Me Before You…or you before me?

Sapevo sarebbe stato un film da fazzoletto a portata di mano, che avrei probabilmente pianto e che come me l’avrebbe fatto almeno il settanta per centro degli altri soggetti femminili presenti in sala.

Non sapevo però quale sarebbe stato il motivo scatenante la lacrima: scene tristi tra genitori e figli? Scene patetiche d’amore che – non mi spiego ancora il motivo e io rientro nel gruppo di chi esce con gli occhi gonfi – riescono ancora a far emozionare benché siano una costante in questo genere di film?

La sorpresa è che mi sono emozionata per un motivo assolutamente distante da tutto questo.

Me Before You, che mette alla prova la regista Jojo Moyes con l’adattamento letterario dell’omonimo libro di Thea Sharrock (sceneggiatrice della pellicola) è un film che parla sì d’amore, ma per una volta è l’amore per se stessi a dominare.

Probabilmente in molti non si troveranno d’accordo con me, eppure questo mi hanno lasciato Louisa Clark (Emilia Clarke) e William Traynor, (Sam Claflin). Due personaggi completamente diversi tra loro, antitetici così come le tante coppie dei film più famosi. Povera lei, ricco lui. Vissuta nella piccola cittadina lei, viaggiatore e uomo di mondo lui. Impacciata e sognatrice lei, sicuro di sé e volitivo lui.

Il trailer del film lascia poco alla fantasia, si sa che Will a causa di un incidente sarà costretto a vivere su una sedia a rotelle e Lou, alla disperata ricerca di un lavoro, diventerà la sua badante/compagna di giornate. Scontato è che poi tra i due nascerà qualcosa, lui come la “bestia” piano piano si aprirà alla “bella”, ma non ci sarà il lieto fine, o comunque non finirà come i cuori romantici spererebbero.

Me Before You innesca un meccanismo per cui tutti vorrebbero che l’amore tra due persone trionfasse sempre e comunque, mentre qui a trionfare è l’amore per la propria vita, per la propria autonomia, per la possibilità che ognuno ha di scegliere cosa essere e cosa fare.

Sembra paradossale parlare di amore per la vita in un film che porta avanti il tema dell’eutanasia con “leggerezza” disarmante, ma in fin dei conti Will vuole morire perché ama la vita.

Molti diranno “Louisa ama Will”, forse, ma ama ancor di più il desiderio di fare del bene, la sua missione di far reinnamorare Will della vita. Ci riesce, Louisa esce vincitrice perché William arriva ad innamorarsi nuovamente della vita tanto da capire di non volerla vivere su una sedia a rotelle e paralizzato, così innamorato della vita da regalarne una nuova a Louise senza di lui, ma grazie a lui.

Emilia Clarke regala al personaggio di Louise una freschezza che poche volte riesce ad abbinarsi alla figura femminile di un film di questo tipo senza farlo cadere nella macchietta comica, è credibile, è carina, è una ragazza come tante nel mondo che non sempre riescono ad immedesimarsi nella bellona di turno sullo schermo. Sam Claflin, lato suo, non ha avuto un compito facile visto l’Oscar vinto da Eddie Redmaiyne per un ruolo simile, ma il suo personaggio non credo avesse come primo compito quello di interpretare magistralmente un uomo tetraplegico, bensì far innamorare con il suo sguardo, che si apre con il tempo all’affetto di Lou, le spettatrici.

Un bel film, una bella storia d’amore per la vita che lascia quel velo di tristezza pensando al poco coraggio di ricominciare una vita diversa del protagonista maschile.

Annagiulia Scaini

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