MINE. Un passo fatale per vivere libero.

Tra i vari generi cinematografici da sempre capaci di far presa sul pubblico rientra a pieno titolo quello del survival movie, ovvero quella lunga serie di film in cui un personaggio viene messo in una condizione “estrema”ed è costretto a far trionfare il proprio spirito di sopravvivenza nelle situazioni più avverse: in Gravity Sandra Bullock era un’astronauta in balia dello spazio; in Cast Away il buon Tom Hanks era un moderno Robinson Crusoe su un isolotto del Pacifico; 127 ore ricostruiva la vicenda dell’alpinista Aron Ralston, incastrato nella gola di un Canyon dello Utah; in Buried Ryan Reynolds era un povero camionista sepolto vivo in una bara; e di recente Blake Lively in Paradise Beach interpreta una surfista bloccata su uno scoglio e braccata da un famelico squalo bianco. Tutti titoli diversi per valore, target, pubblico e produzione, ma che hanno attirato l’attenzione tanto da spingere i produttori a credere in progetti simili e basandosi su pochi mezzi (un ambiente, un personaggio e una situazione drammatica di “apparente” inattività, etc.).

Al centro di Mine abbiamo un soldato americano, costretto a sopravvivere nel deserto, senza potersi muovere.

Mike è un tiratore scelto, base in Afghanistan, che dopo una missione andata male, si ritrova in un campo pieno di mine e, disgraziatamente, mette il piede su un ordigno. In attesa dei soccorsi, dovrà restare immobile per 52 ore con tutte le difficoltà della situazione: il nemico che gli da la caccia, le tempeste di sabbia, gli animali notturni affamati e lo stato di salute sempre più sfiancato dalla disidratazione e dalla dura pressione psicologica. Durante questa forzata permanenza, Mike ha però l’occasione per riflettere su tutti gli eventi fondamentali che lo hanno portato fin lì e inizia ad affrontare quei demoni interiori che lo tormentano sin dall’infanzia e i dubbi angoscianti che lo hanno sempre bloccato, impedendogli di vivere la sua vita senza paura insieme alla fidanzata che lo sta aspettando a casa.

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Il quesito che ci si pone ogni volta alla nostra attenzione è sempre lo stesso: come riempire un film legato a un’unica unità di luogo e di azione, dove sembra non accadere nulla? 127 ore, Castaway e in parte Gravity, li considero, ad esempio, tre grandiosi film perché sanno essere spettacolari e narrativamente densi, hanno alle spalle menti creative capaci di deviare il genere verso la sperimentazione o di arricchire le opere con tematiche forti e personali o talvolta con altre più classiche (parabole di crescita, di rinuncia e di sacrificio, di elaborazione del lutto, ragionamento sul tempo e e il suo essere inesorabile e al di fuori del nostro controllo, etc), ma ben organizzate.

Ammetto di non avere una particolare predilezione per il genere e, ad eccezione dei casi già esposti, ho sempre visto la categoria come una sorta di usa e getta tanto divertente quanto facilmente dimenticabile o, nei casi peggiori, noiosi film senz’anima. Se, ad esempio, il tanto esaltato Buried di Rodrigo Cortés, accompagnato da molti plausi, si è rivelato un prodotto nella media, realizzato egregiamente, nichilista e claustrofobico al punto giusto, tuttora lo vedo come un’opera esaurita a fine visione, il vago ricordo di un esercizio di stile, tecnicamente interessante ma nulla più (mi ha divertito di più il trash Paradise Beach di Jaume Collet-Serra, proprio per il suo offrirsi come puro e onesto entertainment da cassetta). Considerato ciò, prima della visione di MINE ho cercato di entrare il più possibile a mente fresca, senza considerare né pressbook né trailer, di lasciarmi andare all’esperienza e solo alla fine pormi la domanda riportata prima.

Iniziamo col dire che i registi Fabio Guaglione e Fabio Resinaro (che qui sono anche sceneggiatori del progetto) sanno quello che fanno e dopo questo film credo proprio che sentiremo ancora parlare di loro, per ottime ragioni. Perché? Perché Mine è un prodotto visivamente affascinante, solidissimo nella trattazione e capace di regalare un inizio da (vero) cardiopalmo per proseguire con uno sviluppo pieno di sorprese. Dopo un incipit alla war movie, dall’istante del fatale click, Mine diventa tensione pura, gioco con le aspettative, presentimento del pericolo, allucinazioni e salti temporali. Da quel momento il film alterna parentesi d’azione sempre più brevi (ma efficacissime, come la scena in cui il soldato è completamente sovrastato da una tempesta di sabbia), a momenti d’introspezione, quasi metafisici, in cui i conflitti che si agitano nella mente del protagonista prendono letteralmente forma nello spazio circostante.

Attraverso continue soluzioni visive è evidente che i registi vogliono far comprendere allo spettatore il dramma personale di Mike, un ragazzo che ha paura di riconoscersi nell’immagine del padre violento, che è stato cresciuto da una madre troppo debole e che teme di ripetere gli errori del genitore con la fidanzata. Proprio questa seconda anima rende Mine qualcosa di più di un semplice survival movie, è il racconto di una stasi che assume i contorni di una transizione necessaria, di un punto di svolta, di un di-svelamento dell’inconscio del protagonista e, dunque, un film con una forte presenza d’autore. A questo proposito, si dimostra vincente la scelta di tenere fuori dalla trama qualsiasi connotazione politica o di stretta attualità, perché a Guaglione e Resinaro importa altro, andare oltre i momenti più fisici per giungere su un terreno riflessivo, sperimentale e personale (in fondo Mine riprende temi e situazioni già affrontati dai registi nel precedente True Love).

Mike si spoglia del mestiere di soldato e con esso il film si asciuga e si allontana dal genere di riferimento senza temere alcune inevitabili insidie. Mai come in questo caso, lo spazio gioca un peso drammaturgico straordinario ma, per fortuna, quel deserto, non luogo per eccellenza nella settima arte, è trasformato nel “teatro mentale” di Mike con senso del ritmo e con suggestioni oniriche, flashback e apparizioni che arricchiscono la trama senza perdere di credibilità.

Peccato che smorzare però la indubbia potenza visiva, la chiarezza degli intenti e il coraggio di una messa in scena tecnicamente audace e dinamica, ci pensano delle scelte narrative che ad un certo punto finiscono per normalizzare il risultato e lo privano del suo pieno potenziale. Mine soffre un andamento piuttosto ridondante e alcuni passaggi risultano troppo didascalici (nell’insistita esplicitazione dei simboli sparsi qui e là, nelle battute messe in bocca al personaggio del Berbero), pedanti, soffocati da una verbosità fuori luogo e da alcuni passaggi facilmente leggibili. La  stessa figura di Mike ne esce per certi versi meno complessa di quanto ci si poteva aspettare. Quello che il film mette in primo piano è in effetti il ritratto di un uomo buono, che fa la cosa giusta, che crede nei buoni valori, che sa di stare lì per paura e che sin dall’inizio sente di voler tornare a casa. La caratterizzazione che ne risulta è quella di un cavaliere ferito nell’armatura, bidimensionale e privo di ulteriori sfaccettature e questo nonostante l’impegno di un Armie Hammer che, dopo The Social Network e J.Edgar, si conferma interprete di assoluta bravura.

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In definitiva Mine si dimostra un prodotto che funziona, interessante, pieno di talento, adeguato al mercato moderno, ma a fine visione lascia addosso l’amara sensazione di aver assistito ad una notevole disponibilità di talento e di mezzi non completamente riuscito sul piano narrativo e leggermente appesantito sul piano delle ambizioni.

Dovendo tirare le somme e mettere ordine nei miei pensieri, posso dire che il film merita la visione e il pieno sostegno del pubblico per l’impegno dimostrato, per il lavoro di chi ha preso parte e ha investito nel progetto (a partire dalla stesso Hammer che si è esposto anche come produttore esecutivo), per l’eccellente messa in scena dei registi “autori” e per la possibilità rappresentata (se poi, la prima persona ad aver creduto nel progetto è stato Peter Safran, produttore di Buried e The Conjuring, qualcosa deve pur significare). Forse non abbastanza per gridare al miracolo ma, visti gli ultimi esperimenti cinematografici del nostro cinema, mi sento di dire che siamo sulla strada giusta!

Mine arriverà nei cinema italiani a partire dal 6 ottobre.

 

Laura Sciarretta
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