Il meticoloso e brillante lavoro di traduzione in Frankestein Junior

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It – could – work!

Spesso il successo di un film comico dipende – nel bene e nel male – dalla riuscita delle battute e dalle tempistiche di queste stesse, non bastano fisicità e frasi collaudate per ottenere il successo, l’originalità e la genialità si sono rivelate essere la carta vincente del successo.

Ma quando si tratta di esportare un prodotto in un paese con una differente lingua entrano in scena altre dinamiche e si aggiungono alla ricetta del successo altri ingredienti che prescindono dalla bellezza del film. Una tradizione sbagliata può compromettere la buona riuscita di una battuta o rischiare addirittura di rovinare completamente un film.

La tradizione del doppiaggio nella storia del cinema italiano è ormai diventata leggenda, tanto nell’adattamento delle sceneggiature quanto nelle voci dei doppiatori ormai completamente immedesimate nel nostro immaginario con i divi d’oltreoceano.

Un caso particolare ed emblematico della buona riuscita di una traduzione è quello del capolavoro di Mel Brooks Frankestein Junior. Il film, uscito nel 1974, è stato scritto dal protagonista stesso del film, il brillante Gene Wilder – recentemente scomparso – e dal regista, è stato campione di incassi nei paesi anglosassoni, ma diverso è stato il suo destino in altre nazioni. In Spagna un’erronea e poco corretta traduzione ne ha compromesso il successo, mentre in Italia, grazie ad un lavoro meticoloso il film ha ottenuto i riconoscimenti meritati.

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La difficoltà nell’adattamento fu dettata dall’abbondanza di giochi di parole e di battute che facevano riferimento alla cultura popolare. Per ottenere un risultato apprezzabile è stato svolto un lavoro minuzioso che ha visto avvicendarsi sulla scena diversi direttori. Inizialmente fu infatti incaricato Roberto De Leonardis, la traduzione però venne considerata troppo letterale e, in fase di montaggio venne rivisitata da Mario Maldesi. La scelta dei doppiatori fu fondamentale per la buona riuscita del doppiaggio ma soprattutto per rendere le battute originali e billanti anche in italiano. In un intervista Maldesi affermerà: «Ricordo con chiarezza il divertimento che abbiamo passato con gli attori tutti. (…) Tutto quello che facevamo lo verificavamo noi soli. Quindi se funzionava, se eravamo tutti sulla stessa lunghezza d’onda, voleva dire che la linea era giusta, e la soluzione era ottimale era quella che avevamo trovato». (Per approfondire vi consiglio Lost in Frankenstein un cortometraggio sul copione italiano del film diretto da Maurizio Losi)

Una delle peculiarità della traduzione italiana è che le battute non sono tradotte letteralmente dall’originale ma sono delle battute quasi totalmente ex novo che, pur mantenendo la gestualità e le espressioni della versione originale portano in italiano un gioco di parole nuovo che, se tradotto letteralmente, avrebbe compromesso la riuscita della comicità.

La famosissima frase “Lupo ululà” è solo un esempio di come l’originalità sia stata fondamentale per la buona riuscita della battuta. In inglese infatti il gioco di parole viene creato dal termine werewolf (lupomannaro) where wolf (dove è il lupo). Nella nostra lingua non si sarebbe potuto crreare lo stesso effetto, così la trovata è stata quella di utilizzare il verbo “ululare” per rendere la comicità:

Inga: Certe volte io molta paura di lampi.

Freddy: È una scarica atmosferica nient’altro, niente di cui impaurirsi.

Inga: Lupu ulula.

Freddy: Lupo ululà?

Igor: Là!

Freddy: Cosa?

Igor: Lupu ululà e castellu ululì!

Freddy: Ma come diavolo parli?

Igor: E’ lei che ha cominciato.

Freddy: No, non è vero.

Igor: Non insisto, è lei il padrone. Beh, ecculu là. Casa!

 

Inga: Uh. Uh, sometimes I’m afraid of the lightning.

Freddy: Just an atmospheric discharge, nothing to be afraid of.

Inga: Werewolf.

Freddy: Werewolf?

Igor: There.

Freddy: What?

Igor: There wolf. There castle.

Freddy: Why are you talking that way?

Igor: I thought you wanted to.

Freddy: No, I don’t want to.

Igor: Suit yourself, I’m easy. Well, there it is. Home.

 

 

Questa trovata ha permesso così di mantenere plausibile la gestualità degli attori e di rendere altrettanto divertente il gioco di parole e il fraintendimento tra i protagonisti.

 

Cristina Aresu © Riproduzione Riservata