Concussion – Zona D’Ombra : il Film Inchiesta E Il Suo Contrario

Paradossale come, quello di cui sto per parlare, sia, forse, uno dei film più difficili da giudicare con cui, almeno io personalmente, mi sia mai ritrovato a fare i conti. Partiamo dall’essenziale: Concussion non è un brutto film, anzi, a seconda di quale categoria di spettatore voi incarniate (meglio, in questo caso, essere uno spettatore che vede il cinema come strumento di evasione e che dunque entra in sala più per combattere la noia che per riflettere veramente su ciò che sta guardando) sarà in grado di farvi passare due ore in modo più che piacevole. Il problema, in realtà, con un film come Concussion, inizia quando a sedersi in sala è una persona che vuole essere messa alla prova dal film, o che, più semplicemente, vuole qualcosa in cambio da lui, vuole che la pellicola gli lasci qualcosa allo scorrere dei titoli di coda, adesso indovinate a che categoria di spettatore appartengo io?

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Concussion si inserisce in quel filone tanto caro agli americani che è il film-inchiesta, un filone nato, almeno per gli spettatori contemporanei, con un capolavoro come Tutti Gli Uomini Del Presidente e che soprattutto viene mantenuto costantemente attivo e aggiornato alla contemporaneità dallo showbuisness Hollywoodiano perché costituisce il modo con cui il sistema-spettacolo prova a livellare la bilancia sociale mostrando come non sia tutto oro quel che luccica, provando a portare alla luce tutto il marcio che l’istituzione (sociale, scolastica, politica) americana nasconde all’occhio pubblico e conseguentemente tentando di trasmettere una certa speranza di cambiamento. L’idea è quella che se Woodword e Wilson sono riusciti a far dimettere Nixon io, americano medio, piccolo imprenditore, ma anche, più semplicemente, pover uomo in attesa di giustizia, potrò vedere le mie richieste esaudite, prima o poi. Se questo desiderio di bilanciamento sociale da parte del cinema sia vero o falso (psst…sentite a me…è falsissimo…è industria…spettacolo…serve a trasmettere pathos…ma tant’è) non è questo il luogo adatto per discuterne, piuttosto, la domanda da farsi in una situazione del genere è: “il film inchiesta ha effettivamente ancora senso di esistere all’interno del panorama cinematografico contemporaneo?”.

In realtà questa è una domanda retorica, certo che il film inchiesta ha ancora senso di esistere, forse perché, ostentando solo per poco in un certo romanticismo, è attraverso film del genere che noi spettatori facciamo i conti con certi lati oscuri della società e affrontiamo verità che spesso non riusciamo ad accettare. Ma allora, a questo punto, potremmo espandere il campo e farci un’altra domanda: “i film di questo filone, hanno SEMPRE senso di esistere?”

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Qui la risposta è più spinosa. Prendendo spunto da alcune riflessioni di gente come Italo Calvino o Harold Bloom, che applicavano quanto sto per dire alla definizione di “classico” (letterario, teatrale, cinematografico poco cambia), potremmo dire che un genere cinematografico ha senso di esistere fin quando porta su schermo qualcosa da cui ci sentiamo “coinvolti”. Sulle prime potrebbe non dirvi nulla una considerazione del genere ma prendetevi un momento per fare mente locale: Tutti Gli Uomini Del Presidente, Insider, Frost/Nixon, L’Asso Nella Manica sfruttano un meccanismo metonimico (parlare del particolare, del fatto in specie, per poi spostarsi sul generale), per porci di fronte a qualcosa che ci riguarda davvero (l’abuso di potere di un presidente, i crimini impuniti delle lobby del tabacco, l’arrivismo ed il cinismo della stampa e del mondo dei media), per questo ci riguardano, perché comunque la nostra vita è da sempre influenzata dalla situazione politica degli U.S.A., perché la maggior parte di noi fuma ma non si interessa di come quella sigaretta è arrivata tra le sue labbra, perché tutti noi abbiamo un televisore o un tablet e possiamo toccare con mano fin dove sono arrivati i comportamenti criticati da Wilder nel suo film quasi sessant’anni fa. Perfino Spotlight, film che personalmente non ho amato e che, per citare la recensione che un caro amico ha dedicato al film, è “una pellicola basata sulla costruzione tecnica dell’inchiesta, sul lavoro del giornalista, più che sull’azione di copertura che svolge la chiesa a vantaggio dei preti pedofili” è comunque un film che ci riguarda, forse perché, anche se meno di quanto dovrebbe, ci pone di fronte ad un contesto taboo come la pedofilia in ambiente ecclesiastico.

Il problema però viene ora, emerge prepotentemente nel momento in cui ti ritrovi a riflettere su un film come Concussion. Lo dirò senza mezzi termini, forte delle premesse fatte finora: Concussion è un film che non ci riguarda, e, proprio per questo, fallisce il suo bersaglio. Un buon aggettivo per definire un progetto del genere è controverso, anzi, si potrebbe anche dire che è controverso su più livelli, se si volesse essere più precisi (o maliziosi, a seconda dei casi). In questo senso, il film sembra una gigantesca contraddizione: vuole rappresentare un nuovo tassello sul sentiero delle grandi inchieste cinematografiche americane, eppure non può fare a meno di portare in scena, di utilizzare, come puro materiale di costruzione, ognuno di quegli elementi, quei dettagli, che sono anche i suoi principali punti deboli. Quest’affermazione è chiarissima quando si prende il puro film, il puro girato e si inizia a ragionare su di esso. Fateci caso, paradossalmente, la storia organizzata da Landesman non è tanto fumosa, quanto, piuttosto, volutamente patinata, superficiale, capace di strutturare una serie di fatti riuniti attorno all’orizzonte comune della denuncia e tuttavia incapace di andare a colpire davvero quel Potere Superiore, quel Sistema, quella propagazione dei poteri forti dello Stato (in questo caso l’N.F.L.) fino in fondo. Landesman ha paura di sporcarsi le mani? Non è detto, dato che il nostro uomo si è comunque distinto in passato per aver scritto altri film di inchiesta o comunque legati a doppio filo con l’attualità molto più controversi di questo (suo è, ad esempio il bello e sottovalutato Kill The Messengers sulle operazioni segrete della C.I.A. in Nicaragua). No…quella di Landesman non è paura, è qualcosa di ben più profondo, pericoloso, oscuro per certi versi, ma ci arriveremo, ci arriveremo con calma, passo dopo passo. Questo strano atteggiamento del regista e del team creativo (indolenza? Pigrizia? Timore?) la si ritrova praticamente in ogni aspetto del film.

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Mi piacerebbe spendere due parole, a questo proposito, sul cortocircuito mentale che ha portato l’ufficio casting a puntare su Will Smith come protagonista della pellicola. Ci troviamo di fronte ad una manovra strategica che ha del commovente. Per qualche strana ragione (solo apparentemente strana, in realtà è spiegabilissima, come si capirà tra poco) lo staff creativo di Concussion ha semplicemente deciso di sottostare alla volontà del pubblico più che all’onestà intellettuale. Will Smith è (qualcuno direbbe era, ma non stiamo qui a sottilizzare) un beniamino dello spettatore medio, è un’“entità scenica” rassicurante per il pubblico (che lo conosce e lo stima), è, tra l’altro, un artista alla ricerca di un rilancio che è molto più simile ad una reinvenzione da zero del suo essere attore. Ecco dunque che Will Smith si ritrova davanti alla macchina da presa pronto ad interpretare un ruolo assolutamente drammatico, che nove su dieci farà presa su quel pubblico medio che attende la sua rinascita da anni e che, soprattutto, la Longa Manus dello show buisness sta provando a premiare con l’Oscar (Smith è stato candidato dall’Academy come miglior attore protagonista per la sua interpretazione del dottor Omalu), ecco dunque, però, che, un po’ come con il puro tessuto narrativo, come si diceva poco fa, appena la faccenda si fa seria i pezzi cominciano a cedere uno ad uno. Basta poco infatti per capire che Will Smith con il personaggio di Omalu non c’entra nulla. Non perché sia incapace di rendere il ruolo su schermo di per sé, ma perché, semplicemente, il nostro uomo non è adatto ad una parte del genere e certamente, a questo proposito, la pura direzione dell’attore sulla scena non fa nulla per provare a far rientrare questo problema. Già il doppiaggio può poco e, malgrado tutti gli adattamenti del caso, questa profonda discrepanza tra attore e personaggio si nota senza troppi problemi, tra l’altro finendo per associare la recitazione di Smith ad un certo atteggiamento di svogliatezza e ignavia che, spesso, caratterizza la prossemica di alcuni attori messi a forza in un film che non necessariamente è nato per loro e tuttavia, i problemi veri arrivano quando si ha tempo di rivedere almeno alcune scene del film in originale, in quel caso l’atteggiamento in scena di Will Smith, il suo modo di porgere le battute in quell’inglese sporcato dal dialetto africano di Omalu, fa rasentare al suo personaggio i confini della pura parodia involontaria. Come si è detto prima (e come si tornerà a dire tra poco), certo, tutti questi punti critici che sto notando qui costituiscono gravi lacune al film ma sono praticamente inavvertite dal pubblico medio che affolla la sala, attratto principalmente dalla popolarità del suo attore protagonista che dalla cura (o dalla mancanza della stessa) riposta dalla produzione nell’adattamento della vicenda biografica di Bennet Omalu, forse è esattamente questo che vuole Landesman, tenete bene a mente tutto ciò e ricordatevene quando cercherò di unire i puntini sul finale.

Curioso come proprio quella vicenda biografica che struttura il film evocata poche righe fa costituisca forse il punto critico più forte di tutto il film, e funzioni, tra l’altro, come perfetta chiave di volta per la comprensione delle ragioni alle spalle del progetto di Landesman. Non c’è nulla di squisitamente inventato all’interno di Concussion, tutti i dettagli della lotta di Omalu con la NFL, sono riportati senza particolari storpiature e tuttavia, molto ci può dire in questo senso il modo in cui l’istanza narrante sceglie di narrare alcuni di questi dettagli. Scegliere di porre eccessivamente l’accento su aspetti quali le pressioni patite da Omalu da parte dei dirigenti della National Football League, decidere di raccontare l’aborto occorso alla moglie del protagonista dopo un presunto pedinamento, soffermarsi su Omalu che all’ennesimo fallimento fondamentalmente distrugge lo studio in cui ha condotto gran parte delle ricerche che gli saranno causa di così tanti problemi è una dichiarazione fortissima di poetica, che rima perfettamente con la volontà di cercare il pathos, l’emozione, la partecipazione empatica del pubblico alle vicende in cui Omalu viene coinvolto. E dunque, riunendo questi pochi elementi in nostro possesso (un attore di forte presa sul pubblico, un’inchiesta che in realtà non ha l’acume di altri prodotti cinematografici a lei coevi, un forte accento posto sul versante emotivo di tutta l’opera) è facile capire come Concussion debba molto più al blockbuster commerciale che all’elegante, raffinato, sofferto film riconducibile al filone d’inchiesta, arrivando ad incarnare, allo scorrere dei titoli dei coda, il perfetto pacchetto che la casa di produzione di turno consegna all’Americano medio più superficiale e agli Academy nel tentativo di ottenere in cambio cospicui incassi e qualche statuetta. E dunque, tornando alla domanda iniziale: “I film d’inchiesta hanno SEMPRE senso di esistere?”

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No, soprattutto se, come Concussion, rappresentano progetti che, egoisticamente, puntano all’incasso facile e non sono per questo progettati con la precisa volontà di fare giustizia, di riequilibrare la bilancia sociale. E tuttavia, forse, tutte queste parole sono superflue, forse, la natura profonda di Concussion si comprende quando si riflette su quanto esso sia davvero un film che “non ci riguarda…” (come si diceva qualche riga fa) e che tuttavia la distribuzione internazionale vende come tale. L’Italia non potrebbe essere più lontana dalla dimensione dell’NFL, eppure, bastano un paio di inquadrature del trailer per farti venire voglia di andare in sala dopo aver letto l’ultimo annuario della National Football League.

Come prima, in apertura, eccoci giunti al gigantesco paradosso costituito da un film come Concussion, pellicola profondamente sbagliata per chi vede nel cinema un’arte capace di influenzare la realtà che ci circonda ed al contempo film godibile, popolare, per quella fetta più grande di popolazione che vede nella sala un luogo di evasione e di relax, un’occorrenza, questa che non boccia completamente l’esordio di Landesman e che tuttavia, non può lasciarlo andare senza graffio alcuno.

Alessio Baronci

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