Pleased To Meet You (Again) – I Rolling Stones, Cuba, Il Disgelo Ed Henri Cartier-Bresson

Si parte dalla negazione stessa dell’oggetto dell’indagine. Se è vero infatti che Olè Olè Olè! A Trip Across Latin America viene presentato come il documentario che racconta (e celebra) il tour in America Latina in cui sono stati impegnati i Rolling Stones tra l’inverno e la primavera di quest’anno è anche vero che ci troviamo di fronte ad un prodotto che cerca continuamente di modificare, di ridefinire, addirittura di minimizzare in alcuni momenti, il rapporto che intercorre tra noi, l’immagine, i soggetti in gioco, la loro arte ed i significati connessi ad (ed evocati da) essa. Non esiste celebrazione, nel documentario di Paul Dugdale, non ci sono patinate inquadrature che mettono in risalto la classe ed il carisma degli Stones, non si gioca su panoramiche mozzafiato o su movimenti di macchina coraggiosi che puntano a sottolineare nel migliore dei modi le esibizioni live che puntellano (o meglio, dovrebbero puntellare) le varie tappe del tour che si vorrebbe descrivere. Non ci sono neanche le canoniche interviste attraverso cui si vorrebbe sviscerare il pensiero della band che spesso si annacquano in argomentazioni facili ed in affermazioni superficiali, esattamente come lo spazio, o meglio il contesto in cui queste interviste hanno luogo (scintillanti camere d’albergo, divani rivestiti di tessuti pregiati, hall di centri congressi). Non c’è niente di tutto questo, in A Trip Across Latin America, anzi, addirittura, almeno da un certo punto di vista, non ci sono neanche gli Stones e tuttavia, sarebbe meglio dire (e le premesse che ci hanno condotto fino a qui dovrebbero aver già fatto intuire qualcosa ai più accorti) che nel film di Dugdale c’è tutto ciò che abbiamo elencato finora ma c’è in maniera diversa rispetto a quanto tutti noi siamo abituati a vedere in altri prodotti dello stesso genere.

Forse, l’elemento vincente del documentario è proprio questo.

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La musica c’è, ma il più delle volte è quella riprodotta da vinili mangiati dal tempo, gelosamente custoditi da fan della band per anni, magari nascosti (data la natura “sovversiva” con cui le dittature che hanno negli anni hanno governato sui paesi coinvolti nel tour hanno etichettato il rock) e lasciati andare, finalmente liberi, sui piatti, a volume talmente alto da diffondersi nel quartiere quando, nel primo pomeriggio, tutto è ammantato dal silenzio. La stessa “logica del ribaltamento” coinvolge le interviste. Quando si è detto che gli Stones quasi non sono presenti nel documentario a loro dedicato, non si è poi andati troppo lontani dalla verità. Il time-screen dedicato a ciascuno di loro sfiora i tre o quattro minuti totali. Mick, Keith, Charlie e Ronnie sono colti nei momenti meno “istituzionali” o “patinati” possibile. Spesso sono lasciati a chiacchierare a ruota libera mentre sorseggiano il primo caffè del mattino, mentre fanno arieggiare la camera dell’appartamento in cui dormono, oppure durante una delle tante libere uscite del tour. Nella maggior parte dei casi si privilegia la voce off dei musicisti, colti a raccontare eventi della loro vita tra il romantico e l’imbarazzante (quella volta in cui Mick e Keith si sono ritrovati in Brasile dopo una sbronza con le rispettive compagne, oppure quello strano bastone antipioggia che Richards agita sul palco ogniqualvolta un acquazzone improvviso rischia di mandare a monte il live). È chiaro che, ciò che interessa di più a Dugdale, è tutto ciò che sembra intervallare gli interventi ed i racconti degli Stones, tutto ciò, in sostanza, a cui le voci-off dei musicisti fanno da sottofondo. Immagini, parole, volti, testimonianze di fan vecchi e nuovi della band, che, prima di celebrare la band, vogliono sottolineare, ognuno a suo modo, la capacità rivoluzionaria del rock, la sua carica di uguaglianza ed il suo insito valore democratico, il suo essere vera e propria arma al servizio della libertà di espressione e pensiero. Dugdale percorre i barrio e finisce nelle minuscole sedi di fan club locali dedicati alla band, intervista musicisti amatoriali che provano al secondo piano di una casupola e che, garantiscono, hanno iniziato a suonare trent’anni fa, quando hanno captato un pezzo degli Stones su una stazione pirata antigovernativa, parla con una giovane artigiana che ripara e restaura vecchie chitarre in Cile e che vede il suo lavoro come una missione perché “salvare una chitarra significa salvare la musica e dunque la libertà”, sempre con una sorta di rispetto reverenziale e con profonda stima verso tutto ciò che queste persone stanno facendo.

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L’elemento vincente di A Trip Across Latin America è, quindi, questo sguardo felicemente antropologico, con Dugdale che, coscientemente evita di soffermarsi sugli Stones e preferisce piuttosto concentrarsi sul loro pubblico, quasi considerasse la musica, ma soprattutto il suo effetto sul pubblico e la società l’unico aspetto effettivamente fondamentale del suo progetto.

Dugdale, in questo senso, si comporta un po’ come fece Henri Cartier-Bresson durante l’incoronazione di Giorgio VI. Piuttosto che fotografare il cerimoniale, il sovrano, il seguito reale, Cartier-Bresson scattò una serie di fotografie al popolo, ai bambini, ai lavoratori, alle madri in attesa del corteo, come a voler rimarcare l’idea che, in fondo, è di quello, è del popolo, che si sta parlando quando ci si riferisce alla monarchia o al governo inglese in generale.

Se ci si pensa, questa prospettiva antropologica irrora praticamente ogni singolo dettaglio del documentario (che in fondo, è diario di viaggio ma soprattutto saggio di politica estera, diplomazia e logistica, visto il modo con cui documenta gli sforzi dello staff direzionale della band per garantire il live finale a Cuba), a partire, come si diceva, dal rapporto che instaura con le canzoni della band e con le loro esibizioni live.

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Il resoconto di ogni tappa termina infatti con l’esibizione dal vivo di un pezzo della scaletta del concerto ma, anche in questo caso, si fa presto a ricollegare la presenza sul palco della band ed il conseguente rapporto che si instaura tra canzone e pubblico, a quei riti celebrativi e religiosi al centro delle culture amerinde. In fondo, di nuovo, ciò che si sta celebrando qui non è tanto un semplice concerto, quanto piuttosto una liberazione e credetemi se vi dico che il sentimento di ritrovata libertà viene catturato con straordinaria abilità dalle camere di Dugdale, che si soffermano su ogni singolo volto, su ogni singolo sorriso degli spettatori, piuttosto che sull’ennesima spinta pelvica di Mick Jagger.

A Trip Across Latin America è uno straordinario saggio sul potere della musica e sul valore dell’arte in generale e forse solo per questo meriterebbe la visione. Certo, c’è una cura certosina dell’immagine, c’è la cordialità e l’umiltà di ogni singolo membro della band, c’è il cuore che permea ogni singolo aspetto dell’opera, ma tutti questi sono solo accessori, elementi in più di un prodotto ottimo, che potrebbe finire anche nel momento in cui si esplicita nella necessità di dimostrare, una volta di più, quanto può fare l’arte per il mondo e le persone.

Alessio Baronci

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