha strutturato il suo stile oltreché la sua carriera.

La storia di Conor, che nella Dublino dei primi anni ’80, stregato dalle prime trasmissioni di Mtv e dalla neonata Video-Culture ha la folle e geniale idea di fondare una band (lui che non ha mai saputo suonare nulla e che non ha mai cantato in pubblico) soltanto per conquistare la modella Raphina è solo un pretesto, o meglio l’esca con cui Carney vende in prima battuta il film al suo pubblico. Sotto la superficie Sing Street appare come un luminosissimo e delicato prisma in cui si riflettono e vengono elaborate riflessioni sull’oppressione e la libertà, sull’anticonformismo, sul desiderio di fuga e sulla voglia di rivoluzionare la propria vita. Non c’è retorica nella scrittura di Carney o meglio, c’è il compiacimento e la consapevolezza di saper scrivere una storia che arriva fino a lambire i lidi della retorica per poi allontanarsene velocemente subito dopo. Ci sono, in sostanza, baci al chiaro di luna, romantiche e prevedibili fughe in mare verso la libertà, litigi che si concludono con una messa in discussione dell’unione famigliare (o del rapporto tra fratelli, come si vedrà) ma al contempo, tutta la retorica irrimediabilmente connessa a questi avvenimenti viene immediatamente e sistematicamente disinnescata, depotenziata, un momento prima che lo spettatore la percepisca. È un po’ come se Carney partisse col voler dare al pubblico ciò che il pubblico vuole e subito dopo distrugga tutto e ricostruisca rapidamente il contenuto per costringere gli spettatori ad esercitare il pensiero, a riflettere su ciò che sta guardando. Sing Street è, a tutt’oggi, il film della maturità di John Carney ma, soprattutto, è un film che esige una certa maturità nell’approccio che il pubblico esercita nei suoi confronti. Lo si percepisce dalla profondità dei temi trattati (se ne è citati alcuni, io aggiungerei anche qualche accenno alla situazione politica di Irlanda e Regno Unito in quegli anni complessi, impossibile da non tenere conto quando si tratta una materia del genere), lo si comprende dal trattamento che Carney riserva alla materia del racconto ma probabilmente il vero senso del progetto Sing Street è racchiuso nel rapporto che si instaura tra film e contesto musicale. Per John Carney la colonna sonora e la musica in generale sono materia viva del racconto e della riflessione. In Begin Again la critica al pop spicciolo degli anni ’00 si accompagna alla teorizzazione da parte del regista di un anti-pop “pulito, positivo, critico” simboleggiato dalle canzoni che compongono lo street album registrato dal personaggio di Keira Knightley (pezzi, lo ricordo, scritti da John Carney stesso con l’aiuto di Gregg Alexander dei New Radicals), in Sing Street Carney fa un passo in più in questo senso.

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Il film è diviso in quattro atti, ognuno riguardante un genere musicale specifico di quegli anni, ognuno legato ad uno stile di abbigliamento a cui Conor ed il suo gruppo fanno riferimento, ognuno che culmina nella registrazione del video musicale di un pezzo inedito della band del protagonista che ricorda, nelle atmosfere un brano legato al genere di riferimento dell’atto.

Di nuovo, tuttavia, piuttosto che offrire al pubblico un terreno sicuro, fatto di pezzi conosciuti, di atmosfere famigliari ed un po’ nostalgiche, Carney utilizza la scansione del suo film per organizzare una sorta di “Storia Alternativa Della New Wave inglese degli anni ‘80”. Si parte dai lidi conosciuti dei Duran Duran ma si attraversano anche i territori inquieti del Goth dei The Cure o il pop-rock del misconosciuto duo Hall And Oates. Ogni dettaglio, dunque, serve ad inserire il pubblico in una griglia di riflessione, a destabilizzarli o, più semplicemente, a creare un film che è, irrimediabilmente “vivo”, privo di quell’alone di nostalgia che di solito si respira in film del genere.

Sing Street è la dichiarazione d’amore di John Carney alla musica. Musica come propulsore e carburante del sentimento amoroso, certo, ma, anche e soprattutto, musica come agente rivoluzionario del cambiamento e scintilla di ribellione contro il pregiudizio. È un curioso paradosso Sing Street. Come nello stile di Carney che ho provato a sintetizzare in poche righe, ci troviamo di fronte ad un affresco di straordinaria delicatezza che unisce il microcosmo di Conor e di Raphina al macrocosmico contesto socio-cultural-musicale della Dublino degli anni ’80 ma di fronte a noi c’è anche uno dei film più forti e grintosi degli ultimi anni. Si respira aria di speranza in Sing Street, unita ad uno straordinario desiderio di ribellione contro le convenzioni e le prevaricazioni, speriamo, dato che comunque stiamo parlando di un film destinato in primo luogo ad un pubblico giovane che questi valori possano attecchire nel giusto modo nelle menti degli spettatori e possano essere l’anima di quel cambiamento culturale che stiamo attendendo da troppo tempo.

Alessio Baronci

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