John Clayton III Va Alla Guerra – The Legend Of Tarzan

Prima di qualsiasi altra cosa The Legend Of Tarzan offre a tutti noi che ci occupiamo di cinema una splendida lezione: non farsi aspettative su un film, nella maggior parte dei casi, paga e questo è uno di quei casi.

Se non si parlasse di un’industria in perenne movimento ed evoluzione, organizzata attorno ad un giro economico da milioni di dollari, che dà lavoro a centinaia di migliaia persone (e che lo toglie ad altrettante, a seconda di come vadano le cose), quella che stiamo per raccontare potrebbe seriamente essere una delle storie più divertenti dell’estate cinematografica 2016.

Prima di cominciare, bisogna però fare un paio di doverose premesse.

La prima: dal 2011 la Disney ha attivato una campagna produttiva che punta a creare una sorta di franchise atipico organizzato attorno a rifacimenti in live-action dei loro film d’animazione (o a tecnica mista) più famosi ed amati dal pubblico. Ci troviamo di fronte ad oggetti artistici strani. Non sono veri e propri remake, ma neanche dei reboot puri, si propongono di partire da grandi classici del passato ma si muovono con il preciso obiettivo di ampliare le storie originali con sottotrame, approfondimenti, nuovi personaggi, nuove interazioni e via dicendo ed al contempo quasi pretendono di voler sfruttare quello spirito nostalgico e legato all’infanzia che invoglierebbe senza appello gli spettatori a spendere i canonici sette euro (o dieci dollari) del biglietto per ricostruire quella connessione con i loro fanciullini interiori che la maturità sembra aver sopito. Al di là di questo, se possibile la situazione è ancora più controversa quando si provano ad analizzare i film che compongono questo franchise attraverso le lenti degli incassi e della critica. Con le dovute eccezioni (vedi quel The Jungle Book di Jon Favreau che la primavera scorsa sembra aver conquistato i cuori dei critici non prima però di aver fatto faville al box office), ci troviamo di fronte ad oggetti commerciali dal pensiero autonomo ed imprevedibile. Maleficent ad esempio, il remake/spin-off de La Bella Addormentata Nel Bosco, vero e proprio primo tassello del franchiese, ha incassato moltissimo al botteghino ma al contempo è stato uno dei film meno amati dalla critica, Alice Through The Looking Glass è stato invece un pesantissimo flop al botteghino oltreché uno dei film più odiati dalla critica americana e nostrana. Quello che voglio dire è che ci troviamo di fronte a quello che gli analisti finanziari chiamano business a rischio: non esiste una figura di controllo, una sorta di showrunner che gestisca la produzione del franchise in maniera uniforme, non esiste una linea creativa definita per il ciclo, insomma, in buona sostanza, ogni film è diverso dal precedente e sarà diverso dal successivo, ogni film è un rischio produttivo enorme, ogni film è un giro del tamburo della pistola con cui registi e produttori giocano di volta in volta alla roulette russa.

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Proprio il prendere atto di questa curiosa situazione ci porta dritti dritti alla nostra seconda premessa:

malgrado questo franchise della Disney (che definire franchise sarebbe perfino azzardato) sia così simile ad una bomba sporca tanto è il tasso di pericolosità finanziaria e produttiva insita in esso, moltissimi personaggi dalla natura squisitamente borderline stanno provando in continuazione a saltare sul carro del vincitore. Uno di questi è Andy Serkis, il Gollum de Il Signore Degli Anelli che a breve sembra dirigerà il suo personale adattamento di The Jungle Book strettamente fedele al romanzo originale di Kipling e poi c’è lui, il nostro amico David Yates, con il suo The Legend Of Tarzan. Viene da chiedersi perché degli outsiders, dei veri e propri signor nessuno, si vogliano imbarcare in un’impresa creativa che neanche la Disney (non proprio l’ultima arrivata) riesce effettivamente a controllare e le risposte possibili potrebbero essere molteplici. Perché se ti va bene la tua carriera subisce una svolta importante, mentre se ti va male non c’è nessun problema, tanto anche la Disney ha sbagliato; perché la Disney ha un approccio troppo istituzionale alla materia del racconto e queste persone si credono abbastanza libere da pressioni ed indipendenti sul piano creativo da poter offrire una versione nuova, originale, più adulta forse, della stessa storia; perché i soldi in gioco sono tanti, e i soldi fanno gola a tutti.

Letto da questa prospettiva, il progetto alle spalle di The Legend Of Tarzan fa quasi tenerezza. Alle spalle, in produzione, c’è la Village Roadshow, della distribuzione si incarica la Warner Bros eppure tutto, dal packaging, alla locandina, al trailer ammiccante, sembra gridare “Disney” da ogni dove, un po’ come quando, negli anni ’80, il mondo era invaso dai Famiclone, console ad 8-bit che volevano sfruttare il successo del Super Nintendo senza essere il Super Nintendo ma spacciandosi per esso. A peggiorare in maniera forse irreversibile la situazione c’è l’uomo che dovrebbe guidare tutta la macchina infernale, quel David Yates che cinque anni fa ha distrutto con il sorriso sulle labbra il franchise di Harry Potter arrivando dal nulla e dirigendo, pigramente e senza particolari idee gli ultimi quattro film della saga.

Viene da chiedersi a questo punto come un film che si vorrebbe fosse realizzato con mezzi Disney, ma che in realtà può contare su budget e sforzi produttivi di gran lunga minori, diretto da uno dei cineasti più ambigui degli ultimi anni, sia, al netto dei fatti, una delle pellicole più promettenti e meglio riuscite dell’estate 2016 e tuttavia, probabilmente stupirà i più scoprire che la risposta è molto più semplice di quello che si pensi.

Il trucco, alla fine, consiste nell’ammettere che esistono dei limiti e rigirare le probabilità a proprio favore nel tentativo di tirare fuori qualcosa di buono dal cilindro, oltre che di portarsi a casa la pagnotta.

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Se non si hanno a disposizione i soldi della Disney, peggio, se non si ha il controllo dei diritti sul film d’animazione della Disney di cui la nostra pellicola potrebbe essere il perfetto remake/reboot, allora tanto vale rimboccarsi le maniche e giocare d’astuzia. Ecco dunque che The Legend Of Tarzan da un lato lambisce alcuni degli aspetti migliori del cartoon che la Disney dedicò al personaggio quasi vent’anni fa senza mai dichiararne esplicitamente l’influenza (il personaggio di Jane è chiaramente ricalcato sull’omologo del cartoon così come gran parte dei flashback sembrano essere presi di peso da lì), dall’altro guarda con profondo rispetto ai romanzi di Burroughs, riuscendo a fare sua l’atmosfera a metà tra il periodo Vittoriano e l’ottimismo della Belle Epoque di cui è impregnato il ciclo letterario dell’uomo della giungla, tutto il resto è pura furia creativa. Già, perché una postilla, anzi, un vero e proprio assioma dell’approccio che gli uomini alle spalle del film pone in atto nei confronti della materia del racconto, afferma che se davvero la loro creatura si ritrova costretta a non poter intrattenere rapporti con una fonte precedente fissa ed autorevole, allora essi avranno modo di poter lavorare su una materia narrativa viva, da plasmare continuamente secondo le loro sensazioni e soprattutto privi di quelle pressioni che tendenzialmente gli spettatori più legati alla fonte originale fanno (i cinecomics ci hanno insegnato parecchio in questo senso). In questo senso, Legend Of Tarzan si rivela un film comunque vincente proprio perché puntellato da una serie di idee tanto geniali quanto originali (di caratterizzazione dei personaggi o narrative) che esistono e persistono all’interno della narrazione proprio perché i membri della writer’s room le hanno materialmente inserite nel continuum del film spinti dalla loro condizione di “creativi privi di vincoli”. Il Tarzan di Skarsgaard ricorda tantissimo quegli eroi d’azione anni ’80 che, ritiratosi in esilio dalla società, si ritrovano a dover tornare in gioco loro malgrado per difendere ciò a cui tengono. Egli è, poi, eroe imperfetto e contradditorio, difensore dei giusti e della natura dai conquistatori Belgi ma al contempo assassino a sangue freddo di un ragazzino innocente, diffidente nei confronti degli “uomini di città”, dei bianchi civilizzati e sfruttatori, ma capace di legare empaticamente solo con un nero americano che sembra uscito direttamente da un Western crepuscolare e anarchico (altro personaggio inedito, altra buona idea ben sfruttata in sede di sceneggiatura). Sorpresa delle sorprese, in tutto questo Yates riesce a reggere la baracca in regia e si rivela essere l’uomo giusto al posto giusto, capace di sostenere la storyline e di sottolineare emotivamente gli sviluppi ed i rapporti tra i personaggi grazie ad una scrittura per immagini che riesce ad essere allo stesso tempo incisiva ed elegante. Lo sa Dio come colui che cinque anni fa ha appiattito sul piano tematico e simbolico le trasposizioni della saga di J.K. Rowling sia riuscito ad essere pietra portante per buona riuscita del progetto, il regista che semplicemente risulta necessario al film, quel che è certo è che metà del suo fascino, The Legend Of Tarzan lo deve alla finezza dei flashback, praticamente muti e quasi pittorici e alla dinamicità e al coinvolgimento dei movimenti di macchina durante le scene d’azione e questo è ciò che conta.

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Se è vero che bisogna chiamare le cose con il loro nome allora, senza alcun dubbio, The Legend Of Tarzan è il blockbuster estivo del 2016. Un film destinato alle famiglie e a tutti coloro che vogliano passare due ore al cinema con un film poco impegnativo (o almeno non quanto progetti come Star Trek Beyond o Suicide Squad che sottintendono la conoscenza di complessi universi narrativi per essere apprezzati pienamente) ma non per questo superficiale o privo di classe e sostanza. Questa brevissima riflessione sul target del film di Yates ci permette tra l’altro di ridefinire il peso dei suoi difetti. The Legend Of Tarzan in effetti non è esente da problemi, mancanze o cadute di stile che ne danneggiano la resa finale, si va da un villain che è una sorta di copia carbone del cattivo tipo costantemente interpretato da Christoph Waltz e si arriva fino a quel sottotesto di solidarietà, pace e tolleranza del diverso che a volte è urlato a tal punto dalla storyline o da alcuni dettagli di regia da risultare fastidiosamente invasivo, passando per una CGI che cede due volte su tre e tuttavia, è necessario compiere una distinzione fondamentale nell’approcciarci ai demeriti della pellicola. È abbastanza pacifico infatti che tali mancanze risultano risaltare di più agli occhi dell’esperto o semplicemente dell’appassionato, mentre lo spettatore tipo a cui dovrebbe essere destinato Legend Of Tarzan quasi non si accorgerà di queste mancanze se qualcuno non gliele farà notare. Ci troviamo di fronte a macchie, sfocature che devono essere tenute presenti nel momento in cui si vuole valutare un determinato prodotto artistico, ma che al contempo non inficiano in alcun modo l’esperienza di visione e l’intrattenimento del pubblico.

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È un film necessario The Legend Of Tarzan, che aggiunge qualcosa ad una storia già nota o la racconta in maniera diversa? In realtà no, malgrado alcuni dettagli ed alcune modifiche alla fonte originale costituiscano gli elementi più gustosi del film e tuttavia, probabilmente ci troviamo di fronte ad un film sincero, onesto e con tanto cuore, e a volte basta anche solo una motivazione “etica”, come in questo caso, a giustificare la spesa di quei 7 euro che costituiscono il costo del biglietto, soprattutto se sono in grado di offrirci un’esperienza semplice ma coinvolgente e diretta come fa il film di Yates.

Alessio Baronci

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