Il ruolo del cibo nel cinema

Il cibo nel cinema ha sempre rivestito un ruolo importante e che spesso è stato rivelatore di tradizioni e culture a confronto; molti registi hanno scelto il tema “cibo” per raccontare quindi non solo storie ma per condurre a riflessioni; Alfred Hitchcock considerava il cibo come puro piacere e appagamento mentale, Woody Allen lo mescola a sesso, giochi linguistici e ironia o ancora Ferzan Özpetek lo considera vita.

Per citare qualche esempio degno di nota a favore della tesi sopracitata, si può partire dal valore dato al cibo nel film La grande abbuffata di Marco Ferreri (1973), in questo caso diventa strumento in grado di evidenziare “decadenza sociale, mancanza di valori e desiderio di congedarsi dalla vita […] una denuncia della disfatta dei costumi non priva di richiami interessanti dal punto di vista gastronomico ad un tipo di cucina classico di stampo francese” (Aldo Lissignoli).

Nel film Il pranzo di Babette di Gabriel Axel (1987) vengono espressamente evidenziate abitudini alimentari di un’epoca ben precisa in stretto contatto con il ruolo della figura femminile in cucina. In questo caso il film non solo ha il ruolo fondamentale di distruttore delle barriere culturali intralciate dalla religione, ma ne spiega il funzionamento tentando appunto, tramite la via della comprensione, di farle decadere. La tematica delle differenze culturali è sempre stata alla base dei film incentrati sul valore del cibo, anche in film stilisticamente impeccabili, come Chocolat  di Lasse Hallstrom, con una meravigliosa Juliet Binoche che si ritrova fiondata dal destino in un paese arretrato e bigotto della Francia, in cui dovrà farsi strada sconvolgendo la vita tranquilla e monotona dei cittadini, scombussolando il loro pacato mondo proprio grazie alla sua maestria nel lavorare il cioccolato, considerato dai più, mero strumento diabolico di seduzione.

Citando ancora Aldo Lissignoli, in Il pranzo della domenica (2003) di Carlo Vanzina, scopriamo come il ruolo del cibo sia fondamentale nella tradizione italiana e dei film ad essa ispirati, soprattutto in quei momenti conviviali dei pranzi domenicali che diventano  “occasione di indagine sociale, descrivendo aspetti e tematiche scottanti e attuali legati al rapporto con i figli, col coniuge, al lavoro e, in sostanza, all’analisi di una società variegata nelle caratteristiche, unita in ogni suo componente da un bigottismo mal celato, che sfocia in comportamenti quasi paradossali, incarnati anche dai riti che costituiscono il momento di incontro gastronomico.”

 

Elisabetta Matarazzo © Riproduzione Riservata

Elisabetta Matarazzo

Elisabetta Matarazzo, classe 1988. Laureata nel 2011 in "Letteratura Musica e Spettacolo" e nel 2013 in "Spettacolo teatrale, cinematografico, digitale: teorie e tecniche", presso l'università di Roma la Sapienza.