Love And Mercy – Brian Wilson Ed Il Nuovo Statuto Dell’Icona

In fondo, gira tutto attorno ad una strana forma di coraggio. Il coraggio non certo e soprattutto non soltanto, di raccontare una tranche de vie, un segmento di vita, di un’icona pop ponendo al centro della storia i suoi attimi di debolezza, i suoi fallimenti, le sue cadute, con uno sguardo ai limiti del voyeurismo patologico, quasi che l’istanza narrante (o il team creativo alle spalle del film, più semplicemente) voglia a tutti i costi fare a pezzi quella che è a tutti gli effetti un’icona laica contemporanea, spinta da una strana forma di idolatria che però, al netto dei fatti, non fa bene a nessuno, non fa evolvere lo spettatore, non sviluppa nessun discorso alle spalle del film, è, piuttosto un mettere alla berlina i caratteri “scomodi” di una personalità che, nove volte su dieci non può neanche operare una sorta di contradditorio essendo morta da tempo. Qui si sta parlando di un altro tipo di coraggio, quello, materialmente, di organizzare un biopic attorno ad un qualsiasi tipo di icona scegliendo però di fare i conti con il personaggio di turno ad armi pari, organizzando il racconto al centro del film ponendosi all’esatto punto d’incontro tra il rispettoso ossequio nei confronti di un’artista, di un politico, di un uomo di cultura che ha contribuito, in una miriade di modi diversi, a migliorare la società in cui viviamo e la genuinità di mostrare ogni singola sfaccettatura della personalità attorno a cui si sviluppa il biopic, anche la più scomoda, la più oscura, la più difficile da accettare. Questo tipo di coraggio, rarissimo, dà vita a prodotti rivoluzionari che si situano nei confronti dello spettatore prima che come film a tema biografico, come manifesti per un approccio critico alla celebrità di turno, al cantante, all’artista di cui siamo ammiratori ed a cui il biopic è dedicato. Stiamo parlando di prodotti che permettono allo spettatore di comprendere come, in fondo, nessuno sia un simbolo, un’icona, qualcuno su cui fare pieno affidamento. I team creativi alle spalle di questo tipo di biopic, potremmo dire, puntano alla creazione di biografie consapevoli, capaci di innescare reazioni inaspettate nella psiche di chi guarda, che arrivano perfino a modificare il rapporto che finora il pubblico ha intrattenuto con questa particolare personalità fino a questo momento. Film del genere sono rari, e tuttavia, costituiscono un fenomeno di resistenza che, semplicemente, non può essere preso sotto gamba. Mi ritrovai a parlarne, stupito ma felice (qui) in rapporto a The End Of The Tour, il bel biopic indie che fondamentalmente destruttura l’immagine pubblica di David Foster Wallace non arrivando mai a farla a pezzi completamente ma mettendo in chiaro, per tutto il pubblico presente in sala, ammiratori del grande scrittore statunitense in primis, che il loro idolo è molto meno perfetto, molto meno “eroe della controcultura” di quanto essi credano. Al film diedi un voto alto e lo promossi senza alcun problema e tuttavia, fu innegabile riconoscere al progetto una certa immaturità di fondo, aspetto che lo ha reso un film senz’altro acerbo. E’ normale, dopotutto, ci troviamo a fare i conti con uno dei primi approcci del cinema a questa sorta di nuovo genere, l’antibiopic, certo dispiace percepire questo senso di incompiutezza, questo vuoto che per certi versi chiede di essere colmato. Ebbene, probabilmente grazie a Bill Pohlad, l’uomo alle spalle di Love And Mercy, la nostra attesa è finita.

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Inaspettatamente (l’antibiopic è, in fondo un genere giovane e non sarebbe strano che rimanesse in gestazione ancora per un po’) Pohlad ha deciso di svezzare il genere nel modo più naturale ed al contempo coraggioso possibile: partendo dalle stesse premesse di The End Of The Tour ma alzando, lentamente ma in maniera costante la posta in gioco, sul piano simbolico, tematico e, soprattutto, del trattamento riservato all’icona Brian Wilson. Anche qui si nota la volontà di raccontare un personaggio degno d’interesse quasi per metonimia, soffermandosi su un avvenimento di particolare rilievo che lo ha interessato e che, da solo, sembra riassumere in sé tutta la sua vita. Nel caso di The End Of The Tour e David Foster Wallace l’avvenimento in questione è il tour di presentazione di Infinite Jest del 1996, Pohlad, lo dicevamo, vola alto, e quindi decide che il suo film ruoterà attorno non ad un “fatto cardine” ma a due, ambientati su altrettanti piani temporali. Non solo, perché è necessario aggiungere che le due cornici su cui la writer’s room ha scelto di innestare il profilo di Brian Wilson non hanno, si potrebbe dire, il peso psicologico di un tour promozionale legato ad un romanzo (praticamente nullo): con la prima storyline siamo a cavallo tra il 1963 ed il 1966, gli anni in cui Brian Wilson sta tentando di liberare i Beach Boys dalla patina di gruppo per teenager capace solo di parlare di surf e ragazze al sole per farlo diventare la risposta americana ai Beatles, gli anni in cui Wilson sta muovendo i primi tasselli di quel monumento al pop d’autore che vedrà la luce solo una quarantina dopo, gli anni di Smile. La seconda storyline si svolge invece a cavallo tra gli anni ’80 ed i ’90, forse nel momento più buio della vita di Wilson, quando gli attacchi della sua schizofrenia si fanno frequentissimi ed il discusso dr Landy, sorta di punto d’incontro tra un consulente d’immagine, un manager ed uno psichiatra, assume il controllo della sua vita e del suo patrimonio facendosi nominare tutore del cantante, e fondamentalmente anestetizzandolo prescrivendogli dosi massicce di psicofarmaci di cui in realtà non avrebbe bisogno. E’ proprio qui che il film di Pohlad inizia a scrivere la “sua” storia, è qui che inizia ad incarnare i tratti di maturità di cui ancora l’antibiopic era privo, dal momento in cui queste due coordinate temporali, non individuano solo un reticolo di scelte narrative distinte ma instaurano un vero e proprio Nuovo Regime Dell’Icona. Se si riflette per pochi secondi su quanto detto finora, il senso di queste tre parole, sulle prime forse un po’ oscuro, appare chiarissimo. Quando guardiamo il David Foster Wallace portato sullo schermo da Jason Siegel in The End Of The Tour, ci troviamo di fronte ad uno scrittore insicuro, eroinomane e vittima della sua stessa fama. In noi si attiva quella consapevolezza critica a cui prima si accennava, che in questo caso si traduce in una sorta di strana simpatia nei confronti di Wallace, di fatto privato degli attributi del Dio Hipster a cui siamo abituati e trasformato in un intellettuale inserito a forza in un sistema più grande di lui. Foster Wallace ci fa tenerezza, da questo momento in poi leggeremo, forse, le sue opere con maggior consapevolezza in questo senso ma al netto dei fatti, continueremo a volergli bene, saremo diventati più coscienti della sua persona e della sua arte, ma non lo considereremo mai, dico mai, una montatura, un bluff, insomma qualcosa di estremamente negativo.

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Il caso di Love And Mercy però è diverso. In un primo tempo, Pohlad ed i suoi sembrano voler dipingere Brian Wilson come se egli fosse una sorta di prigioniero della fama che a quanto pare si è accanita su di lui un po’ troppo presto, cogliendolo forse impreparato (esattamente come nel caso di David Foster Wallace), e quindi ecco che, a ben vedere, immagini che rimandano ad un’idea di prigionia praticamente si avvicendano quasi senza soluzione di continuità nella vita di Brian: prigioniero di un padre autoritario, prigioniero di un sistema produttivo stringente e fondato su caratteristiche ben rodate e sicure e dunque chiuso a qualsiasi iniziativa originale, prigioniero della malattia, prigioniero di un tutore senza scrupoli. E tuttavia, man mano che passano i minuti, è abbastanza chiaro che questa architettura simbolica è stata organizzata dal team creativo semplicemente per essere distrutta, semplicemente per introdurre quello statuto dell’icona a cui prima si accennava. Potremmo, in effetti, farci delle domande in questo senso (e, come si vedrà, il porsi domande è esattamente ciò che vogliono Pohlad ed i suoi da noi): quanto impatto ha avuto l’impostazione famigliare autoritaria sulla maturazione e sulla crescita di Brian? Come mai Brian non si è imposto con maggior forza sull’entourage e sui produttori di turno che continuamente hanno provato a fermare ogni suo tentativo di innovare la band? Possibile che, malgrado una malattia effettivamente invalidante, Brian non sia riuscito ad opporsi in alcun modo ai soprusi del dr. Landy? Sono, ovviamente, domande retoriche, è ovvio che, per una serie di variabili imponderabili e malgrado qualsiasi “licenza poetica”, i fatti siano andati in questo modo, eppure, basta poco in fondo, basta settare il racconto su quelle coordinate, dedicare un vero e proprio focus e delineare il profilo del proprio protagonista seguendo determinate linee per fare in modo che il rapporto tra noi (fan di Wilson e dei Beach Boys) e Wilson stesso cambi. Al di là di qualsiasi ragionevole dubbio, il Brian Wilson di Pohlad, cammina sulla linea sottile che c’è tra la compassione e la rabbia. Il personaggio interpretato magistralmente nella storyline degli anni ’60 da Paul Dano ed in quella degli anni ’80 da John Cusack, ad un tempo ci appare come una vittima di un gioco infernale, ma subito dopo, quella simpatia a cui prima si accennava, lascia spazio ad una sorta di rabbia, quella rabbia che si prova di fronte ad un ignavo, un pigro, un uomo privo di forza e carattere, un’artista privo di coraggio, esattamente come appare Brian Wilson durante la maggior parte del film. E’ qui, dunque, che, potremmo dire, tutti i nodi vengono al pettine, nel momento in cui si comprende come Love And Mercy sia andato ben oltre i limiti già tracciati da The End Of The Tour. Lo si diceva prima, alla fine di quest’ultima pellicola, il fan di turno continuerà a stimare profondamente, solo, in modo diverso, David Foster Wallace, allo scorrere dei titoli di coda di Love And Mercy invece, potrebbe capitare che l’opinione di uno spettatore su Brian Wilson muti radicalmente.

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Qualcuno potrebbe chiedersi, in effetti, come mai abbia amato, supportato fino a questo momento, quello che a tutti gli effetti appare ora come un uomo pigro e senza coraggio, arrivando, nei casi più estremi, a rinnegare ciò in cui credeva fino a poco tempo prima. Stiamo esagerando ovviamente, e tuttavia, su scala ridotta, questo è esattamente ciò che Pohlad ed i suoi vogliano accada. Non è iconoclastia, come prima si è accennato, è piuttosto una (ri)creazione da zero del concetto di divinità. Per i nostri uomini Brian Wilson, in questo senso, è un’artista, è un uomo da stimare, ma è, anche e soprattutto, un uomo a cui approcciarsi con cautela, come tutte le icone in fondo, perché come tutte le icone, egli nasconde dei lati oscuri che pochi sarebbero in grado di accettare. Eccolo qui il coraggio con cui ho voluto aprire il pezzo, il coraggio di riposizionare una divinità laica, una star, all’interno dell’inconscio collettivo del pubblico arrivando non tanto a “contenere” il suo potenziale (come con DFW), quanto a ridefinire da zero il rapporto tra pubblico ed icona.

Alessio Baronci

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