Inferno, Dante e i suoi gironi

“Per me si va ne la città dolente,

per me si va ne l’etterno dolore,
per me si va tra la perduta gente.

Giustizia mosse il mio alto fattore:
fecemi la divina podestate,
la somma sapienza e ‘l primo amore.

Dinanzi a me non fuor cose create
se non etterne, e io etterno duro.
Lasciate ogne speranza, voi ch’intrate”.

-Dante, Inferno Canto 3 –

Quando uscì nelle librerie di tutto il mondo il romanzo di Dan Brown, Il codice Da Vinci, fu subito un successo tanto che, anche in Italia, esplose come un vero e proprio fenomeno editoriale. Conosciamo tutti la storia, anche di Angeli e Demoni, così come di Inferno. Le campagne mediatiche ci hanno tartassato per l’uscita di ciascun film tratto dai romanzi dello scrittore di thriller statunitense forse più famoso della nostra epoca. Così i film diretti da Ron Howard sono anch’essi stati un discreto successo al botteghino.

Tralasciando la trama, gli elementi ricorrenti anche per questo capitolo sono: l’arte, gli anagrammi, il mistero. Gli effetti speciali sono diventati sempre più fondamentali dal punto di vista registico (già in Angeli e Demoni avevano decisamente preso piede), ma in Inferno abbiamo anche qualcosina di diverso. Ron Howard e David Koepp (sceneggiatore) sembrano sfruttare un film/kolossal per raccontare decisamente altro. Un pubblico navigato di film e romanzi di genere thriller non potranno non apprezzare il film (forse il più riuscito della serie), ma allo stesso tempo percepire che qualcosa stona. Un pubblico più attento, forse, potrebbe anche sentirsi preso in giro da come viene raccontata questa storia.

Vi ricordate quel libro che tanti di noi citiamo come referente per la costruzione narrativa?
Si, proprio quello, Il viaggio dell’Eroe di Christopher Vogler. Torna sempre. Lo abbiamo citato a partire da McKee o da Vanoye, forse abbiamo trascurato che senza Campbell (L’eroe dai mille volti) probabilmente Vogler non avrebbe saputo ricostruire in modo così chiaro la storia, ma senza addentrarci in discussioni filosofiche del tipo “è nato prima l’uovo o la gallina”, basti dire che gli archetipi, il viaggio e i modelli narrativi tornano sempre. Volenti o nolenti ormai siamo tutti abituati alla struttura in tre atti, bene o male ci rendiamo tutti conto se ci stiamo “affezionando” a un personaggio e se ci viene rivelato (dalla regia) troppo o troppo poco (anche se “la sospensione dell’incredulità” durante la proiezione del film ci permette di godere del racconto “spegnendo (apparentemente) il cervello”).
Ecco cosa succede in Inferno che non mi ha pienamente convinto. Una premessa concedetemela ancora. Il pubblico italiano, in generale, non è ignorante in materia dantesca: all’estero non viene studiato Dante come da noi e sicuramente le conoscenze che un cittadino mondiale medio può avere su come funziona l’inferno, chi è Beatrice e chi è Botticelli, non è paragonabile a quelle che ha un cittadino italiano. A prescindere da ciò, ho l’impressione che determinate sottolineature registi che siano state eccessive. In generale se c’è un mistero, vengono disseminate delle tracce nel racconto, delle briciole di Pollicino. Se il racconto è costruito a dovere, allora, ad un certo punto, il protagonista risolverà la questione e lo spettatore ripercorrerà nella sua mente tutte le tracce arrivando alla stessa conclusione del protagonista. Se però le tracce sono troppo evidenti e addirittura il film mostra tutte quelle immagini-traccia nel momento di recap del personaggio nel quale ci siamo proiettati, allora lo spettatore potrebbe sentirsi (quasi) deriso. Aggiungete a ciò tutti gli piegoni (che glieli concediamo) su Dante e l’Inferno ed ecco qui che mi dico “Ron Howard, ma mi prendi in giro?”. Inoltre è molto “triste” vedere attori italiani discretamente bravi (penso a Francesca Inaudi) fare la semplice comparsa, ma è sempre stato così e forse solo i francesi possono aspirare a qualcosa di più (Omar Sy, bravissimo).
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Tornando a Inferno in sè, cos’altro posso dire. Ovviamente gli effetti speciali non deludono, e sono anche abbastanza inquietanti: avere davanti agli occhi la rappresentazione dei dannati danteschi è cruda al punto da dare quasi fastidio. Ovviamente si potrebbe aprire tutto il discorso circa i media e il terrorismo: la rappresentazione della “fede” in qualcosa, nel sacrificio, per un ideale; l’utilizzo di enormi capitali e tecnologia all’avanguardia per portare avanti un tentativo di “attentato” terroristico; più banalmente le modalità con cui viene architettato il piano.

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Ma alla fine il bene trionfa sempre e così Saviano avrà ancora più materiale per argomentare le sue idee (penso alla trasmissione di qualche settimana fa in cui spiega bene come il cinema, la pubblicità di stampo occidentale contribuiscano alla politica mediatica terrorista).

Gabriela Primicerio

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Gabriela Primicerio

Laureata alla Sapienza in Spettacolo teatrale, cinematografico, digitale: teorie e tecniche, ha conseguito il diploma di Master in Gestione della produzione cinematografica e televisiva presso la Luiss. Costantemente in cerca di nuove sfide professionali.