Hardcore! – L’Imperfetto Tributo Alla Dea Azione Di Ilyia Naishuller

E’ un discorso complesso quello che sto tentando di iniziare, proprio perché al centro di queste poche righe c’è forse uno dei film più controversi degli ultimi anni, controverso, sia chiaro, non tanto per ragioni relative al sistema creativo che lo regge (su cui comunque si tornerà tra poco), quanto piuttosto per i discorsi generali degli appassionati, per le opinioni mosse dai cosiddetti paratesti (interviste, manovre di marketing, strategie di segmentazione del film all’interno delle varie fasce di pubblico probabilmente interessate dal film) legati al progetto. Hardcore! non è praticamente ancora uscito eppure il film ha già contribuito a creare due schieramenti di spettatori ben distinti. Chi lo andrà a vedere incuriosito da questo strano modo di mettere in comunicazione due dimensioni mediali differenti (il cinema ed il videogioco) e chi invece lo eviterà come la peste proprio per questo suo essere così facilmente accostabile esteticamente all’ultimo episodio di Call Of Duty (e a causa di ciò penserà al film come ad un prodotto fatto su misura per gli emuli di Favij, di Pewdipie o di tutti gli altri Youtuber che delle partite a Call Of Duty e a tanti altri videogame, hanno fatto il core buisness della loro attività su internet). Cominciamo da qui, partiamo col dire che probabilmente l’errore principale nell’accostarsi ad Hardcore! è proprio quello di dare retta al marketing terrorista (“esattamente al punto d’incontro tra Jason Bourne, Captain America e Call Of Duty! recita la tagline in questo senso) e di considerare la pellicola come un gigantesco film-videogioco da novanta minuti. No signori, se proprio vogliamo azzardare paragoni, probabilmente ci conviene spostarci da qualche altra parte, forse ci conviene andare direttamente dall’altra parte del mondo, in Australia. Ecco, probabilmente solo agendo in questo modo riusciamo ad operare con il giusto distacco critico necessario ad affrontare nel migliore dei modi un film come Hardcore!

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Ed in effetti, ho letto parecchio riguardo al film in questo periodo, ma mai che qualcuno abbia provato a metterlo in contatto con quell’altra perla del cinema d’intrattenimento contemporaneo che è Mad Max: Fury Road. Eppure, il paragone dovrebbe essere quantomeno istintivo. In entrambi i casi, ci troviamo di fronte a prodotti, per così dire, fuori tempo massimo. Sia Mad Max: Fury Road che Hardcore! scelgono razionalmente di creare il proprio immaginario sull’immediatezza, sulla semplicità, sull’istintività, insomma su tutti quei caratteri da cui sembra volersi allontanare con sempre più forza il cinema contemporaneo, che ormai appare legato a scelte di regia complesse e spettacolari o a linee narrative che pongono l’accento sull’intricato sistema di relazioni e fatti che si intrecciano al loro interno. Ci troviamo di fronte ad una sorta di ritorno al pre-cinema 2.0, ad artisti che, pur disponendo di un talento tecnico straordinario (più sistematizzato quello di Miller, più istintivo quello di Ilya Naishuller), decidono di compiere un passo indietro e di porre in contatto l’approccio alla regia degli anni ’10 del 2000 con un regime dell’immagine sostanziata dall’ l’istintività, dallo stupore dello spettatore, dall’adrenalina che lo pervade ad ogni cambio di inquadratura. Prima di qualsiasi altra cosa, questa sorta di pre-cinema rappresenta in realtà un’immensa prova di umiltà ambivalente. Da un lato c’è un regista che sceglie apertamente di operare fuori dal suo tempo e dunque di confezionare un prodotto che non avrà mai la certezza di un sicuro successo, essendo apertamente lontano dagli standard artistici a lui contemporanei, dall’altro lato della barricata invece ci siamo, i critici, ma anche solo i semplici spettatori, quasi obbligati, da film di questo tipo, ad abbandonare ogni singolo tentativo di analisi, di ricerca di una sovrastruttura, ogni voluttà di indagine volta ad approfondire il senso del film in ogni sua parte, per lasciarci avvincere da un prodotto che, nove volte su dieci, non dice mai più di ciò che mostra. Mi ricordo che poco dopo l’uscita di Fury Road, mi ritrovai ad affrontare una chiacchierata su Facebook in cui un utente criticava aspramente il film di Miller in quanto, a suo dire, privo di una logica, di una sua struttura, addirittura di una sua propria ragione di esistere. “Hai perfettamente ragione ed è proprio questo il bello”, risposi io, “Miller, a settant’anni, ha dimostrato ad una generazione di giovani registi che si fregia di voler fare dei blockbuster effettivamente come il blockbuster deve essere fatto, invitando platealmente lo spettatore a staccare la testa e a poggiarla sul porta pop corn per tutta la durata del film”, ebbene, probabilmente per fare due chiacchiere su Hardcore! conviene partire da qui, da questo mio commento in cui ho provato a sintetizzare in due parole il Miller pensiero, spingendoci fino ad incontrare colui che, con il suo film, sembra non solo voler partire dal sentiero già tracciato da lui, ma punta anche ad organizzare da solo il proprio tributo alla Dea Azione.

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Il film di Naishuller è ciò che di più lontano possa esistere da un progetto narrativo. Al nostro uomo interessa meno di zero organizzare all’interno della sua pellicola una storia che coinvolga lo spettatore in maniera empatica dall’inizio alla fine. Ci troviamo di fronte, piuttosto ad un reticolo di sensazioni, di input visivi che colpiscono lo sguardo del pubblico praticamente senza soluzione di continuità e senza un’apparente logica di fondo. Non esiste una storia, non esiste quasi la canonica divisione in tre atti che struttura la narrazione in Hardcore!, piuttosto, ci troviamo di fronte ad un sistema narrativo (e sia detto tra virgolette) che volutamente si struttura attorno al susseguirsi di quadri, i più nerd tra noi li chiamerebbero “livelli”, di difficoltà crescente e culminanti con il confronto del protagonista con i consueti boss, avversari temibilissimi dalla cui sconfitta si aprono nuove svolte di trama, ad accoglierlo alla fine di ogni segmento. Diffidate da tutti coloro che, soprattutto in questi giorni, tenteranno di accomunare la ripresa in soggettiva di Hardcore! ed il suo continuo riferirsi alla dimensione del videogioco a quelle riflessioni sullo statuto della visione al cinema sviluppate anni ed anni fa da personaggi come Jean Epstein o Andrè Bazin, tra i tanti, l’unico punto di contatto tra il film e l’estetica videoludica è esattamente qui, nella suddivisione del materiale narrativo in “livelli” di difficoltà crescente, tutto il resto, anche la ripresa in soggettiva (pronta a fare il verso a Call Of Duty o Battlefield) è un puro esercizio di stile di un uomo, il nostro Naishuller, che, semplicemente, ha deciso di divertirsi e di farci divertire.

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E dunque, se proprio vogliamo dare una definizione, almeno sul piano teorico, al paradigma visivo che il film istituisce con lo spettatore, potremmo dire che Hardcore! invita ad una sorta di visione “ludica”, basata sul gioco, sul divertimento puro, sulla spontaneità e sulle sensazioni istintive e dirette. Sguardo ludico che tra l’altro funziona in entrambi i sensi: noi spettatori rimaniamo stranamente colpiti in positivo dal tasso di adrenalina e di violenza ai limiti del trash a cui il film ci sottopone, lasciandoci spesso andare ad una risata a volte immotivata ma necessaria e ricercata, utile a stemperare la tensione data dalla visione di particolari così estremi, ma essenziale anche per lasciarsi andare, per tornare davvero ad un cinema come luogo d’evasione, come parentesi in cui abbandonare tutti i pensieri e le preoccupazioni che caratterizzano le nostre vite quotidiane, almeno per la durata della pellicola; al contempo Ilyia Naishuller, musicista punk in prima battuta e poi, solo poi, regista, costruisce con Hardcore! il suo giocattolo personale dando seguito ad un’idea che probabilmente aveva dai tempi di Bad Motherfucker, il video in soggettiva della sua band ed organizzando quello che a tutti gli effetti è il perfetto punto d’incontro l’esercizio di stile e la pura forma senza contenuto. Se il divertimento per lo spettatore è quasi liberatorio, il divertimento di Naishuller è, per certi versi, provocatorio (un po’ come l’estetica punk impone), il nostro uomo sta in effetti consegnando al mercato un film contenutisticamente vuoto e fondato su una violenza visiva a volte eccessiva, una situazione che uno come lui non può che contemplare con uno sguardo tra l’ironico e l’eccitato, riflettendo su quale effetto potrà avere questa miscela esplosiva sul pubblico borghese e benpensante.

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E’ un prodotto culturale sui generis, Hardcore!, anche e soprattutto quando ci si lascia andare ad una sua valutazione complessiva. Il film di Naishuller è un progetto di cui la settima arte aveva bisogno, più che altro perché, tralasciando i sensazionalismi del marketing, ricorda allo spettatore che il cinema è, anche, puro e semplice intrattenimento senza pensieri e sovrastrutture e che a volte un film può e deve essere guardato lasciando a casa ogni smania di analisi. Al suo arco tra l’altro il film vanta una coraggiosa realizzazione tecnica (con due GoPro Naishuller riesce a fare praticamente di tutto) ed un sistema narrativo spigliato e di grande intrattenimento, due caratteristiche che non possono essere passate sotto silenzio, e dunque perché un voto così basso? Perché Hardcore! è un film necessario, ma non rivoluzionario. Il progetto di Naishuller fa capire fino a che punto può spingersi il cinema (oppure dove deve tornare, a seconda dei punti di vista), costituisce uno splendido gioco per il regista, ma al contempo, è un bellissimo fuoco di paglia. Naishuller non farà più, se è furbo, un progetto del genere (perché si è già bruciato L’IDEA al primo film ed in questo lavoro non ci si ripete mai) ed al contempo nessun altro cineasta intraprenderà il suo stesso cammino (perché il paragone con chi l’ha preceduto sarebbe inevitabile) e dunque il fenomeno Hardcore! finisce con Hardcore! malgrado ogni singolo spot legato al film affermi che il film di Naishuller segni l’inizio di un nuovo filone dell’action movie. Una pacca amichevole sulla spalla ad Ilyia Naishuller dunque, che parte dalle basi offertegli dai grandi maestri del genere, che confeziona un prodotto genuino, ma che al contempo condanna la sua creatura ad una breve permanenza nei cuori degli spettatori. Guardare tanti film di George Miller o di Walter Hill non ti fa avere l’esperienza sul campo di George Miller o Walter Hill, probabilmente ora il nostro uomo l’avrà capito.