Cassius Clay Vs Muhammad Ali: Luci spente sul ring

 

 Difendeva la giusta causa degli Africani in tutto il mondo.

Nell’occasione della morte del campione pugile Muhammed Ali, ho pensato di omaggiarlo scrivendo un articolo sui vari film e documentari che ne sono stati tratti.

Il film più noto è sicuramente Ali (Michael Mann, 2001) che vede Will Smith nei panni del pugile Muhammad Ali, John Voight nei panni di Howard Cosell, Mario Van Peebles nei panni di Malcolm X e Giancarlo Esposito nei panni di Cassius Marcellus Clay Sr. Il film riceve tre candidature ai Golden Globes (Miglior Attore in un film Drammatico- Will Smith; Miglior Attore non Protagonista-John Voight; Miglior Colonna Sonora) e due candidature ai Premi Oscar, Miglior Attore Protagonista a Will Smith e Miglior Attore non Protagonista a John Voight. Il regista Michael Mann era la prima volta che si cimentava nel genere biografico.

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Cassius Clay, questo il suo nome prima di convertirsi all’Islam, più che un pugile, era un combattente, cha ha vissuto una vita sul ring, non solo a livello sportivo ma a livello ideale, di idealismo etico, politico, sociale e religioso.

Nel docufilm Muhammad Ali’s Greatest Fight (Stephen Frears, 2013) questo viene spiegato molto bene; il film non a caso si apre con un incontro tenuto nel 1964 quando era ancora Cassius Clay, aveva solo 22 anni ed è diventato Campione dei Pesi Massimi.

Fin da questo primo minuto e mezzo di film si capisce chi era Cassius Clay, un ragazzo senza peli sulla lingua, che non aveva alcun timore, che era il primo a credere in se stesso, il primo a dire di se stesso, sono il migliore, sono il più grande. Come anche ci rivela il film, dopo questa vittoria Clay diventa seguace della Nation of Islam e il suo nome da quel momento in poi sarà Muhammad Ali; nel 1967 rifiuterà di arruolarsi nell’esercito per andare a combattere contro i Vietcong. Obiettore di coscienza sarà la sua tesi difensiva. Da li parte la finzione cinematografica alternata a materiale d’archivio.

Purtroppo come sempre la parte di fiction/ finzione a me sembra sempre troppo bianca, troppo a favore dei bianchi, troppo a voler dare una valida giustificazione alla macchina bianca americana; nonostante ciò è pur vero che questo docufilm ci da molti altri chiarimenti sulla persona Cassius Clay / Muhammad Ali, la sua storia viene esposta al meglio, non solo la sua storia ma la sua persona, quanto ha dovuto lottare fuori dal ring dopo che gli era stato tolto il titolo di campione dei pesi massimi, e dopo che gli era stata anche tolta la licenza di combattere. Potè ritornare sul ring solo nel 1970, vincendo subito il primo incontro.

Il docufilm venne trasmesso sul canale americano HBO e presentato fuori concorso al Festival di Cannes. Nel cast Danny Glover e Christopher Plummer. Ottimo lavoro con inserti di materiale d’archivio che spiegano la questione della Guerra in Vietnam e il suo rifiuto alla chiamata.

Nel 1996 esce un altro documentario, When We Were Kings diretto da Leon Gast, vincitore del premio Oscar al Miglior Documentario. Anche qui si ricostruisce la carriera di Clay, attraverso la battaglia per i diritti civili a favore degli Afroamericani. Nel film-documentario presente anche George Foreman altro pugile due volte campione del mondo dei pesi massimi con cui Clay ha combattuto il famoso incontro The Rumble in the Jungle (Kinshasa, 30 Ottobre 1974), che ha ispirato il documentario stesso. Perché viene ricordato con tanta importanza storica e sociale e soprattutto personale per Clay? Ali agli ultimi incontri era stato sconfitto da Frazier e da Norton quindi sembrava che stesse attraversando sempre più il viale del tramonto; intorno a lui quella sera c’era un aurea di negatività e un clima di sfiducia anche dal suo staff. Questo fu un incontro importante a livello storico; in un’intervista rilasciata per il film-documentario, When We Were Kings, Spike Lee afferma: La televisione e Hollywood ci avevano insegnato ad odiare l’Africa, tanto che un tempo chiamare una persona di colore “africano” significava rischiare lo scontro fisico. Vedere quei due pugili afro-americani tornare a casa a combattere fu molto importante.

In questo spettacolare documentario si sente anche dire, Abbiamo lasciato l’Africa in catene, da schiavi, e oggi ci torniamo avvolti in un’aura di splendore e di gloria. Da campioni. I campioni sono qui. I migliori dello sport e della musica. Parole sacro sante di Don King. In un frammento di materiale d’archivio presente all’interno del documentario Alì dice la cosa giusta, ciò che esplica nel miglior modo possibile chi era, chi è, nonostante la sua dipartita e chi sarà in eterno: Io non combatto per il mio prestigio, ma per migliorare la vita dei miei fratelli più poveri che vivono per strada in America, i neri che vivono di sussidi, che non hanno da mangiare, che non hanno coscienza di se stessi, che non hanno futuro. Voglio vincere il titolo per andare tra i rifiuti con gli alcolizzati, voglio stare in mezzo ai drogati e alle prostitute. Aiutare la gente. Anche con i filmati e documentari sull’Africa. E che li vedano da Louisville e Minneapolis a Cincinnati. Mostrerò agli Africani d’America che le loro radici sono qui. Sarò il ponte tra l’Africa e l’America.

I film e i documentari sono utili per raccontare, descrivere, testimoniare e non cancellare dalla memoria sociale e culturale un dato evento storico, persone e personaggi storici, ma niente è più forte di chi quell’evento e quella data persona l’ha vissuto sulla propria pelle, intere generazioni che sono testimoni vivi e diretti della storia passata per le nuove generazioni.

Oggi grazie all’evoluzione della tecnologia, al suo sviluppo sempre più rapido, siamo in grado di assistere non solo con lo spirito ma anche spiritualmente quasi a livello fisico, siamo in grado di assistere a ciò che avviene nel mondo in diretta; grazie a ciò è stato possibile assistere al funerale di Muhammad Ali, alla traversata di Louisville, di essere partecipi anche dall’Italia, dalla Cina, da ogni parte del mondo, di poter ascoltare le parole del reverendo Kevin Cosby che ha descritto Alì come il campione del popolo, the people’s champ, perché ha combattuto per superare il razzismo e la divisione del suo tempo. Prima di James Brown che ha detto sono nero e ne sono orgoglioso (I’m black and Proud), Muhammad Ali ha detto sono nero e sono abbastanza.

Ma le parole più forti e toccanti di tutta la cerimonia sono state quelle della figlia di Malcolm X, Ambassador Shabazz, che in chiusura al suo omaggio ha detto: May we meet again in the light of understanding By Any Means Necessary. Un chiaro riferimento a ciò che sta accadendo in America in questo momento storico, riportando alla memoria il testamento di suo padre e anche il rapporto e il motivo per cui Muhammad Ali si è unito alla Nation of Islam prima e successivamente a Malcolm X che divenne il suo mentore spirituale e politico.

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Marie Angela Tuala Paku

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Marie Angela Tuala Paku

Nata a Roma il 31 marzo 1989. Nel 2014 ho conseguito la laurea Magistrale in Teorie e pratiche dello spettacolo cinematografico, con una tesi intitolata "Blackness e cinema hollywoodiano. Forme e modelli del racconto del trauma afroamericano." Successivamente interessata al lato pratico del cinema ho seguito corsi di regia e montaggio, presso la scuola Sentieri Selvaggi di Roma.