Richad Linklater – Dream is destiny

Strano vedere un biopic su una persona viva. D’accordo, Linklater ha vinto una serie infinita di premi con il suo Boyhood che sicuramente rappresenta un esempio di come il cinema art house possa uscir fuori dalle sale d’essai e allo stesso tempo rimanere fedele al suo spirito di sperimentazione linguistica e al suo stile indie, ma, chi lo avrebbe mai detto?

In sala, dopo la proiezione alla Festa del cinema di Roma, alcuni affermavano “è un film adatto agli appassionati”, “è per un pubblico ristretto”, ma io vorrei dissentire. Non sono una fan di Linklater e non ho neanche visto tutti i suoi film, ma vi posso dire che il film di Louis Black e Karen Bernstein racconta non solo di un uomo, non solo dell’artista, ma funziona bene come rappresentazione di un universo (quello “anti-hollywoodiano”) che non tutti conoscono così bene. Più volte torna infatti il discorso sul “dove si fa cinema”: le produzioni degli anni ’80-90 (ma ancora oggi) erano concentrate nei due poli di Hollywood e New York e un giovane filmaker si sarebbe tradizionalmente dovuto recare in una delle due città per aspirare a diventare un vero regista. Il documentario ci svela come, invece, Richard Linklater fece una scelta diversa, trasferirsi ad Austin e girare i suoi film in Texas. Quello che dimostra è di essere davvero un regista che sa coinvolgere la troupe e il cast, che riesce a trasmettere la propria visione e che porta a casa dei risultati completi. Il documentario, quindi, potrebbe avere anche un altro mercato, quasi all’interno delle istituzioni cinematografiche come esempio di produzione di film art house.

Lo stile del documentario di Louis Black e Karen Bernstein è, certo, abbastanza classico, piuttosto convenzionale. Hanno saputo, però, attraverso il montaggio, creare una vera e propria storia, appassionante, il cui fil rouge in un certo senso è proprio Boyhood. Le interviste sono funzionali a far scoprire qualcosa di molto intimo riguardo al regista, le immagini che vediamo dal vecchio televisore, i “reperti storici”, si fondono ancora meglio, grazie a questa soluzione, con il resto del racconto ed è quasi commovente leggere le parole scritte dallo stesso Linklater su un suo vecchio diario.

Insomma, non un esempio eclatante di documentario, ma comunque interessante, ambizioso e discretamente appassionante.

Gabriela Primicerio
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Gabriela Primicerio

Laureata alla Sapienza in Spettacolo teatrale, cinematografico, digitale: teorie e tecniche, ha conseguito il diploma di Master in Gestione della produzione cinematografica e televisiva presso la Luiss. Costantemente in cerca di nuove sfide professionali.