District 9 – il linguaggio ibrido di un mockumentary sci-fi

“Tanto queste cose capitano agli altri, non a me”

District 9

 

Ci sono film che si basano su fatti realmente accaduti, film storici che trattano di eventi che hanno influito più o meno drammaticamente nella storia dell’uomo e film che si ispirano in maniera sottile a storie più o meno reali.

Il caso di District 9, il primo lungometraggio diretto da Neill Blomkamp e prodotto da Peter Jackson, non solo trae la propria ispirazione da fatti storici di estrema rilevanza ma inoltre riesce a trattare l’argomento con arguzia rendendo tutt’ora attuali i fatti narrati e  riuscendo a far riflettere lo spettatore.

Sarebbe tutto plausibile e non originale se si trattasse di una pellicola storica dal gusto attuale ma in questo caso il film di cui stiamo parlando fa parte di un genere, la fantascienza, che grazie alla sua irrealtà può adattarsi elasticamente alla storia in generale.

District 9District 9

Il progetto di Blomkamp parte dal suo cortometraggio Alive in Joburg, in cui venivano delineati i tratti della storia. Questo lavoro ha attirato su di sé l’attenzione di molti nel panorama cinematografico fino ad arrivare a Peter Jackson che volle produrre un lungometraggio sfruttando questa storia. Partendo dal cortometraggio, che è praticamente identico alle prime scene del lungometraggio, si sviluppa una storia sempre più dettagliata, e appassionante, tra metamorfosi, inseguimenti, azione, istinto di sopravvivenza, romanticismo e amicizia. Non sono infatti solo argomenti come la xenofobia e la segregazione razziale ad essere al centro della narrazione ma questo è solo un punto di partenza da cui sviluppare una storia tanto cinematografica quanto umana (e aliena).

District 9

I metodi di narrazione, le scelte delle tecniche e dei generi cinematografici sono misti e talmente vari che nella loro elencazione decontestualizzata potrebbero dare un idea di un prodotto collage privo di logica e intelligenza ma District 9 al contrario risulta un prodotto quasi impeccabile e mai sopra le righe o fuori luogo.

Il film inizia come un mockumentary, le immagini sono quelle di una telecamera amatoriale che riprende Wikus Van de Merwe, un responsabile della MNU  Multi-National United un’organizzazione che dovrebbe lottare per la protezione della specie aliena ma che in realtà lavora per sfruttarne la tecnologia e carpirne i segreti.

 

Wikus è in procinto di iniziare il piano di sgombero del Distretto 9 e così, attraverso le immagini delle sue parole lo spettatore è subito introdotto nel pieno della storia. Siamo infatti a distanza di 20 dall’arrivo della navicella sulla Terra, e mano a mano che il film va avanti vengono spiegate le varie fasi dei fatti narrati.

Questo viene fatto in un perfetto stile documentario, montando spezzoni televisivi, di servizi di telegiornali dell’epoca dell’arrivo e della costruzione del distretto, immagini di repertorio, interviste a scienziati e sociologi, interviste ai parenti e agli amici del protagonista – che si capisce subito avrà un ruolo centrale nella vicenda. Si lascia intendere subito che la storia raccontata è in realtà la sua e con un alone di mistero si inizia così a immergersi nella storia.

I video utilizzati sono sempre corredati da specifiche che li caratterizzano:

I video dei telegiornali sono corredate dai titoli delle notizie, dall’indicazione e della rete televisiva che ha trasmesso il servizio.

District 9 District 9

Le riprese delle telecamere di sicurezza a circuito chiuso hanno le indicazione di data e orario oppure di settaggio, vengono utilizzati video che sembrerebbero di sorveglianza stradale, video di sicurezza interni di alcuni edifici come negozi o fast food fino a quelli di parcheggi e ingressi ad edifici.

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Quando il protagonista viene internato dal MNU per analizzarne il caso e studiarlo le riprese sono interne e sono come girate da partecipanti alle operazioni. Le immagini servono infatti a documentare gli studi fatti sul soggetto, la precisione è quindi fondamentale. Durante le prove tecniche con le armi aliene vediamo il montaggio da diversi punti di vista, dalla CAM 1 alla CAM 7, come se fossero ci fossero le diverse telecamere che gli scienziati utilizzano per documentare il tutto, appaiono infatti anche dei cartelli con l’indicazione dell’arma testata in quel momento.

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Questo linguaggio visivo ibrido idealmente avrebbe potuto creare una catastrofe nella riuscita del film, ma la precisione con cui il tutto è montato fa quasi dimenticare allo spettatore la vera natura del film, la confusione mediatica richiama alla perfezione il genere documentario, facendo quasi dimenticare si tratta di un film di fantascienza e non di un vero documentario: un mockumentary appunto.

 

Qui (in District 9) il tutto è alternato apparentemente senza logica a riprese cinematografiche tradizionali, al di là di qualsiasi giustificazione diegetica. Una logica invece c’è. Nel momento in cui dal girato “ufficiale” – punto di vista univoco – traspaiono quasi per errore un’intelligenza e una volontà da parte degli alieni, bruscamente il regista passa a una cinepresa non manovrata da nessuno se non dall’istanza narrante, passa insomma alla normale tecnica cinematografica, che da quel punto in poi sarà alternata a tutte le altre, fino a prendere il sopravvento nella seconda parte del film. Protagonisti di questa scena, che possono vedere soltanto gli spettatori cinematografici, sono due alieni. Il pubblico, che ha avuto a che fare finora con umani sgradevoli, su tutti il protagonista, trova finalmente qualcuno con cui empatizzare, accettando con un sospiro di sollievo l’incoerenza di questo impossibile raccordo.

Extraterrestri (articolo di Andrea Bordoni e Matteo Marino tratto dalla rivista Cineforum, n° 488, pp. 31-33

District 9

Cristina Aresu

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