Weekend

A volte conviene girare poco attorno alle cose e, nel caso di Weekend, questa è una di quelle volte. Lo dico subito, anzi, lo faccio anche con non poca soddisfazione visto che sono una delle dieci, dodici persone che probabilmente lo ha visto in Italia grazie ad un’azione di distribuzione ammirevole seppur tardiva della Teodora, conscio del fatto che, ahimè, il numero di spettatori totali del film di cui sto per parlare sarà solo leggermente maggiore di quelli che hanno assistito alla proiezione stampa: Weekend è un film di cui si sentiva terribilmente il bisogno. In un contesto socio-culturale governato da immagini patinate, sequenze seducenti, prima che coinvolgenti e colonne sonore elaboratissime, probabilmente l’azione di Andrew Haig, il cui 45 Years è arrivato a concorrere in una delle categorie minori degli Academy Awards di quest’anno, ma che nel caso di Weekend osserviamo all’opera praticamente per la prima volta (il film è del 2011), profondamente guidato da quello spirito da cineasta indipendente che ancora non l’ha abbondonato e da cui speriamo non si allontani mai, non è  solo eversiva (come si vedrà) rispetto ad una sorta di modello standard a cui il mercato sembra essersi uniformato ma riesce ad incarnare, anche e soprattutto, il ruolo di purificatrice dell’arte cinematografica contemporanea. Paradossalmente, il motivo per cui Weekend verrà ricordato negli anni a venire, non sarà certo per il suo modo di porsi come lucida cronaca di una relazione sentimentale lampo (nata, maturata e morta nel giro di due giorni), tra due giovani omosessuali inglesi (e sia chiaro che l’enfasi in questo caso sarebbe posta sul fatto che i due “agenti” della coppia sono due gay), quanto per il suo essere lucida cronaca di una relazione sentimentale lampo. Punto. Ed è in effetti straordinario notare come la storia che Haig sceglie di raccontare nel suo film sia prima di qualsiasi altra cosa una sorta di racconto archetipo assolutamente universale (e dopotutto, come ha dichiarato lui stesso in questi anni, con Weekend ha voluto semplicemente raccontare la storia di un innamoramento, soffermandosi sulla tempesta di sentimenti che tutto ciò comporta nelle persone coinvolte) valido per tutti, perché tutti prima o poi finiscono per innamorarsi di qualcuno, racconto che in questo caso viene declinato attraverso una lettura omosessuale dei fatti, più per ragioni di pura preferenza estetica (Haig reputa semplicemente più interessante, quasi più “fotogenico”, un focus a tematica queer, rispetto ad uno organizzato attorno ad una coppia eterosessuale), che come pretesto per utilizzare la coppia come alfiere per una qualche lotta civile contro un’ideologia dominante, lotta a cui il regista, almeno in questo caso, non sembra essere particolarmente interessato.

In questo senso dunque, l’atteggiamento di Andrew Haig nei confronti del suo film è talmente libero ed indipendente da rasentare l’anti-cinematografico. Il racconto, già ai limiti dell’essenziale, scorre fluido grazie ad un approccio alla materia narrativa che punta, felicemente, a portare in scena la materia viva, fatta di sentimenti, di sensazioni, di istinto, di carnalità esibita o anche solo accennata. Ci troviamo di fronte ad una delle poche pellicole contemporanee che sceglie di evitare, nel bene o nel male, come vedremo, non solo le sovrastrutture (narrative o sceniche che siano), ma, anche e soprattutto, le remore che animano e guidano le decisioni di moltissimi cineasti del panorama contemporaneo. All’atto pratico, in buona sostanza, Haig non cerca di vivacizzare ciò che sta accadendo in scena più del necessario, non vuole mascherare i frequenti ed ostentati silenzi e gli altrettanto numerosi tempi morti che si susseguono nei momenti in cui i due protagonisti sono in scena, non punta assolutamente ad ottenere quel montaggio patinato fatto di centinaia di stacchi al secondo tipico del fare cinema negli anni ’00, per ragioni che, potremmo dire, trascendono la pura stilistica o il puro riallacciarsi, con il proprio film, ad una filosofia da regista indie. E’ un po’ come se Haig si rendesse conto della grandezza di ciò che sta raccontando con la sua opera e scelga coscientemente di mantenere ogni singola intrusione della sua creatività al minimo. Ecco dunque che, come si diceva, il regista, un uomo che, tra l’altro, si è formato alla corte di uno come Ridley Scott, nel ruolo di aiuto montatore alle dipendenze di Pietro Scalia, decide di girare il suo film utilizzando lunghe inquadrature che abbracciano ampie porzioni di racconto, inquadrature che hanno in sé il germe del piano sequenza e che Haig organizza utilizzando stacchi leggeri, delicati, non certo ricercati o virtuosi, quasi egli volesse, primo osservatore dello svilupparsi di questa relazione così artefatta ma anche così straordinariamente autentica, evitare ogni intrusione di sorta che non sia estremamente necessaria nella struttura del film, un po’ come se non volesse disturbare Russel e Glenn mentre i due protagonisti scoprono fino a che punto può essere letteralmente destabilizzante un rapporto sentimentale; per lo stesso motivo, tra l’altro, il regista sceglie di lasciare ampio spazio all’improvvisazione degli attori, arrivando a concordare gran parte dei dialoghi direttamente sulla scena, addirittura incentivando certi vizi di forma del parlato o della prossemica a cui ogni buon insegnante di dizione o recitazione si opporrebbe ma ottenendo in questo modo una spontaneità con cui, almeno io, ho avuto poche volte a che fare.

E’ un oggetto artistico strano, questo Weekend, strano poiché è uno di quei prodotti nati dall’atteggiamento tipico del mercato indipendente che, in maniera concreta, è riuscito a muoversi in modo tale da fare suoi tutti i pregi della filosofia indie e da evitare ogni singolo difetto tipico dei prodotti provenienti da quel sottobosco creativo. Weekend è un film istintivo ed universale, dotato di quella sobrietà, di quella purezza che è tipica dell’approccio indipendente alla materia del racconto che vuole portare il suo pubblico a riappropriarsi di una narrazione cinematografica “autentica”, come autentico è il prodotto a cui questa narrazione fa riferimento, privo cioè delle infrastrutture dello show buisness, dell’invadenza dei produttori di turno, di un certo buonismo (nei fatti, ma anche nelle immagini) tipico dell’ideologia culturale dominante. Al contempo, al timone del film c’è un regista, Andrew Haig, che ha capito perfettamente che non andrà molto lontano se si approccerà al cinema con il tipico atteggiamento da anarchici, da terroristi culturali di certi registi indipendenti. Pur volendo creare qualcosa di nuovo su schermo (o meglio, pur volendo riattivare un processo a suo dire da anni sopito nella mente degli spettatori) Haig non fa tabula rasa della tradizione cinematografica a lui precedente, non la rifiuta a priori, piuttosto, sceglie di rifarsi ad una tradizione per certi versi alternativa, proveniente dalla controcultura e tuttavia sempre presente, sempre attiva, sempre in grado di porsi a fondamento della sua opera. Ecco quindi che Russel e Glen passano molto tempo a letto a parlare di tutto e di niente un po’ come Michel e Patricia fanno in ‘A Bout De Souffle, ecco che la struttura e lo sviluppo del puro intreccio narrativo si rifà senza problemi a 9 Songs di Michael Winterbottom. Probabilmente però, quello che stupisce di più di Weekend è il suo essere così squisitamente antiretorico. Russel e Glen sono due omosessuali alla soglia dei trent’anni che, semplicemente, in un modo o nell’altro, non hanno trovato il loro posto nel mondo e, forse per questo, provano continuamente ad annegare la loro frustrazione nella droga e nella promiscuità sessuale. Ci troviamo di fronte a due personaggi che non potrebbero essere più lontani da quella sorta di santini laici che a volte fanno capolino nei prodotti del cinema indipendente, un po’ come se attraverso di loro, i registi volessero dire che solo nei film indie c’è una vera e propria autenticità di intenzioni, di scelte, prima ancora che di sentimenti. No, Russel e Glen non sono nulla di tutto questo, sono solo due esseri imperfetti che provano sulla loro pelle qualcosa che non solo non pensavano di poter provare mai ma che addirittura credevano di non essere fatti per provare, per questo, su di loro, l’amore probabilmente ha un effetto così forte.

E’ un film da vedere dunque, Weekend, senza se e senza ma. Un film da vedere prima che per riappropriarsi, anche se solo per un’ora e mezza, di un rapporto autentico con il mezzo cinematografico diretta conseguenza di quell’approccio indipendente al film che ormai si sta perdendo nei meandri dei giganti della distribuzione, soprattutto come sano atto di resistenza ad un sistema ideologico e di consumo ancora troppo chiuso in sé stesso. E’ notizia di questi giorni infatti, che Weekend uscirà solo in dieci sale in tutta Italia. Voci dicono che questa distribuzione a singhiozzo sia dovuta all’azione di alcuni poteri forti che stanno tentando di bloccare il film a causa di alcune sequenze troppo dure per il pubblico italiano. La scelta a questo punto sta a voi: da un lato c’è un film crudo nelle immagini ma anche straordinariamente delicato, in grado di parlare d’amore come poche altre cose al mondo hanno saputo fare, dall’altro c’è qualcuno che vi sta (ci sta) impedendo di fare esperienza di questo sentimento in maniera autentica, c’è qualcuno che sta provando a chiuderci gli occhi, detto questo, io so cosa fare, e voi?

Alessio Baronci

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