Lo chiamavano Jeeg Robot. Il Super eroe di cui abbiamo bisogno.

Giovedì 25 febbraio è arrivato finalmente nelle sale italiane Lo chiamavano Jeeg Robot, lungometraggio d’esordio di Gabriele Mainetti scritto dallo sceneggiatore Nicola Guaglianone (collaboratore di lunga data di Mainetti) e dal fumettista Menotti (al secolo Roberto Marchionni). Con Claudio Santamaria e Luca Marinelli protagonisti, è stato presentato in concorso all’ultima Festa del film di Roma dove ha ricevuto molte lodi sia dalla critica che dal pubblico.

Sinossi

Inseguito dalla polizia per un orologio d’oro, Enzo Ceccotti si immerge nel Tevere per non essere arrestato, ma accidentalmente sprofonda in un barile di sostanze radioattive. Scoprirà presto di aver acquisito una forza sovrumana che sfrutta da subito per migliorare la sua carriera di ladruncolo, acquisendo persino notorietà su Youtube come il Super Criminale mascherato. Tutto cambia nel momento in cui nella sua vita entra Alessia, una giovane ragazza disturbata convinta che Enzo sia il suo eroe dei cartoni preferito Jeeg Robot d’Acciaio. Nel frattempo un sadico e ambiziozo criminale detto Lo Zingaro, insieme alla sua batteria di loschi individui, fa affari con la camorra per diventare qualcuno che conta nella criminalità capitolina.

L’Italia è pronta ad avere un super eroe?

Ultimamente nel nostro cinema sta prendendo sempre più forma la tendenza di sposare, produttivamente parlando, progetti cinematografici in grado di dare nuova linfa al film di “genere” o di prendere il meglio dagli esempi stranieri per aprirci ad una richiesta di mercato più internazionale. In tutto questo ci si augura di poter vedere film nostrani più variegati nelle storie e maggiori possibilità di lavorare a idee innovative e sperimentali, senza dimenticare le aspettative e le richieste del pubblico. In Italia, si sa, molti progetti non vedono la luce e il cinema sopravvive grazie alla commedia, tipologia che al box office ha successo come il fenomeno Zalone o, per fare altri esempi, le pellicole di Verdone e di Siani, che oramai hanno aggregato attorno a sè un pubblico di fedelissimi. Altri film, pur rifacendosi al medesimo genere, hanno tentano con alterne fortune di contaminarlo, magari con le influenze della serialità americana e dei suoi eroi negativi come l’opera Smetto quando voglio di Sydney Sibilia , che si rifaceva molto a Breaking Bad, o realizzando remake di film d’oltralpe come ha fatto Luca Miniero con Benvenuti al Sud (2010). Fino ad arrivare alle pellicole corali di Paolo Genovese regista di Perfetti Sconosciuti, ennesimo successo sospinto da un cast di sicuro richiamo e dalla formula collaudata (la commedia degli equivoci, i luoghi comuni dell’italiano medio) aggiungendo la causticità anti borghese di un Carnage (Polanski). Prima ho parlato di proposte per rivitalizzare il film di “genere”, beh, effettivamente abbiamo avuto casi riusciti con il gangster movie grazie a Romanzo Criminale di Michele Placido o di recente con il noir all’interno di Suburra di Stefano Sollima, progetti di fattura, capaci di andare incontro alle aspettative del pubblico, portati avanti anche all’interno della serialità televisiva; senza dimenticare il fenomeno transmediale di Gomorra dello scrittore Roberto Saviano, opera d’autore trasposta al cinema da Matteo Garrone prima e poi divenuta anch’essa materiale per una serie tv, che presto tornerà con la seconda stagione su Sky Atlantic. Sintomi che qualcosa sta, forse, cambiando e ci stiamo aprendo anche su sfide più impegnative, seppur appoggiandoci su schemi e formule comunque rodati. L’anno scorso lo stesso Garrone tentò la strada del fantasy con Il racconto dei racconti, film realizzato in coproduzione con la Francia, ma che, nonostante gli indubbi meriti artistici e le buone intenzioni, rappresentava qualcosa di troppo distante dal gusto popolare e non convinse in termini di botteghino. Un altro genere poco sfruttato, anche in virtù della forte concorrenza con case di produzione dai finanziamenti più ricchi (per noi irraggiungibili se non impensabili) è sicuramente il cinefumetto. Un genere dall’estetica patinata e dall’azione spettacolarizzata, soprattutto quello della Marvel, che oramai sta facendo la fortuna dell’industria di Hollywood, persino quest’anno con un personaggio trasgressivo e scorretto come Deadpool. A questo punto la sfida che si presenta è doppia: come accostarsi al genere senza far rimpiangere i giocattoloni Marvel e allo stesso tempo affrontarlo in modo convincente per attirare lo spettatore?

Prima di Mainetti, l’unico precedente di appropriazione verso il cinecomic da parte nostra è stato Il ragazzo invisibile diretto da Gabriele Salvatores, uscito a Natale nel 2014. Costato 8.000.000 di euro, prodotto dalla Indigo film e da Rai Cinema, il film narrava la storia di Michele Silenzi, tredicenne introverso e impopolare, vittima di bullismo, che scopre di possedere il dono dell’invisibilità. Per rientrare delle spese investite era necessario creare per il pubblico un’alta aspettativa e proporre qualcosa che spingesse la gente nelle sale. Il prodotto finale è un cinecomic per ragazzi, costruito secondo alcune situazioni tipiche del fumetto alla Stan Lee (soprattutto l’universo degli X-men e di Spiderman) e il più possibile globalizzato per impostazione rappresentativa e narrativa: ecco perché un super eroe adolescente, ecco perché Trieste, città mitteleuropea e il perché l’uso degli effetti speciali (seppur contenuto). Nonostante la fredda accoglienza della critica e il mancato recupero della cifra di investimento, ha comunque portato a casa un incasso incoraggiante (circa 5.216.102) coprendo il punto di pareggio tra costi e ricavi, che, se non altro, ha convinto i più a realizzare un sequel (dal bugdet sicuramente più contenuto) previsto per la fine dell’anno. A quel punto vedremo quanto l’affluenza del pubblico saprà dirci sull’effettiva riuscita dell’operazione. Lo chiamavano Jeeg Robot presenta un budget più contenuto, circa 1.700.000, ed è un’opera prima di produzione “indipendente” (prodotta dalla Goon Films dello stesso Mainetti e da Rai Cinema). Rispetto al precedente di Salvatores, dunque, questo tentativo appare ancor più minimale nello sfoggio tecnologico e più libero nelle idee, ma non per questo meno interessato a entrare nelle grazie del pubblico. Non solo dimostra quanto si possa fare molto con poco, finalmente, ma che anche le buone idee possono e devono trovare sfogo purché un produttore ne permetta la realizzazione. Ora che è arrivato al cinema, posso affermare senza dubbio che Lo chiamavano Jeeg Robot è qualcosa che raramente ti capita di vedere,”canonico” nello sviluppo ma ricco di situazioni imprevedibili; il tutto sorretto da una buona scrittura e da un altissimo comparto tecnico. Siamo di fronte ad un esperimento interessante, fantasioso, energico, in grado di bilanciare il puro enterteinment e le voglia di sperimentare tipica dei filmaker indie del panorama nostrano. Un film all’apparenza indefinibile nei trailer distribuiti, capaci di riassumere solo in parte quanto il prodotto può offrire: risate, tensione e anche molta azione, ma il pregiudizio ci porta a temere il ridicolo involontario o, peggio ancora, lo scimmiottamento patetico di un piccolo film verso i giganti d’oltreoceano. Giusto? Sbagliato, perché gli ingredienti messi in ballo qui hanno tutt’altro sapore, tra cui quello dominante dell’amore, forza che anima un racconto dove il fantastico incontra la potenza viscerale del sentimento di rivalsa.

Prima di approdare al lungometraggio Gabriele Mainetti si era fatto notare soprattutto nel circuito dei cortometraggi e due dei suoi lavori (apprezzati entrambi in molti festival e disponibili on line) si allineano perfettamente ad una poetica d’autore che trova conferma in questo film, tanto che Lo chiamavano Jeeg Robot potrebbe apparire benissimo come l’ultimo capitolo di una trilogia del super hero manga, o per meglio dire dell’omaggio a quell’immaginario, la cui versione cartoon venne trasmessa su Bim Bum Bam negli anni ’80, insieme agli altrettanto memorabili UFO Robot Goldrake e Mazinga. In Basette c’è la storia di un ladruncolo di Tor Bella Monaca, nato e cresciuto col mito di Lupin III che sogna di eguagliarne le imprese per poter scappare con la donna che ama, mentre in Tiger Boy un bambino, appassionato di lotta libera, è il fan numero uno di un wrestler di Corviale, noto come “Il Tigre”(ovvio riferimento al manga Tiger Man), il cui esempio lo aiuterà ad affrontare le attenzioni ambigue di un maestro pedofilo. Il manga non è solo richiamato in quanto omaggio, ma rappresenta il fascino immortale di un immaginario d’infanzia radicato in noi nel tempo. Per i personaggi coinvolti, esso diviene la possibilità di piegare il reale in situazioni disagiate e difficili, trasformandosi, perciò, in modello eroico e iconico fondamentale per migliorarsi e migliorare ciò che li circonda. In questo film Enzo, interpretato da un dolente Claudio Santamaria, è un uomo corpulento, taciturno, truce e menefreghista che vive di piccoli furti e soggiorna in uno squallido appartamento situato in una palazzina del quartiere di Tor Bella Monaca. Una gioventù segnata dalla perdita e dallo violenza, un presente senza meta, senza amici, senza amore dove regna lo squallore. Una vita in cui c’è solo il vuoto, riempito esclusivamente da pasti a base di Danette e da dvd porno. Rispetto alle versioni “canoniche” del super eroe tradizionale, Enzo, una volta assunti i poteri con il più classico degli espedienti (giocando su un luogo comune tipicamente romano) non evolve, non cambia in meglio e rimane un personaggio brutto, sporco e cattivo fino all’arrivo di Alessia (l’esordiente Ilenia Pastorelli). La donna, invadendo quello spazio squallido con la sua presenza dolce e stralunata, diviene la voce della sua coscienza, una figura salvifica e il cuore emotivo della storia. Sostituendo i film prono con i dvd del cartone Jeeg robot (che per lei rappresentano l’unica fuga possibile da un vita di violenze), sarà proprio Alessia a offrire all’inesperto (anti)eroe il modello iconico per migliorarsi e riscattarsi, quello che poi assumerà in una scena da pelle d’oca, ambientata su un monumento simbolo della città eterna, donandogli così un’aurea mitica definitiva. Ma non può esserci eroe senza villain ed ecco entrare in scena Lo Zingaro che ha le fattezze del bravissimo Luca Marinelli. Personaggio tanto particolare quanto pericoloso, è una sorta di boss sadico e a tratti cialtronesco, sofisticato e ambiguo, appassionato di cantanti italiane icone pop anni ’80 e con un trascorso televisivo come concorrente di Buona Domenica. Un giovane frustrato, affamato di visibilità e di attenzione sui social, ossessionato dal protagonismo dei video di Youtube, stufo di quello schifo in cui sguazza da troppo tempo (dove Enzo ha invece imparato a rassegnarsi) e disposto a passare sopra tutto e tutti per raggiungere i propri folli obbiettivi, come dimostra nelle scene più violente e tese del film. Personaggi fragili, antitetici ma profondamente umani.

Ogni super eroe è legato a una città da proteggere, Batman ha Gotham City, Spiderman ha New York, Enzo è un ragazzone di borgata, nato e cresciuto in un mondo di povertà, di cantieri in costruzione e interni fatiscenti e Roma è la sua metropoli. Uno spazio di cui fanno parte anche i protagonisti di Basette e Tiger Boy, tanto caro ai creatori del film, soprattutto al regista che immortala alcune scene in immagini da poesia neorealista, anche grazie al diligente lavoro del direttore della fotografia Michele D’Attanasio. Il contesto ambientale diviene dunque un tratto fondamentale per i personaggi, tutti provenienti dalla borgata (tanto cara a Pasolini, riaffiorata nell’opera postuma di Caligari Non essere cattivo), tutti alla ricerca di un riscatto o di una fuga. Una città presente nel suo dialetto inconfondibile e nelle sue contraddizioni, colpita da improvvise esplosioni (attribuite dai mass media al terrorismo islamico) che tristemente richiamano l’attualità. Anomalo e controcorrente, Lo chiamavano Jeeg Robot non tradisce le proprie radici culturali ma è anche capace di accogliere le tante influenze di cui si nutre ed è un’opera in cui le atmosfere noir si mescolano al dramma sociale, dove la criminalità di Romanzo Criminale incontra quella di Gomorra, dove il Leòn di Besson incontra il pulp di Tarantino, il cinefumetto tradizionale si mescola al B-Movie, mentre la commedia nera si tinge del gore più sfacciato, con l’aggiunta finale di splendidi riferimenti all’universo nolaniano di Batman: Santamaria è stato il doppiatore di Christian Bale e c’è il commento radio di Adriano Giannini, voce del Joker di Heath Ledger in The Dark Knight. La musica è un altro elemento di rilievo grazie ad una colonna sonora incalzante e ad un uso squisitamente ironico di canzoni sanremesi (Anna Oxa, Loredana Bertè, Nada), inserite nei momenti tra i più azzeccati; mentre nei titoli di coda, prima di abbandonare la sala con gli occhi lucidi, la mente in estasi e il cuore pieno di emozione, ascoltiamo la voce graffiata di Santamaria che intona la sigla di Jeeg con una vena malinconica e disperata che ben si addice al mood della storia.

Il mio voto potrebbe apparire generoso, ma posso dirvi che era da tanto che un film non mi emozionava così tanto da perdonargli perfino qualche lungaggine di troppo. Tornando al punto della questione incassi, merito anche del grande supporto che lo sta accompagnando dalla Festa di Roma, il film nel primo weekend di programmazione ha ottenuto quasi 800.000 € di incasso e oltre 110.00 spettatori, raggiungendo quindi una valore di media per sala oltre i 3.000 €. Un incoraggiante risultato che premia le strategie distributive e pubblicitarie messe in atto (trailer e spot, hashtag sui social, character posters, etc). Tutto ciò gli ha permesso di posizionarsi al sesto posto nella classifica dei film più visti nel weekend, ma primo tra le novità della settimana per media copia (superando la deludente commedia Tiramisù di Fabio De Luigi in quanto media per sala, ad esempio). Davvero non male vista la forte concorrenza delle commedie e dei film appena premiati agli Oscar. Resta solo da vedere se la tenuta ne garantirà il successo, se questo sorprendente progetto sarà un caso isolato trascurabile o l’inizio di una serie di investimenti per un nuovo filone di film di genere, se sarà destinato all’oblio o a diventare un titolo cult (magari) pioniere di una solida filmografia del cinefumetto italiano, come a suo tempo riuscì Sergio Leone con gli spaghetti western.

Concludo citando proprio Batman per rispondere alla domanda che ho posto all’ inizio: Lo chiamavano Jeeg Robot non è il film che meritiamo, ma quello di cui abbiamo bisogno. Solo il pubblico saprà dirci se davvero siamo pronti ad accoglierlo. Questo è un film che dimostra come la passione verso ciò che si fa e l’amore nei confronti di un immaginario con cui si è cresciuti vince sulla realtà più disgraziata e che i progetti realizzati col cuore vanno difesi a spada tratta. Ora correte al cinema, abbandonate ogni pregiudizio e divertitevi perché l’Italia ha finalmente il suo super eroe!

Eccovi una (fantastica) clip del film con Luca Marinelli nei panni de Lo Zingaro:

 

Laura Sciarretta

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