Laurence Anyways, un fiume di colori, musica e amore.

Ammetto che di rado mi capita di scoprire, o meglio ancora, riscoprire un film inedito al cinema (che pochi fortunati hanno già avuto l’occasione di vedere in un Festival o magari in qualche rassegna speciale), quindi immaginate il mio senso di estrema soddisfazione quando mi è stata proposta la visione del titolo di cui vi parlerò oggi. Poter vedere un film, fino a poco tempo fa, invisibile (almeno qui), dunque prezioso proprio perché si è corso il rischio di perderlo e di non poterlo recuperare facilmente, è come ottenere un regalo di natale per ferragosto; l’amarezza lascia spazio alla sorpresa, anche se si è ben consci che solo pochi spettatori avranno il reale desiderio di approfittare del recupero (a proposito in fondo pagina, sotto le foto, troverete anche il manifesto dove sono indicati i nomi delle sale che lo proiettano).

Il film di cui sto parlando è Laurence Anyways del regista canadese Xavier Dolan.

Ora per chi di voi ancora non lo conoscesse, eccovi due righe: classe ’89, originario di Montréal, attore fin da bambino passato a soli diciannove anni dietro la macchina da presa. Oggi vanta una carriera di ben sei lungometraggi, tutti presentati con successo nei festival di maggior successo al mondo, tutti riconoscibili e a loro modo fondamentali per comprendere a fondo la mente che li ha ideati e scritti (Dolan ha firmato anche le sceneggiature di alcuni suoi titoli). A proposito, oggi Dolan ha solo 27 anni, in pratica ha fatto quasi un film all’anno. Esordisce nel 2009 con J’ai tué ma mère, film-confessione (semi biografica) sul rapporto madre-figlio che già dimostra il suo talento sfrontato (basti vedere la forma e le scelte di montaggio). Nel 2010, sempre a Cannes presenta Les Amours imaginaires, storia di un triangolo amoroso a tinte forti, nella sezione Un Certain Regard; nella stessa sezione del Festival francese presenta in concorso nel 2012, per l’appunto, Laurence Anyways, anche questo osannato dalla critica. Nel 2013 Dolan sbarca a Venezia con Tom à la ferme, storia ossessiva a metà tra il dramma e il noir su un giovane omosessuale che, in seguito ad un viaggio in campagna, per partecipare al funerale del suo fidanzato, impara a conoscere i lati oscuri della famiglia del defunto. Il suo stile (secondo molti) raggiunge l’apice nel 2014, dove a Cannes presenta in concorso Mommy, pellicola che fa gridare alla Palma d’oro e che comunque porta a casa il Premio della giuria. Qualche settimana fa, sempre a Cannes ovviamente, ha presentato il suo ultimo lavoro, Juste la fin du monde. Di questi titoli, Mommy è stato l’unico distribuito anche qui in Italia e Juste le fin du monde arriverà sicuramente il prossimo autunno, visto il successo di critica coronato col Grand Prix.

Finalmente anche qui ci si è accorti di lui, un cineasta troppo prolifico (ricordiamo che ha appena 27 anni), troppo amato dai suoi (tanti) sostenitori e troppo richiesto (anche negli Usa, dove prossimamente dirigerà The Death and Life of John F. Donovan) per rimanere un “invisibile”. Di registi invisibili, riscoperti al momento della consacrazione (almeno da parte nostra), ce ne sono e ce ne saranno sempre molti. Il regista inglese Steve McQueen era già divenuto un grosso nome nel 2008 con Hunger, ma abbiamo dovuto attendere il 2012, il successo veneziano di Shame e l’aumento di popolarità del protagonista Michael Fassbender, per poterlo vedere distribuito anche qui da noi. Andrew Haigh è diventato un nome che ha fatto discutere grazie al recupero tardivo, da parte della Teodora film, di Weekend, film del 2011 uscito in appena 10 sale italiane ( giudicato troppo scabroso dal CEI nel suo raccontare una semplice storia d’amore tra due omosessuali). Forse non è un caso che anche questo Laurence Anyways parli di argomenti piuttosto rilevanti con l’attualità come la tematica transgender, ma iniziamo con ordine.

In Laurence Anyways si racconta la storia d’amore di un uomo e una donna, Laurence e Fred: si conoscono e si fidanzano nel 1989 e, dieci anni dopo, l’uomo rievoca la loro relazione in un’intervista per la presentazione del suo primo romanzo. Quella che ci racconta è una vicenda di passione sincera, di amore vero e difficile, vissuto tra alti travolgenti e bassi di lacerante incomprensione. Laurence Alia è uno stimato professore di letteratura, nonché scrittore di talento, e Fred Belair è una regista dal carattere energico e indipendente. Il giorno del suo trentacinquesimo compleanno Laurence confida a Fred il proprio segreto: il desiderio di essere sé stesso diventando la donna che sente di essere (Dolan racconta la loro routine attraverso un montaggio ellittico che oltre a presentarci l’intimità che li lega anticipa il disagio e la lotta interiore di Laurence, stanco di “fingere”, di essere qualcosa che non è). A questo punto scoppia il dramma. Da un lato si fa concreta l’aspirazione dell’uomo di vivere finalmente nel corpo a cui si sente corrisposto (si autodefinisce un criminale, colpevole di ave rubato la vita alla donna dentro di lui), dichiarando sinceramente di amare ancora Fred; dall’altro, la donna nonostante accolga con solidarietà e affetto la decisiva “rivoluzione”del compagno teme di perdere tutto ciò che ama di lui, vista la portata che un simile cambiamento dovrà rappresentare nella loro vita. Laurence torna in classe nelle sue nuove vesti, indossa una parrucca, prende accordi per farsi operare, ma ben presto il peso del giudizio degli altri, l’emarginazione sociale e persino il rifiuto da parte dei genitori, stravolgono la sua quotidianità. La sua coraggiosa decisione avrà inevitabili conseguenze anche nel rapporto con Fred: nel corso degli anni i due si perdono, si allontanano, vengono schiacciati dalle rispettive contraddizioni e dalle proprie debolezza, cercano una felicità appagante (tale solo in apparenza), si spiano a distanza, si ritrovano, non smettono di amarsi, ma forse la loro storia non potrà comunque durare.
Se è innegabile che la tematica gender viene riportata con estrema sensibilità da parte di Dolan, ciò che più affascina del suo film è la sua assoluta, sfrontata e (dunque) sentita necessità non tanto di “raccontare” una storia ma di farci immergere nella storia, nei sentimenti dei protagonisti, nelle parole urlate, negli attimi di gioia, nei silenzi opprimenti e nei ricordi (in fondo il film è un collage di flashback) che si accumulano, si incastrano, si sovrappongono e lievitano nella memoria come foglie in autunno che voleranno altrove. Colpisce e non poco questa messa in scena dei i toni di un amore travagliato, ma irrinunciabile, specie nel momento in cui il disegno dei caratteri si accompagna ad una ricercata saturazione dei colori (dal blu al rosso che staccano fortemente con momenti di asettica e fredda cromatura) capace di tracciare li linee interiori dei personaggi, resi perfettamente dagli interpreti Melvil Poupaud e Suzanne Clément (quest’ultima la ritroverete anche in Mommy). Laurence e Fred non sono due eroi romantici “vittime” della società, non divengono vuoti stereotipi o versioni “atipiche” da melò, non c’è pietismo o facile giudizio nelle loro azioni, ma pura e semplice partecipazione emotiva senza filtri e senza vergogna.

Uno degli elementi più evidenti e riconoscibili dello stile di Dolan, divenuto marchio di fabbrica e mezzo di sublimazione artistica, è sicuramente l’uso del montaggio: tutto il racconto si articola su scambi verbali ripresi in primo e primissimo piano (mdp attaccata ai volti degli attori), molti ralenti e stacchi improvvisi, per poi aprire la ripresa a totali o campi lunghi di estrema precisione che non abbandonano mai l’oggetto dello sguardo. Un vera sinfonia visiva carica di colori e sentimento in cui gli oggetti personali assurgono a simboli di immagine affettiva e si interpongono al grigiore scarno ma onnipresente del reale, al giudizio sociale, alla convenzionalità delle definizioni identitarie forzate, realizzandosi come sintomi di una sincerità narrativa viva e pulsante. Il merito maggiore di Dolan sta proprio nell’aver saputo raggiungere una tale lirismo visivo, in cui la macchina da presa non si perde mai dietro a quei corpi, anzi è sempre puntuale e affamata di sentimenti, gioie e dolore che mai perdono di intensità, costruendo a poco a poco un melodramma energico di immagini e musica. Non a caso l’altro aspetto fondamentale del film è proprio il commento sonoro, che arricchisce le sequenze dai movimenti sinuosi e le trasforma in videoclip ad arte : dal pop dei Duran Duran, i Depeche Mode e i The Cure, o ancora Celin Dion e Kim Carnes, alle partiture classiche di Beethoven, Prokofiev, Brahms e Tchaikovsky e poi ancora la  electronic music dei  Moderat, che accompagnano forse il momento più bello e poetico di tutta la pellicola. Sarebbe facile avvicinare l’uso del colore e il gusto visivo del regista ad un Almodovar o la passione per le storie di amori impossibili ai melò di Douglas Sirk, ma Dolan è, dichiaratamente, uno che non cerca paragoni se non per dimostrarsi vincente o stupide etichette né per se stesso né per i suoi film (rifiuta perfino di legare il suo cinema al termine Queer). Forse per arroganza, o forse perché ciò che lui mette in scena sono tutte esigenze di uno convinto dei propri mezzi, magari anche di un ego innamorato di un cinema totalizzante e schietto nei sentimenti, un cinema con cui vuole aggredire lo spettatore, coinvolgerlo e avvicinarlo il più possibile alla materia anche a costo di apparire eccessivo ma raramente assistiamo a esperienze di visione così così pure.

Proprio come il suo protagonista Dolan grida in faccia al mondo la voglia di libertà, vuole creare una rivoluzione contro il preconcetto, non teme i giudizi degli altri e si sente fiero di essere un mattoncino rosa in mezzo al grigiore. Persino nella durata (2 ore e 48 minuti) questo film racchiude l’attaccamento famelico, viscerale e traboccante tenerezza del proprio autore verso le storie che narra, verso quei personaggi borderline, tanto da sovrastare i limiti di inizio e fine: esemplare il fatto che la voce fuori campo del protagonista (che risponde alle prime domande) si senta ben prima che i loghi delle case distributive finiscano di scorrere, come se la materia non potesse attendere oltre, non possa essere contenuta (tra l’altro questo espediente si riscontra anche in Tom à la ferme, dove il finale accompagnato da Going to a town di Rufus Wainwright si svolge oltre e durante i titoli di coda).

Mi rendo conto che queste righe non riescono a descrivere a pieno l’esperienza che un film del genere mi ha lasciato e ritengo perfino inadeguato il mio approccio da recensore, spero comunque di aver suscitato curiosità e, soprattutto, di recuperare al più presto altri titoli di Dolan per capire di cosa sto effettivamente parlando e rendermi conto di cosa abbiamo davanti. Nel frattempo vi consiglio caldamente di correre nelle sale che proiettano Laurence Anyways e godere di questo speciale e magari irripetibile evento.

Concludo con questa dichiarazione di Dolan, che esprime in breve cosa racchiude il film:

Laurence Anyways è un omaggio a un periodo della mia vita in cui, prima di diventare un regista, dovevo ancora diventare un uomo. Lo guardo e rivedo me stesso bambino.

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Eccoil manifesto di cui vi parlavo:

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Laura Sciarretta

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