X Men – Apocalisse La Mediocrità Del Cinecomic Modello Base

La prima sensazione che provo una volta uscito dalla sala rima con un certo disagio. X Men: Apocalisse non è un brutto film, non nel senso comune del termine: è ben girato, alcune idee visive sono particolarmente ben pensate, la recitazione di ogni singolo membro del cast regge dall’inizio alla fine (ma dopotutto, con un cast del genere, dovresti essere realmente incapace per portare in scena una recitazione che non sia anche solo lontanamente di grande impatto) e tuttavia, qualcosa continua a non tornarmi, qualcosa mi impedisce di essere completamente convinto dall’ultima fatica di Bryan Singer. Ho impiegato una settimana a capire cosa non mi fosse quadrato quel giorno, e ciò che è venuto fuori non è affatto piacevole. Due linee di ragionamento, che partono entrambe da lontano e che nel loro punto di convergenza, raccoglieranno il precipitato della mia idea su X Men: Apocalisse, partirò da qui, nel tentativo di far quadrare i conti.

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Siamo nel 2008, un anno che potremmo definire spartiacque per il modo di concepire il “cinecomic”, quello che in fondo è il genere cinematografico per eccellenza degli anni ’00. Prima di questo momento, gli esperimenti portati avanti da gente come Sam Raimi, Guillermo Del Toro o Stephen Norrington, ma anche dallo stesso Bryan Singer, suonavano istintivamente come tentativi (tutto sommato ben riusciti, salvo qualche eccezione) di portare su schermo il pathos, il coinvolgimento emotivo, la semplicità di fondo dei comics da cui erano tratti. Quello e nient’altro. Non c’era il desiderio di approfondire esageratamente la psicologia dei personaggi in gioco, non si puntava a creare storie che ruotassero attorno a temi complessi, soprattutto, trovandoci, di fatto, di fronte ad una narrazione tratta da fumetto, non c’era interesse a tessere una rete di significati e dettagli che mettesse in comunicazione prodotti diversi appartenenti allo stesso universo narrativo (che è, in fondo, uno dei punti di forza del prodotto fumetto). Andava bene così, in fondo, il pubblico e la critica dimostravano di apprezzare questi primi esperimenti a tema supereroistico e gli incassi rinfrancavano gli animi di tutti coloro che credevano che spendere milioni di dollari su un film dedicato ad un tizio in costume che combatte le forze del male sarebbe stata una sonora stupidaggine e tuttavia, non è detto che se un qualche prodotto culturale ha trovato la sua dimensione all’interno del mercato esso non possa ugualmente evolvere fino a raggiungere un nuovo stadio di consapevolezza, un nuovo modo di trattare i suoi contenuti, un approfondimento delle sue componenti sceniche. È quest’idea che muove personaggi come Kevin Feige e Joss Whedon, che, appunto, nel 2008, fondamentalmente entrano a gamba tesa nel dipartimento creativo dei Marvel Studios ed iniziano a ristrutturare il concetto stesso di intendere il cinecomic. Alla base di questo rinnovamento sembra esserci il desiderio di restituire ai film tratti da fumetti quella profondità narrativa e tematica di cui, fin dalla loro origine, sembrano essere privi e tuttavia, probabilmente la questione può essere approfondita anche più di così. Feige e Wedhon vogliono riavvicinare il prodotto cinematografico alla sua controparte fumettistica? Sicuramente sì ma oltre a ciò, non sarebbe troppo assurdo affermare che i nostri desiderano, con uno spirito profondamente ambizioso, ammantare il filone dei cinecomics di un’aura autoriale. Prima di essere gli ingranaggi di un sistema economico, i nostri due riformatori capiscono di essere semplicemente due personaggi con delle storie da raccontare e dunque decidono, con tutti i rischi del caso, che le loro creature, i tasselli che andranno a formare il rinnovato Marvel Cinematic Universe, dovranno reggersi sulle loro gambe, dovranno sostenersi prima di tutto grazie alle storie che verranno sviluppate al loro interno e alla profondità psicologica dei personaggi coinvolti e poi, solo poi, grazie alle scene d’azione, agli effetti speciali, al dinamismo, alle immagini seduttive che tanto piacciono al pubblico più superficiale. È lecito tentare di rivitalizzare un franchising apertamente rivolto alla commercialità, sfruttando un’impronta certamente autoriale che però può essere interpretata chiaramente come ipocrita, semplice contentino rifilato agli spettatori più esigenti in sala? C’è gente che tutt’ora, dopo dieci anni dal lancio del Marvel Cinematic Universe (e dunque anche a dieci anni dall’introduzione di questo nuovo modo di intendere il cinecomic) dà vita ad accesissimi dibattiti per stabilire la liceità o meno di questo comportamento, ma per ora, a noi, qui, non interessa scoprirlo. Quello che conta, è che nel 2016, dopo tredici film e cinque serie tv (di cui una Agents Of S.H.I.E.L.D. che fondamentalmente funge da “colonna vertebrale” di tutto l’universo cinematografico) si può affermare senza passare per pazzi che la strategia di Wedhon e Feige ha funzionato. In Civil War (l’ultimo film del franchise e che per questo fungerà da esempio) le botte da orbi tra i New Avengers e la squadra dissidente di Captain America sono solo un pretesto per indagare la natura profonda dell’eroe, l’integrazione tra entità sociali differenti, i limiti oltre i quali le azioni di un vigilante diventano non troppo diverse da quelle di un criminale a cui egli dà la caccia, quindi per ampliare il campo, lo spettro di indagine del film stesso oltre i suoi stessi confini. E dunque, l’impostazione autoriale a cui prima si accennava ha certamente fatto effetto, un film all’apparenza superficiale riesce ad affrontare senza problemi e soprattutto in maniera straordinariamente efficace, i grandi dubbi dell’umanità, al contempo, una regia spesso curatissima in ogni dettaglio, completa la confezione di ogni tassello di un franchise che sembra aver conquistato, tra alti e bassi, nel corso di dieci anni, pubblico e critica, in primo luogo, certo, a causa dei budget elevatissimi spesi per progettare prodotti del genere, patinati, coinvolgenti ed elaborati sul piano visivo, ma anche perché è impossibile non rimanere sedotti, attratti, in qualità di spettatori, da personaggi così distaccati da noi, ma al contempo così straordinariamente umani.

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La seconda linea di ragionamento ci porta nel 1995, quando alla Marvel decidono di giocare pesante con i sentimenti dei loro lettori e lanciano il leggendario crossover Age Of Apocalypse. Prima di essere una run narrativa, Age Of Apocalypse è un evento editoriale (durante la saga le varie testate subiranno modifiche pesantissime, anche di pura grafica o impaginazione in conseguenza degli eventi narrati) ma, soprattutto, è uno dei tanti tentativi di elevare lo standard del fumetto americano oltre i suoi stessi limiti simbolici. Age Of Apocalypse è la saga in cui gli X-Men fanno i conti con la morte del loro leader (capo ideologico, amico, qualcuno direbbe figura messianica), è la parentesi narrativa in cui il lettore si confronta con una realtà narrativa dominata dal senso del contrario, una realtà in cui il capo dei buoni, coloro che si oppongono al villain di turno, Apocalisse, è Magneto ed in cui, al contrario, alcuni di coloro che chi legge è abituato a riconoscere come eroi si ritrovano tra le fila dei cattivi; è, ed è proprio questo il punto, la run in cui il pubblico e i personaggi della storia entrano in contatto con l’ineluttabile, con il senso di impotenza, con la morte, con l’impossibilità di combattere, di contrastare il male come si è sempre fatto.

E dunque eccolo qui il nucleo della nostra storia: la maturità. Una maturità che parte dal fumetto originale, sviluppa ed espande lo spirito degli X-Men fumettistici, dovrebbe trovare terreno fertile per strutturarsi in un altro medium, quello cinematografico anche in virtù della nuova linea che la Marvel sta tentando di portare avanti (che in fondo rima anch’essa con un’idea di maturità di fondo) e che tuttavia, nel caso di X Men: Apocalisse non riesce a germogliare efficacemente, consegnando allo spettatore un prodotto che non potrebbe essere più lontano da ciò da cui si è partiti. In cosa consiste questo scarto così vistoso e, soprattutto, come mai dopo dieci anni di sviluppo positivo, la Marvel sembra essere tornata indietro rispetto alle intenzioni che hanno modellato il MCU? Queste, sono le domande su cui ho riflettuto da quando sono uscito dalla sala fino a questo momento, queste sono le domande a cui proverò a rispondere in questo pezzo.

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E’ un po’ come La Lettera Rubata di Edgar Allan Poe, il difetto più grande di X Men: Apocalisse si trova nell’ultimo posto in cui ti verrebbe mai in mente di cercare. Paradossalmente infatti, la storia in sé, malgrado lontanissima dallo spirito del fumetto originale, regge per tutte le due ore e venti in cui si dipana il film e tuttavia, i problemi per il progetto di Singer iniziano esattamente qui. La storyline è, semplicemente, troppo solida, granitica, immutabile, priva di un’effettiva quanto stimolante complessità per essere anche solo paragonabile agli altri prodotti Marvel (ma anche DC, pur con tutti i problemi del caso) coevi. Questa semplicità di fondo in realtà comincia a fare seri danni nel momento in cui si riflette sui personaggi, sulle parti in gioco, la cui caratterizzazione finisce per essere fatta a pezzi tra il pressapochismo, l’ingenuità, la ricerca dell’effetto. Piuttosto che sviluppare i temi già presenti nel fumetto originale, piuttosto che (altra scelta che sarebbe stata straordinariamente ammirevole) rileggere quegli stessi temi alla luce della nostra contemporaneità (ed in fondo, l’Apocalisse di Oscar Isaac è animato da fervori religiosi integralisti che accomunano la sua crociata antiumani a quella stessa ideologia insensata che muove la guerriglia dell’ISIS, un’analogia che sarebbe stato interessante sviluppare e che invece si muove senza colpo ferire all’interno del tessuto filmico), Singer ed i suoi scelgono (e non si sa ancora per quale motivo) di semplificare la materia del racconto e la caratterizzazione dei personaggi a tal punto da fargli assumere i tratti di un bozzetto, di uno schizzo in attesa di uno sviluppo che però non arriverà mai. Apocalisse è il classico supercattivo che vuole conquistare il mondo mosso da non si sa quali brame distruttive, Xavier e la sua squadra entrano in gioco per contrastarlo non per chissà quale motivo etico o per una qualche motivazione simbolica complessa ma semplicemente perché sono supereroi, sono buoni, ed è giusto, meglio, è normale che combattano il male e Magneto finisce per prendere le parti dei villains semplicemente perché il senso comune l’ha sempre associato (erroneamente) all’idea di Male all’interno dell’universo di X-Men e dunque mai e poi mai potrebbe stare dalla parte di Xavier (salvo poi una redenzione finale che suona più come un cliché rodato che come conseguenza della complessità dell’animo di Magneto). Non c’è, nel film di Singer, alcun accenno alla profondità dei valori in gioco nel fumetto originale, non c’è alcuna volontà di ricreare quell’atmosfera fatta di ineluttabilità, di morte e distruzione che tutti ci aspettavamo di vedere, non c’è, più semplicemente, il desiderio di portare su schermo degli “umani dotati di poteri straordinari” (come si diceva per i protagonisti dell’MCU) quanto piuttosto dei “semplici” supereroi. Al contrario, si assiste ad un tripudio di dinamismo fatto di effetti speciali, di combattimenti, di movimenti di macchina azzardati e arditi, il tutto condito da quel manicheismo tipico dei comics anni ’70 (tutti i buoni da una parte, tutti i cattivi dall’altra e via alle botte) che fa il pari con situazioni al limite dell’imbarazzo (avete presente quando i buoni stanno per perdere ma c’è un’ultima carta da giocare, che è rimasta coperta per tutta la partita e che tuttavia essi, proprio sul finale riescono a scoprire scombinando le sorti della battaglia e sconfiggendo il male? Ecco…esatto…).

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E’ un discorso complesso quello che stiamo sviluppando qui, un discorso che, prima di avviarsi ad una doverosa conclusione, ha bisogno di un paio di precisazioni.

La prima è che chi scrive non è un nerd lettore compulsivo di fumetti che boccia un cinecomic solo perché nel film in questione non vengono riportare fedelmente, tavola per tavola, le immagini del fumetto originale, anzi, personalmente apprezzo molto quei film tratti da fumetti che sanno rivoluzionare il modo di intendere un personaggio o un fenomeno mantenendo intatto lo spirito che anima la testata. È già, perché qua stiamo proprio parlando di spirito, di anima del prodotto originale, che dovrebbe essere il nucleo portante di ogni film di questo filone e che tuttavia qui finisce per mancare inesorabilmente, danneggiando irrimediabilmente la pellicola. Nel caso di X Men: Apocalisse la conseguenza di questa volontà di semplificare le cose (e forse di alleggerirle dato che la storia della fine del mondo, della morte di Xavier e della vittoria del male sarebbe stata difficilmente vendibile al pubblico a cui il film dovrebbe essere destinato) finisce per creare una sorta di cinecomic modello base, prodotto non brutto ma certamente fastidiosamente mediocre, irrimediabilmente prevedibile, probabilmente di grande intrattenimento per le masse (magari per le famiglie con figli adolescenti di poche pretese) ma certo scritto malissimo agli occhi di chi il cinema lo mastica  con un po’ più di confidenza. Il film di Singer sembra trasportare lo spettatore più preparato in un’epoca a cavallo tra il finire degli anni ’90 e l’inizio degli anni ’00, gli anni dei primi cinecomic, del primo Spiderman di Raimi o del primo Blade di Norrington, film sicuramente godibilissimi (e, nel caso di Spiderman anche ben fatti tecnicamente) e che tuttavia, per semplicità, mancanza di profondità e superficialità, appaiono ora (come si diceva) alla stregua di test footage per il grande progetto che ora la Marvel è riuscita ad organizzare.

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Seconda ed ultima precisazione. Ho evocato molte volte finora, come termine di paragone, il lavoro svolto da Marvel in questi anni per la costruzione del Marvel Cinematic Universe e tuttavia, probabilmente chi legge ha sviluppato già da tempo un’obiezione che ha percorso come un fiume carsico questo pezzo fino a questo momento. Il Marvel Cinematic Universe è una creatura della divisione creativa degli Studios Marvel/Disney, il franchise degli X-Men invece è di proprietà della divisione Marvel/20th Century Fox, e dunque ci troviamo di fronte ad un altro sistema economico, un altro sistema creativo, un’altra serie di scelte da prendere quando si scrive un soggetto o una saga, un particolare, questo, da non sottovalutare. E tuttavia, gli sceneggiatori al lavoro sul progetto di Singer hanno occhi per vedere ed orecchie per sentire, hanno visto il lavoro di scrittura magistrale svolto dalla loro sorella maggiore Marvel/Disney e certo, nulla avrebbe impedito loro di prendere ispirazione da quel sistema narrativo, da quella coesione, da quel desiderio di raccontare una storia, pur mantenendo una loro “indipendenza creativa” dalle scelte ideologiche della casa maggiore, dopotutto, l’hanno già fatto, sebbene in piccolo con quella perla che è  Days Of Future Past, come mai, dunque, questo passo indietro così vistoso nell’ormai complesso, avvincente, sfaccettato universo dei cinecomics? Penso che “voglia di vendere il più alto numero di biglietti possibile al più alto numero di spettatori possibili” possa essere una risposta calzante.

Alessio Baronci

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