John Wayne, Yul Brynner E Soci Fuori Tempo Massimo – I Magnifici 7

Il discorso che qui sto provando ad organizzare è complesso, me ne rendo conto. Complesso, forse, perché complessi sono i tempi in cui viviamo, almeno per quanto riguarda il nostro rapporto con le arti e, come in questo caso, con l’arte cinematografica. Chiedete ad un qualunque appassionato di cinema che cosa pensa del mercato cinematografico contemporaneo ed otto volte su dieci vi definirà la situazione con un solo aggettivo: catastrofica. Viviamo in un momento storico in cui poche sono le storie veramente originali e le sale sono saturate da remake e reboot di praticamente ogni tipo di saga o franchise. Il pubblico desidera prodotti inediti e le major continuano a rifilargli film derivanti da prodotti passati di grande successo sperando di bissare sfruttando l’effetto nostalgia e cavalcando l’onda di quella che il critico Simon Reynolds chiama Retromania. Questo non fa altro che indispettire gli spettatori e di sviluppare in loro l’idea che il cinema contemporaneo ha ben poco da dire rispetto a quello del passato. Il pubblico odia la pratica del remake, strano a dirsi ma è così, e molto più della pura strategia commerciale del remake, odiano il puro prodotto-remake. Ci si lega ai film del passato come a ricordi di un’infanzia o di una giovinezza perduta, li si considera propri ed intoccabili e si vede negli occhi dei registi che di volta in volta ricevono l’incarico di sviluppare un remake quelli di assassini e terroristi pronti ad uccidere il nostro “fanciullino interiore”. Pensate al Ghostbusters di Paul Feig, praticamente ucciso perché il cast aveva subito un’azione di gender bender, con i ruoli maschili interpretati da donne o alla freddezza con cui è stato accolto (un titolo tra tanti) il remake di Atto Di Forza a firma di Len Wiseman. Ho un rapporto molto particolare con questo tipo di tendenza, diciamo così, apocalittica e con le polemiche di volta in volta accolgono l’arrivo di un remake in sala. In primo luogo, considero il film singolarmente e se a mio gusto il film è buono, è buono, sia esso un remake o un film originale. Per lo stesso discorso, il Ghostbusters di Feig non mi ha convinto per ragioni ben più profonde della scelta di gender-bender operata dal regista. Secondariamente, vivendo l’arte come una sorta di organismo universale, in cui convivono il cinema, il teatro, la musica, le arti plastiche e via dicendo, non considero il fenomeno dei remake così catastrofico come in realtà può apparire dai giudizi degli spettatori medi. In fondo, il teatro, ad esempio, ma anche l’opera lirica, è zeppa di “remake”. Ogni volta che un regista prende in carico un Macbeth o una Lucia Di Lammermoor in fondo, offre sul palco una versione sempre diversa non solo dalle precedenti messe in scena ma anche dai rispettivi originali letterari, ne fa un remake insomma, eppure, in quel caso, nessuno se ne lamenta mai. Oltre a questo, mi permetto di aggiungere una ragione a metà tra il filosofico e l’estetico che mi porta ad accettare il fenomeno del remake. A mio parere il remake ha senso fintanto che riesce ad aggiornare alle dinamiche dell’intrattenimento contemporaneo l’anima ed il nucleo principale del film originario senza sconvolgerlo nella sua essenza.

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Tutto questo per dire che negli anni, mi sono ritrovato a giudicare la questione dei remake/reboot (vero e proprio punto nodale del cinema degli anni ’00) da un punto di vista squisitamente neutro, da persona non coinvolta emotivamente nella ricezione del progetto. Dal mio punto d’osservazione per certi versi privilegiato, sono giunto alla conclusione che la più grossa critica rivolta dal pubblico contemporaneo al fenomeno dei remake risiede nel fatto che spesso il remake finisce per annacquare lo spirito del film originale in superficiali pratiche da intrattenimento contemporaneo e strizzatine d’occhio ai fan della prima ora. “È meglio l’originale!”, oppure, “Il primo Ghostbusters è imbattibile! È impossibile farne un remake!” si legge sempre più spesso in articoli e recensioni che provano a commentare la Retromania che caratterizza il nostro cinema contemporaneo, e dunque, forse, il remake più riuscito altro non è che quel film che, riprendendo scene, atmosfere, intere battute di dialogo dalla pellicola originale, si limita ad aggiornarle sul piano tecnico (sostituendo la ripresa in pellicola con quella digitale o migliorando il comparto sonoro), offrendo alla sala la versione del grande classico modello 2016? Antoine Fuqua ha provato ad attuare questa strategia ma, a quanto pare, qualcosa non è andato secondo i piani.

Ho scelto coscientemente di non rivedere né I Magnifici Sette di John Sturgess né I Sette Samurai di Akira Kurosawa (il film da cui tutto il processo ha avuto inizio), soprattutto perché, malgrado le premesse che ci hanno condotto fin qui, non volevo che la mia esperienza di visione della lettura che Fuqua ha voluto dare del film fosse inquinata dalle immagini di innegabili capolavori che avrebbero fatto apparire il remake del 2016 alla stregua di un giochetto inutile e superfluo. Forse è proprio per questo che il mio impatto con l’ultima creatura di Fuqua è stato così straniante. È come se la superficie del film venisse lentamente ma costantemente scalfita da dettagli inquietanti che ne minano la struttura dalle fondamenta. Il protagonista, il classico cacciatore di taglie senza paura ma con un lato oscuro che riesce a nascondere a fatica entra nel saloon e la musica smette di suonare. Gli avventori si girano verso il nuovo arrivato con sguardo truce, minaccioso. Facciamo qualche esempio. L’uomo è alla ricerca di un fuggitivo, dopo uno scambio di battute con il barista, in cui la tensione sale in maniera lenta ma costante, il cacciatore di taglie tira fuori la sei colpi e spara contro alcuni dei clienti, appena un attimo prima che essi svuotino i rispettivi caricatori contro di lui. Evidentemente fanno parte della banda comandata dal ricercato Al loro stesso tavolo c’è un baro, faccia da schiaffi e battuta pronta che aiuta il cacciatore di taglie a finire i malviventi. Accortosi che il locale è ormai vuoto, prova a scappare anche lui portandosi via i soldi del banco. E ancora, giusto per fare ancora qualche esempio, ecco che uno dei componenti della squadra di cacciatori ingaggiati da Emma Cullen è il classico vecchio assassino di pellerossa reso pazzo dalla guerra e dalla caccia (una sorta di variante del cercatore d’oro impazzito per la vecchiaia o la sifilide). Al di là di tutti questi dettagli però, al di là delle classiche sequenze alla “arrivano i nostri” in cui una situazione sfavorevole ai nostri protagonisti viene improvvisamente ribaltata dall’intervento provvidenziale di un qualche amico o alleato inizialmente creduto morto o perduto, forse quello che più sconvolge de I Magnifici 7 di Fuqua è che tutto, nel filmico, nella storia, nei dettagli di volta in volta ripresi dalla macchina da presa è che è tutto troppo pulito. La camera, se non nelle occasioni in cui è strettamente necessario, non balla mai, non regala mai riprese “sporche”, volutamente imprecise ma al contempo ideali per restituire allo spettatore l’atmosfera di un West la cui purezza, la cui genuinità stanno per essere compromesse per sempre dallo spettro del capitalismo. Stesso discorso per la resa “estetica” su schermo degli attori, i cui volti, i cui abiti, non sono quasi mai sporcati dal sudore, dal sangue dei nemici uccisi o dal proprio, le cui ferite non lasciano mai più di un cerchio di sangue attorno alla zona colpita dal proiettile. Come si diceva, è un discorso complesso quello che sto provando ad organizzare qui. Se ci si fa caso ad esempio, quelli che ho elencato fino fa a poco non sono altro che cliché del genere western che, a quanto pare, sembrano irrorare, informare continuamente il puro “tessuto” del film. Fuqua ha organizzato quindi il suo film attorno a dei cliché duri e puri?

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È una risposta plausibile ma assolutamente incompleta. Molto ci può dire in questo senso quella parentesi aperta qualche riga fa riguardante la pulizia “estetica” della ripresa e del comparto visivo. La purezza del visivo, unita alla caratterizzazione dei personaggi che popolano il film di Fuqua (minima, ci troviamo di fronte a delle vere e proprie macchiette salvo qualche minima eccezione) costituiscono né più, né meno, che le basi sintattiche di un vero e proprio approccio cinematografico alla materia del racconto, un approccio che, anni fa, diede vita al cosiddetto “Western Classico”. Ed in effetti, a pensarci bene, il western classico (che per inciso è il periodo dei primi film western, quelli che giravano attorno alla conquista della frontiera, quelli con John Wayne o Yul Brynner, quelli diretti da John Ford o John Sturgess), pare essere organizzato attorno agli stessi elementi che informano I Magnifici 7 di Fuqua. I personaggi sono volutamente poco tratteggiati sul versante della caratterizzazione, vuoi perché la logica produttiva degli studios ciò imponeva, ma anche perché in questo modo, grazie a questa stilizzazione, i personaggi in gioco assumevano i tratti di eroi mitici in lotta per un mondo che è il loro e non è più il nostro. Anche per questo, il comparto visivo era straordinariamente pulito, limpido, privo di sbavature, perché dopotutto sarebbe sacrilego sporcare i primi piani di un Dio o di un Eroe, che lo si faccia con una ripresa in camera a mano o con delle macchie di sangue e sudore. Le storie su cui si reggevano i film del periodo “classico” del Western erano, in effetti, mitici racconti di ricerca (The Searchers), storie di giustizia e tradimento (High Noon) o, appunto, grandi affreschi di ribellione popolare come quel I Magnifici Sette di John Sturgess di cui il film di Fuqua è il remake. Prima di essere remake visivo o citazionista (non necessariamente Fuqua ripropone le stesse inquadrature o le stesse battute del film di Sturgess nel suo progetto) The Magnificent Seven di Fuqua è un remake, potremmo dire, “ideologico”. Nel film di Fuqua si ritrovano, ora lo si è capito, tutti i dettagli, visivi, narrativi, caratterizzanti, di quello stesso western classico di cui l’originale di Sturgess è uno splendido rappresentante. The Magnificent Seven del 2016 è insomma un remake ossequioso, rispettoso dell’originale, che si ammanta dello spettro del progetto di John Sturgess come di un oggetto protettivo capace di garantirgli il successo e l’appoggio del pubblico contemporaneo. Sembrerebbe quindi che ci troviamo di fronte al remake perfetto, ad un film che si pone talmente in ossequio del film originale da riproporre sulla scena il suo stesso tessuto ideologico, ma basta questo per definire il progetto di Fuqua un buon film?

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Assolutamente no, ed è qui che fa capolino quella complessità a cui accennavo ad inizio del pezzo. Nel tentativo di restituire pedissequamente agli spettatori del 2016 l’atmosfera e l’anima del film originale di Sturgess attraverso il suo remake, Fuqua probabilmente non si accorge che l’approccio alla storia, la caratterizzazione dei personaggi, persino i tagli delle inquadrature, tutti quei dettagli insomma, leciti nei Western Classici, ora, forse anche perché entrati essi stessi nel mito della narrativa della frontiera, rimano tutti con la parola cliché o meglio, come si diceva prima, ci troviamo di fronte a cliché che sono diventati tali dopo cinquant’anni di contatti con l’inconscio collettivo dello spettatore. Riprendendo il discorso puntellato poco fa, ad inizio pezzo, sulla liceità o meno del remake, è un po’ come se Fuqua nell’approcciarsi al film originale nel tentativo di trarne un rifacimento aggiornato ai tempi facesse metà del lavoro che sarebbe tenuto a fare. Riprende lo spirito de I Magnifici Sette di Sturgess, aggiorna il cast ingaggiando alcuni dei più valenti attori della generazione presente, riprende il tutto con telecamere ad alta definizione ed innerva tutto il sistema film attorno a quell’ideologia da western classico che nei suoi piani dovrebbe “legittimare” il suo investimento agli occhi del pubblico ma che in realtà trasforma il tutto in un pappone stantio di già visto. È un peccato, un peccato perché il nostro uomo sembra ignorare l’operato di autori del passato come Arthur Penn, Sam Peckinpah e (perché no?) anche Sergio Leone (i cui film costituirono una vera e propria rivoluzione nell’approccio al genere). Ignora, in sostanza, quel grandissimo cambiamento ideologico avvenuto nella percezione della narrativa cinematografica western tra la fine degli anni ’60 e gli anni ’70, in cui registi e sceneggiatori capirono (complice anche la tragedia della guerra in Vietnam) che l’America nata e nutrita dal mito del Far West si è dimostrata essere un mostro oscuro e mosso dalla brama di potere. Ecco quindi che gli eroi dei film di Peckinpah, Penn e di molti altri esponenti del genere, si popolano di sangue, di sudore, di sporcizia, ecco quindi che i loro protagonisti diventano sempre più antieroi, soldati di ventura, mercenari, malviventi che fanno il bene solo se pagati profumatamente e non perché attratti da un atavico bisogno di giustizia. Bastava questo, in realtà, bastava che Fuqua avesse una sufficiente coscienza critica per comprendere che in realtà il Western, o meglio il modo di intendere il Western, è profondamente cambiato nel giro di sessant’anni che separano l’originale di Sturgess dal remake del 2016. Bastava, in fondo, mantenere i tratti essenziali dei Magnifici Sette di Sturgess e aggiungere qua e là qualche dettaglio preso di peso dai Western “sporchi” (Piccolo Grande Uomo, Il Mucchio Selvaggio, giusto per fare qualche nome) dei grandi maestri del passato a cui poco fa si accennava per dare vita ad un remake magari non necessario (ma dopotutto, quando mai è esistito un remake che è “necessario”) ma ben fatto e degno di nota. Sarebbe stato sufficiente, al di là di questo, che Fuqua si ponesse nei confronti del film originale con più grinta, con più voglia di fare e lasciasse trasparire nel tessuto già modellato da Sturgess, elementi legati al suo stile forte e volutamente “cafone” (e no, non mi basta quel combattimento finale giocato tutto a suon di esplosioni e lanci di dinamite, quello è un contentino, non è una scelta stilistica forte) per creare un prodotto a suo modo originale e degno di una visione.

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Cosa resta, al netto delle critiche, del remake dei Magnifici 7 firmato da Antoine Fuqua? Resta un film che si prende una mediocre sufficienza stiracchiata che è anche il segno dell’ambivalenza delle reazioni che susciterà il film negli spettatori.

I fan duri e puri del western accoglieranno il remake di Fuqua un po’ come ho fatto io, come una pellicola passeggera che nel tentativo di riproporre su schermo lo spirito del film originale tradisce in più punti il genere a cui fa riferimento e si trasforma in un polpettone infarcito di cliché, monotonia e già visto. Al contrario gli spettatori che cercano nel film un’occasione per evadere dal “logorio della vita moderna”, troveranno nel film di Fuqua un prodotto candidato ideale alla loro “liberazione”, dato che, comunque, malgrado tutto, ci troviamo di fronte ad un prodotto che offre grandissimo intrattenimento e divertimento allo spettatore nelle due ore di durata. Il problema, forse, è che c’è solo quello, sotto alla superficie non c’è più niente.

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In chiusura, una piccola postilla per tutti coloro che sono contro i remake e che pensano che l’unico modo corretto in cui si può intendere il remake sia quello di un film che ripropone pedissequamente lo spirito del film originale: eccolo qui, il film di Fuqua è ciò che volevate… ora siete sicuri che non dobbiate rivedere il vostro ragionamento?

Alessio Baronci

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