The Conjuring – Il Caso Enfield, Bentornato A Casa, Signor Wan

Una calda estate di qualche anno fa (per la precisione siamo sul finire di Agosto del 2011). Ho finito la maturità da un mesetto, sono già tornato da qualche giorno dalla parentesi vacanziera fissa con i miei in Romagna, mi sto pigramente preparando ai test d’ingresso per l’università che si svolgeranno da qui a due o tre settimane e, in buona sostanza, mi annoio. Comincio a girovagare su internet quasi per inerzia, probabilmente nel tentativo di trovare qualche film nuovo da vedere o qualche disco nuovo da sentire, rimane il fatto che non trovo né l’uno, né l’altro e tuttavia, incappo in qualcos’altro. Si chiama Debaser, è un sito di “recensioni scritte da chi vuole” ed è probabilmente la mia via d’uscita da questa noia che mi assale. Decido di iscrivermi e, soprattutto, decido di scrivere ed inviare la mia prima recensione praticamente subito. Probabilmente è il caldo che mi fa prendere questa decisione, dato che per il momento le uniche due tracce di me stesso che esistono in rete sono il mio profilo Facebook ed un oscuro blog di critica cinematografica nato e morto nel giro di sei mesi e tuttavia, decido di mettermi in gioco, malgrado io non ami, in questo momento, confrontarmi con persone la cui opinione è diversa dalla mia, malgrado, soprattutto, sulle prime non sappia di quale film parlare. Alla fine opto per il primo capitolo della saga di Saw – L’Enigmista, che mi capitò di vedere quasi per caso qualche giorno prima, l’unico episodio del franchise che mi abbia convinto (idea che sono pronto a sottoscrivere anche ora, a cinque anni di distanza), l’unico che abbia qualcosa in più da dire rispetto agli altri. Scrivo la breve recensione, il pezzo viene pubblicato e per certi versi accade l’imprevedibile. Parecchi lettori/utenti del sito non sono d’accordo con il mio giudizio e non tardano a farmelo sapere e tuttavia, non sarebbe certo questo il problema. Piuttosto che essere contrariati dalla mia opinione sul film, quello che non andò giù alla maggior parte dei lettori fu il fatto che io mi ostinassi a trattare James Wan, il regista del primo Saw, come un vero e proprio autore piuttosto che come l’ultimo dei mestieranti di Hollywood, forse perché non riuscivano a comprendere che, in realtà, un film horror (a maggior ragione se a basso costo proprio come a basso costo era il primo Saw) può riscattarsi dalla sua stessa natura per certi versi imperfetta (e sia chiaro personalmente non ho nulla contro i prodotti in cui il desiderio di raccontare una storia è ben maggiore dei soldi spesi per fare in modo che quella stessa storia venga raccontata nel migliore dei modi) organizzando le proprie fondamenta attorno ad una solida regia e ad una convincente caratterizzazione dei personaggi. Ed è in effetti grazie alla regia di Wan, tra il teatrale ed il documentaristico e grazie soprattutto ad una sceneggiatura che punta a tratteggiare le psicologie di personaggi credibili piuttosto che a creare scenari in cui elementi quali la violenza estrema ed il gore possono dare il meglio di sé che un film come Saw ha retto all’uscita e regge tuttora a sedici anni dal suo ingresso nelle sale, a differenza dei suoi sequel, proprio a causa di questa profonda impronta autoriale che impregna tutto il prodotto di Wan, impronta di cui, a quanto pare, all’epoca mi ero accorto solo io.

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Non so esattamente chi avesse ragione cinque anni fa, probabilmente nessuna delle due entità in gioco, io ero ancora troppo acerbo per costruire un’argomentazione seria e soprattutto in difesa di un regista di fatto odiatissimo dal Gotha degli appassionati di cinema e loro erano troppo chiusi nelle loro opinioni per seguire il mio ragionamento, ora però, a cinque anni di distanza e soprattutto con ancora negli occhi le immagini di quel The Conjuring – Il Caso Enfield che costituisce di fatto la settima fatica di quel ragazzetto di cui presi le difese mentre egli era ancora ai suoi esordi, penso di avere le idee più chiare su chi possa averla spuntata quel giorno.

James Wan è un uomo di spettacolo estremamente sui generis. Un po’ come Spielberg è figlio di due concezioni diverse del lavoro sul film: da un lato c’è una certa sicurezza personale ed una volontà di creare pellicole che siano prima di qualsiasi altra cosa curatissime sul lato tecnico e dell’immagine, dall’altro questa stessa sicurezza si trasforma a volte in sicumera, un sentimento che porta spesso il nostro amico a sedersi comodamente sugli allori e a organizzare film che sanno di già visto, che magari sfruttano eccessivamente furbi stratagemmi volti ad ottenere l’attenzione e l’ammirazione del pubblico più superficiale o che si strutturano attorno ad elementi che ritornano costantemente all’interno della sua stessa filmografia. A differenza di Spielberg però, Wan ha dalla sua in primo luogo la giovane età e, soprattutto, una certa sincerità e correttezza etica, quella stessa correttezza etica che fa in modo che ogni suo film, malgrado a volte troppo accondiscendente nei confronti delle leggi del mercato risulti, comunque un prodotto degno di nota. Wan è, insomma, un regista a cui mi sento di accordare la mia fiducia, e tuttavia, io per primo non posso non notare quanto la carriera di questo regista sia caratterizzata da un’immensa mancanza. Manca, nel percorso professionale di James Wan, il cosiddetto film della maturità, quella pellicola che, quando non cristallizza lo stile di un cineasta attorno a dei meccanismi ben consolidati, quantomeno fa intendere a pubblico e critica che una fase della vita artistica del tale regista è giunta al termine e dunque a questo punto al cineasta non resta che ripartire per continuare ad espandere i propri limiti. Tuttavia, la stranezza della situazione aumenta quando scorrendo la filmografia del nostro uomo si comprende benissimo come Wan sia giunto vicinissimo a questo traguardo addirittura per ben due volte. Nel primo caso siamo nel 2013, il film è lo splendido The Conjuring (probabilmente uno degli horror più belli degli anni ’00), Wan diventa per almeno sei mesi il regista di riferimento per il genere e tuttavia non riesce a conservare il primato e a raggiungere la maturità tanto sperata, dato che l’anno successivo fa uscire quell’Insidious 2, seguito di uno dei suoi progetti più promettenti e tuttavia caratterizzato da una superficialità e da alcune disattenzioni che lo rendono un film non particolarmente riuscito in ogni sua parte. Un secondo tentativo di raggiungere la vetta ha luogo nella primavera del 2015, quando il nostro amico James fa uscire in sala quel piccolo miracolo produttivo che porta il nome di Fast And Furious 7, progetto notevolissimo sotto una moltitudine di aspetti e tuttavia troppo controverso per considerarlo come una pellicola in grado di costituire il tassello della maturità per la carriera del regista (Wan venne chiamato in extremis dalla produzione del film perché si credeva che la sua capacità di lavorare sotto pressione avrebbe reso possibile la chiusura della lavorazione di una pellicola fondamentalmente uccisa in partenza dalla morte di Paul Walker e dunque non è per sua scelta, perché attratto dal progetto che il regista lavora al film; è un film action, lontano dalle corde di Wan stesso, è eccessivamente bloccato in scomode consuetudini stilistiche per permettere al cineasta di sperimentare davvero con la macchina da presa). E dunque, anche in questo caso, ci troviamo di fronte ad un film godibilissimo, comunque ben fatto, amato in patria e nel mondo da pubblico e critica e tuttavia ancora lontano dall’avere tutte le carte in regola per essere il film che cerchiamo. Forse però, bastava attendere solo un altro anno per considerare la nostra ricerca conclusa.

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The Conjuring – Il Caso Enfield, prima di essere il rischiosissimo sequel di un film che, in fondo, non chiedeva un sequel perché perfetto nella sua chiusura narrativa, è soprattutto il simbolo di una scelta, una scelta compiuta da James Wan che rima profondamente con quel desiderio di affrancamento e maturità che fin qui abbiamo evocato. Il passo, potremmo dire il peso di questa scelta la si capisce fin dal prologo, anche se bisogna avere un certo occhio (ed essere caratterizzati da una certa cinefilia) per accorgersene. Le parole del racconto extradiegetico che funge da raccordo tra il primo ed il suo seguito scorrono su schermo mentre un’inquietante colonna sonora comincia ad entrare in contatto con lo spettatore, al termine della intro, lo sguardo del pubblico viene attratto dal titolo del film, caratterizzato dallo stesso font di quello del figlio prediletto di William Friedkin, L’Esorcista. Bastano pochi minuti in realtà, per capire che il rapporto con il capolavoro di Friedkin è ben lontano dall’assumere i tratti della pura citazione, sebbene alcuni motivi tematici dell’illustre predecessore (primo tra tutti la bambina indemoniata) tornino prepotentemente anche qui. Wan capisce infatti che per distinguersi dalla massa, per raggiungere quella maturità che sembra anelare da troppo tempo, deve percorrere, con originalità, o meglio con senso critico, la stessa strada che circa quarant’anni fa percorse Friedkin, una strada strutturata attorno ad un continuo gioco tra generi cinematografici. Friedkin in sostanza prese coscienza che l’unico modo per costruire un horror efficace era quello di mettere in secondo piano la componente terrorizzante della pellicola e cominciare a lavorare sui punti di contatto tra i generi, solo così, si potrà creare un film maturo e soprattutto realistico e consapevole. Ecco quindi che L’Esorcista è, prima di tutto, un thriller psicologico ed un dramma famigliare e poi, solo poi, un film dell’orrore, ecco quindi che The Conjuring – Il Caso Enfield è un thriller soprannaturale di gran classe e (strano a dirsi) una delicata storia d’amore che contrappone l’unione dei coniugi Warren al demone che dà loro la caccia e che, stando alle visioni di Lorraine, finirà per uccidere suo marito e per distruggere l’unione famigliare e poi, in un secondo momento, un film horror con tutti gli ingredienti del caso al posto giusto, dai Jump Scares alle panoramiche a schiaffo improvvise. Un altro elemento mutuato da quel filone, potremmo dire, New Horror del cinema americano lanciato da Friedkin e da altri suoi compagni di strada, che Wan elabora e rimette in circolo nel suo film sembra essere una certa aria dubitativa che permea gran parte del tessuto della pellicola. Il confine tra verità e menzogna, tra suggestione e fenomeno paranormale è mantenuto sottile per tutto il film (e, anzi, proprio l’elemento della mitomania gioca un ruolo fondamentale in termini di storyline) e noi stessi, spettatori di questa strana partita fatta di attese, esplosioni di rabbia ed orrore, mettiamo spesso in dubbio la natura di ciò che stiamo guardando. Fa parte del gioco dopotutto, è anche in questo caso un’espansione di quel sistema di contaminazioni tra generi cinematografici e certamente si tratta di un elemento, questo, che contribuisce a connotare di un realismo straordinario la pellicola di Wan e tuttavia, forse si può dire qualcosa di più su questa scelta registica. Dopotutto, camminare sul filo del dubbio tra realtà dell’intervento soprannaturale sui fatti ed invenzione significa, in buona sostanza, mettere in dubbio i principi stessi di quel genere horror che dovrebbe strutturare la narrazione, comportarsi, insomma, un po’ come l’avvocato del diavolo di turno che con una mano manovra il meccanismo per spaventarci e con l’altro scopre il trucco per farci capire che, in fondo, è tutto finto e ditemi, non è forse segno di grande maturità mettere in dubbio, scardinare e ricostruire il sistema stesso che organizza il tuo racconto, spingendoti fino a narrare alcune sequenze senza la rete tipica che un patto con lo spettatore (classico soprattutto in casi del genere) può offrire?

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Wan dunque rielabora criticamente e rimette in circolo gli spunti di quegli stessi ribelli che l’hanno preceduto, non bloccandosi mai però, e questo per me è fondamentale, in un eccessivo ossequio per le sue fonti, ma anzi non perdendo in alcun momento il suo tocco stilistico: si è parlato poco fa dei Jump Scares, che bene o male possiamo considerare il marchio stilistico di Wan e che ricorrono parecchie volte anche qui, a questo proposito non possiamo che aggiungere anche la straordinaria cura tecnica dell’immagine, con scene che si strutturano interamente attorno a piani sequenza o a panoramiche che solo una solida regia può garantire. Al di là di questo però, ciò che più stupisce dell’approccio di James Wan al film è la sua volontà di prendersi tutto il tempo necessario per sviluppare la caratterizzazione dei personaggi in gioco, che quindi assumono varie nature, diventano prede, vittime, combattenti, collaboratori ma non incarnano mai quei caratteri monodimensionali tipici dei personaggi dell’horror contemporaneo. Pensate per un attimo, proprio in questo senso, alla scena in cui Ed Warren riunisce la famiglia vittima della possessione in salotto e tutti cantano in coro Can’t Help Falling In Love di Elvis accompagnati da una chitarra scordata. Ci troviamo di fronte ad una scena che ai fini della narrazione serve a poco o nulla, non muove la storia, non si conclude con un picco di tensione come ci si aspetterebbe dopo l’apparente calma eppure, nella sua stranezza, funziona. Primo perché distende il ritmo narrativo e poi, soprattutto, perché è l’atto (uno tra tanti) che trasforma i personaggi in entità coscienti di loro stesse, in grado di sviluppare empatia l’un l’altro e, conseguentemente, anche con noi che osserviamo la loro storia.

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The Conjuring – Il Caso Enfield è dunque l’ottimo film della maturità di James Wan, un progetto che da troppo tempo attendeva di venire alla luce. Sia chiaro, questo non significa che il progetto non abbia i suoi difetti (certe ingenuità della sceneggiatura si potevano evitare, ad esempio) e tuttavia, mi sento di promuovere a pieni voti l’ultima fatica di colui che lanciò la saga di Saw ormai quasi sedici anni fa, anche solo perché la sincerità e la passione che traspaiono da questo film sono sentimenti che raramente si vedono nell’intrattenimento contemporaneo.

Ripensando ora a quella discussione che ebbi anni fa su Debaser la soddisfazione di vedere dov’è arrivato quel dilettante in cui solo io, in quella situazione, credevo, è parecchia, parecchia davvero.