Moonlight di Barry Jenkins

Una volta annunciato il programma della selezione ufficiale del Festival del Cinema di Roma, tra i nomi indicati, Moonlight di Barry Jenkins è stato sicuramente il primo che ha destato più curiosità nelle menti di giornalisti e non solo. Perchè? Semplice: in patria è stato praticamente osannato ed essere stato scelto come titolo di apertura ad un Festival ha sempre il suo peso.

Per 110′ assistiamo alla crescita di Chiron, il protagonista di questa storia, e lo guardiamo attraverso tre fasi specifiche della sua vita, divise per capitolo:

  • L’infanzia – i little (io “Little”)
  • L’adolescenza – ii Chiron (io Chiron)
  • L’età adulta – iii Black (Io “B” o “Black”)

In ognuna un sopran(nome), un volto diverso per interprete (Alex R. Hibbert, Ashton Sanders e infine Trevante Rhodes), ma al centro sempre un personaggio e il mondo che lo circonda. Entriamo nella storia e scopriamo l’ambiente in cui si muove, la sua famiglia (un padre che non c’è e una madre tossica che lo ama ma lo trascura, interpretata da Naomie Harris), la scuola che frequenta (dove è un emarginato), il luogo dove abita (un quartiere di Miami dove dominano spaccio e violenza) e, soprattutto, il suo dramma (non tanto l’essere nero, ma omosessuale).

Nell’infanzia Little è spesso vittima della prepotenza dei coetanei, ha un solo amico di nome Kevin (uno che invece si adegua al mondo esterno), ma sta spesso nascosto in silenzio da qualche parte. Dentro si sente solo, insicuro e ha tante domande. Un giorno trova nel bonario spacciatore di quartiere Juan (Mahershala Ali) la figura paterna che non ha mai avuto, colui che lo porta a chiedersi che tipo di persona vuole diventare ed è qui che qualcosa in lui cambia. Nell’adolescenza Chiron inizia a prendere coscienza di sé, affronta le prime pulsioni, ha il suo primo, tenero, rapporto sessuale ma scopre anche la violenza (è vittima di bullismo e non sa come difendersi), quella stessa violenza da cui vorrebbe fuggire e che lo mette nei guai. Infine nell’età adulta fa i conti con l’uomo che è diventato: ha abbandonato quartiere, madre, vecchie conoscenze e si è fatto una fama da spacciatore rispettato e un nome, Blake, ma un ritorno a casa sarà inevitabile.

161003_r28780-1200x796-1474580783

In tutte le tre fasi è sempre centrale la questione dell’identità e come affrontare il mondo quando si è diversi. Per il protagonista è dura essere/comprendere la propria identità soprattutto in un quartiere dove lo spaccio è pratica antropologica, dove vieni picchiato, abbandonato a te stesso e dove adattarsi vuol dire nascondersi. L’unico luogo per lui in cui ritrovarsi, non solo fisicamente, talvolta anche nel sogno, allora diviene il mare. Proprio davanti a quel mare su quella spiaggia dal sapore iniziatico e onirico, illuminata nel finale da un plumbeo chiaro di luna, a Chiron verrà data la lezione di Juan. Perché la morale di Moonlight è tutta lì: non importa cosa dicono o fanno gli altri, non importa l’ambiente che ti circonda, né l’etichetta con cui ti giudicano gli altri o la maschera che indossi, ognuno di noi deve trovare la forza di essere se stesso, perché solo tu puoi decidere su chi sei davvero. Un messaggio universale e condivisibile che esce fuori in tutta la sua potenza nel modo più delicato possibile grazie ad una scrittura scarna (il film è tratto da un testo teatrale) e alle performance misurate di tutti i membri del cast.

Moonlight è basato tutto su una messa in scena che vorrebbe essere “naturalistica”, con la mdp costantemente rivolta verso il personaggio, quasi a sottolineare la partecipazione emotiva che il regista Jenkins prova per  Chiron e per la sua lotta interiore con sé stesso e con il mondo. La regia sottolinea bene la distinzione tra i diversi capitoli della vita del protagonista, merito di un uso accurato di luci e colore (magnifica la fotografia che passa dal blu al rosa) e raggiunge la piena potenza visiva ed emotiva nel bellissimo terzo atto, che da solo ridefinisce e dona senso all’intera opera. Il risultato potrebbe apparire, però, leggermente pesante e anche un po’ furbo a causa dell’ approccio scelto che imposta la visione e la fruizione del pubblico sul cuore, ma allo stesso tempo sembra tutto studiato a tavolino. Dove, ad esempio, ci si aspetta che l’emozione pura e liberatoria esca fuori da silenzi, sguardi e immagini chiavi e (si spera) sufficienti a dare corpo vivo e senso pieno e viscerale al film, il regista manca di incisività, confondendo il minimalismo con la scarsezza; e visto il materiale a disposizione è un peccato che un’estetica tanto bella appaia inutilmente ripetitiva e, a tratti, “vuota”.

Non mi stupirei, almeno a quanto si dice in giro e al di là del giudizio personale di ritrovare Moonlight in corsa per premi importanti nella stagione degli Oscar, sia per l’importanza del messaggio nel film e sia come l’occasione per gli Accademy di fare ammenda dopo le passate polemiche con #OscarSoWhite. Di certo ne sentiremo riparlare.

moonlight-poster-2

Laura Sciarretta
© Riproduzione riservata