DENIAL- Come si affronta chi nega la verità?

Denial è un film di Mick Jackson presentato nella sezione ufficiale del Festival del cinema di Roma e sará nelle nostre sale a partire  dal 17 novembre con il titolo La verità negata.

La storia ricostruisce la battaglia legale intrapresa nel 1996 dalla professoressa americana Deborah E. Lipstadt (il premio Oscar, Rachel Weisz), autrice del libro History on Trial: My Day in Court with a Holocaust Denier da cui il film è tratto, contro il saggista britannico e storico del Terzo Reich, David Irving, dopo che quest’ultimo l’aveva citata in giudizio con l’accusa di diffamazione. Irving era un inflessibile sostenitore della falsità dell’Olocausto, tanto da mettere in dubbio che fosse mai avvenuto (l’esistenza delle camere a gas, gli ordini di deportazione provenienti dal cancelliere Hitler), sostenendo la tesi che fosse semplicemente un falsificazione costruita ad hoc per far ottenere agli ebrei delle “compensazioni in denaro”. Posizione avvalorata, secondo lui, dalla mancanza di prove materiali che potessero dimostrare il contrario. Dopo essere stato definito dalla Lipstadt un bugiardo estremista e un mistificatore (nel libro Denying The Holocaust del 1993) pronto a tutto pur di conquistarsi una visibilità accademica e mediatica attraverso le sue tesi “negazioniste”, l’uomo la affrontò in pubblico e la sfidò a dimostrare le sue ragioni. Fu così che la donna si ritrovò, suo malgrado, a dover difendere i suoi scritti (secondo il sistema legale britannico, infatti, spetta all’accusato l’onere della prova nei casi di diffamazione) per combattere contro questa “negazione” della storia, con l’aiuto di un team di avvocati e studiosi dediti al proprio lavoro.

I film sulla tragedia dell’Olocausto sono davvero molti. Basta notare come in ogni annata cinematografica si riscontrino almeno uno o due titoli sull’argomento e i motivi sono fin troppo risaputi. L’Olocausto è stato visto, raccontato, analizzato e riletto, persino, secondo i generi più disparati (dal racconto-testimonianza al giallo, dal documentario al thriller e persino nelle influenze di certi titoli di fantascienza). Non mi dilungherò più di tanto, ma la premessa è necessaria per ricordarci di cosa parliamo quando parliamo della Shoah,tenendo conto di tutti gli studi e delle teorie dibattute sul rapporto tra memoria storica e settima arte (citato in altri nostri articoli). Insomma diventa sempre più difficile e per qualcuno perfino inutile dire qualcosa di nuovo sull’Olocausto.

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Di recente c’è stato il pluripremiato Il figlio di Saul, opera prima di László Nemes che, attraverso la rievocazione della figura del Sonderkommando, poneva interessanti questioni sulla responsabilità etica e formale nella rappresentazione dell’orrore nei campi (argomento molto ben approfondito dal lavoro di Georges Didi-Huberman nel testo Immagini malgrado tutto), e qualche giorno fa The Last Laugh di Ferne Pearlstein, presentato qui a Roma, che in forma di documentario si chiedeva se è possibile ridere su una tragedia storica come l’Olocausto, se esistono tabù, se solo gli ebrei possono fare comicità sull’argomento o se davvero la risata è lo strumento privilegiato per affrontare ciò che è tragedia. Come se non bastasse, anche gli eventi consequenziali alla seconda guerra mondiale, sono divenuti materia per film, dal processo di Norimberga al caso Eichmann; ora in Denial si rievoca questa lotta, realmente accaduta, tra un uomo minaccioso e megalomane (interpretato da un superlativo Timothy Spall) e un team legale armato solo di professionalità e rispettoso studio sui fatti (soprattutto l’avvocato Richard Rampton, a capo del gruppo della difesa, che ha il volto di un magistrale Tom Wilkinson). Proprio questo dualismo, messo in scena in modo abbastanza scolastico dal regista Mick Jackson, è la cosa migliore del film in quanto, tramite la vicenda, vengono affrontate riflessioni su tematiche quali il peso delle parole, la facile strumentalizzazione delle fonti storiche e dei media e il negazionismo di una verità storica. Come dimostrare l’esistenza delle camere a gas se non esistono foto? Come può accadere che certi aspetti di un immaginario forte e ramificato nella nostra cultura, come per l’appunto quello dell’Olocausto, possano essere facilmente distorti da un abile mistificatore e assimilato dall’ignoranza come un luogo comune, un “comunemente noto” (e dunque opinabile)? Basta citare un dialogo in cui viene tirato in ballo proprio il campo di Auschwitz, luogo emblematico per eccellenza legato alla Shoah, per capire di cosa parlo.

Un’altro degli aspetti ragguardevoli di questo film è poi quello riguardante il ritratto di certi personaggi, in particolare, quello della protagonista, che ha il volto di una convincente e grintosa Rachel Weisz. L’attrice interpreta una donna che all’inizio si autodefinisce un prescelta e “fastidiosa” rappresentante di ciò che è giusto, vista la sincera passione che la anima, ma poi subisce una piccola esclusione dall’azione principale. Durante tutto il processo è costretta (consigliata) dai suoi avvocati, per non cadere nelle trappole provocatorie di Irving, a stare seduta e in silenzio, a tenere a bada i suoi atteggiamenti e ad accettare l’esclusione delle testimonianze dei sopravvissuti dal processo (tenuti fuori proprio per proteggere il valore della loro memoria e di coloro che sono morti). Lei fa un piccolo passo indietro: ad un certo punto viene detto che la prima cosa che deve animare il lavoro di uno storico non è solo la passione per ciò che fa, ma un distaccato impegno con cui verificare ogni tassello a disposizione, ogni fonte a sostegno delle proprie parole. Sarà proprio l’abnegazione al lavoro del team di difesa, un gruppo di persone (avvocati si, ma anche studenti e studiosi) visto con iniziale pregiudizio dalla donna, l’unica arma possibile per proteggere il lavoro della Lipstadt e annientare le bugie del professor Irving, sconfiggendo la mistificazione e l’errata interpretazione delle prove con mezzi tanto semplici e ovvi (sfogliare notte dopo notte migliaia di carte, muoversi nei luoghi della memoria con sguardo scientifico, prima che umano, ma sempre nel pieno rispetto dei morti) quanto fondamentali. Solo dopo aver compreso ciò (voler fare la cosa migliore non sempre è utile) si rivela il significato profondo del film, perché il punto dell’azione legale non era dimostrare l’attendibilità del fatto, ma come dimostrarlo, perché non si vince (solo) con l’emotività, ma affidando la propria coscienza a qualcuno degno di fiducia, in cui si impara a riconoscere il rispetto della persona, superando il pregiudizio (come quelli di certi americani verso certa english people). Lo studio dei fatti, porre un muro tra ciò che è un’opinione e ciò che è una bugia, specie in tempi in cui è fin troppo facile sfruttare la perdita di riferimenti oggettivi e mistificare le verità dietro la libertà di parola, diviene così il principio etico e indiscutibile da difendere sempre e comunque, purché lo si faccia con abnegazione e misura, la stessa che traspare dallo stile del film.

Come già detto, si tratta di un film privo di cadute di ritmo, un compitino ben svolto, forse fin troppo piatto e accomodante per lo spettatore, specie se è già noto l’esito della vicenda. Però, se cogliamo il valore, non così scontato, delle riflessioni portate avanti dalla solida scrittura di David Hare (non solo sull’Olocausto) e siamo in grado di apprezzare l’eleganza recitativa con cui tutto ciò viene orchestrato attraverso le prove calibrate del cast (tra cui non ho citato un bravo Andrew Scott e un cammeo di Mark Gatiss, entrambi noti grazie al serial BBC Sherlock), beh allora si che Denial è un titolo con qualcosa in più da dire.

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Laura Sciarretta

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